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Rugby. Gioco di squadra, lealtŕ, rispetto: il fascino di uno sport non fagocitato dallo star- system.

giovedì 24 febbraio 2005
di Roberta Anselmi

1823, Inghilterra, cittŕ di Rugby. Cosa avranno pensato i passanti alla vista di un gruppo di ragazzi che in un parco giocavano a passarsi una strana palla ovale? Probabilmente in quel momento nessuno di loro prevedeva l’enorme successo che di lě a poco quello sport avrebbe riscosso nel Regno Unito e non solo.
Il Rugby č uno sport antico, ricco di tradizioni, storie e leggende che vengono tramandate nel terzo tempo, il momento forse piů significativo della partita, in cui le due squadre, a gioco finito, si ritrovano insieme a battersi le mani davanti l’ennesima birra. Č proprio questa usanza a racchiudere in sé la filosofia di uno sport che, lasciando da parte vita mondana, veline, gossips giornalistici e ingaggi plurimilionari, si fa strada nei cuori degli italiani come portatore sano di valori decubertiani.
Immaginiamoci la scena: durante un’importante partita di calcio, l’attaccante di turno subisce un fallo mentre corre, palla al piede, incontro alla porta. Sarebbe pensabile vedere colui che il fallo l’ha provocato alzare la mano incolpandosi dell’accaduto? Ebbene, per chi segue il rugby questi atti di eroismo fanno parte della routine del gioco. Incredibile ma vero, visto che questo sport č fatto per uomini (e donne) coraggiosi, che si rispettano e rispettano le regole.
Detto ciň č comprensibile che anche in un paese calciocentrico come l’Italia, ormai saturo di campionati vinti a forza di mazzette e di accordi, stufo delle bizze di vamp strapagate in treccine e orecchini che ormai ogni giorno della settimana rincorrono una palla tentando – avvenimento sempre piů raro – di regalare un bel gol alla propria squadra, la lealtŕ, la ritualitŕ e la spettacolaritŕ del rugby sembra aver conquistato i nostri cuori.

Grazie al torneo delle Sei Nazioni (Inghilterra, Galles, Irlanda, Scozia, Francia e, dal 2000, anche l’Italia) in tanti/tante si sono avvicinati ad uno sport ignorato dai piů, ma che riscuote sempre maggior successo, tanto che in occasione della partita Italia-Nuova Zelanda giocata qualche mese fa a Roma, i giornali hanno dedicato a questo avvenimento uno spazio considerevole, non necessariamente relegato all’interno delle notizie sportive. Complice forse la spettacolaritŕ della Haka, affascinante rituale di guerra maori che gli All Blacks eseguono prima di ogni partita, o forse l’inno di Mameli che i ragazzi della nazionale italiana intonano seguiti dal coro delle migliaia di persone presenti allo stadio, certo č che da quel momento nel petto di molti di noi si č accesa una passione che sembra crescere ogni giorno di piů (si pensi che a oggi i tesserati sono oltre 47 mila).
Ma soprattutto i giovanissimi sembrano avvicinarsi con crescente interesse al rugby come sport di squadra alternativo al calcio, forse perché “giocare a rugby significa anche aderire a un modo di vedere il mondo e i rapporti con gli altri. Lealtŕ e coraggio, durezza e rispetto sono gli ingredienti di una ricetta che fa della palla ovale uno sport diverso da tutti gli altri, e dei suoi protagonisti eroi fuori dal tempo.”*
E a tutti coloro che fossero interessati o incuriositi dal mondo del rugby della Rupe, consigliamo di contattare l’associazione sportiva Orvieto Rugby, i cui referenti sono Carlo Brunetti e Massimiliano Spirito.

*Tratto da: Gregorio Catalano, Daniele Pacini Il fango e l’orgoglio (Nutrimenti Editore), libro-manifesto sul rugby, per raccontarne regole, cultura e retroscena.

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