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Simona Atzori e le sue mani basse: "Tra danza e pittura, sorrido sempre alla vita"

lunedì 19 settembre 2016
di Davide Pompei
Simona Atzori e le sue mani basse: "Tra danza e pittura, sorrido sempre alla vita"

"Sono stata un dono per la mia famiglia. Così come lo siamo tutti, unici e irripetibili. Scoperto il nostro modo di essere dono, inizia il nostro percorso. Questa è la mia storia. Non serve avere braccia per raccontarla. Io non mi racconto per dimostrare qualcosa, ma per testimoniare come sono. Lo faccio con l'arte, la pittura, la danza". E con un sorriso contagioso, in risposta a tanti compassionevoli "poverina" letti negli occhi di la guarda.

Simona Atzori, sfodera quello migliore venerdì 16 settembre per incontrare il pubblico nella Basilica del Santuario Maria Santissima del Suffragio di Grotte di Castro. È arrivata da Saronno, in mattinata, con il treno. Ad Orte, ad aspettarla, una cara amica. Conosce bene queste zone. Tra Lombardia, Sardegna e Canada, per sei anni ha vissuto a Tuscania. Nel tornare, si è riempita delle emozioni più grandi e ha cercato di restituirle un po'.

"Perché trattenerle?" dice. "Sono la cosa più bella che contiene il nostro corpo. Sorrido sempre perché è l'emozione più bella, apre tante porte ed è gratis. La prima cosa che faccio la mattina è dire 'Grazie perché ci sono', e non è scontato. Poi indosso il mio sorriso. Trovo un motivo e un modo per essere felice, qualsiasi cosa accada. Aiuta me e l'opportunità di conoscere tante persone.

Il Signore mi ha disegnato così. Non si è dimenticato di niente, mi ha fatto come dovevo essere. I miei piedi sono anche le mie mani. Una bambina mi ha detto che ho le 'mani basse'. Fanno un sacco di cose. Dato che il disegno era impegnativo, ho deciso di trasformare quello scarabocchio sul viso in un sorriso. Mia madre era le mie braccia, ha combattuto ancora prima di me e, con le sue scelte, mi ha insegnato ad essere chi sono. Mi ha insegnato la forza, il dono di dire sì alla vita, semplicemente a qualcosa che abbiamo già.

Se tutto ciò che mi serve ce l'ho, non mi manca niente. Agli occhi degli altri a me manca tanto. Non so cosa vuol dire avere le braccia. Non saprei usarle, così come gli altri dovrebbero imparare ad utilizzare quelle 'mani basse' con cui io, come tutti gli italiani, gesticolo. E svolgo azioni quotidiane. Dovrei partire da zero. Danzo, dipingo. Perché dovrei volere altro? È la mia vita, la mia esperienza. Avere tutto quello che hanno gli altri non è sinonimo di felicità. Il nostro corpo è una macchina, quello che siamo è dentro.

Gli atleti delle Paralimpiadi – nel 2006, a Torino, era stata lei ad aprire la cerimonia – non sono supereroi, dimostrano che ci siamo anche noi. Esattamente come tutti gli altri. Da tre anni, un amico è in carrozzina dopo un incidente in moto. È la stessa persona, solo che seduta. E ogni giorno si batte per essere considerato come prima. Il nostro modo di guardare gli altri ha un peso, un'energia. L'ho capito da piccola, facendo a modo mio le cose che facevano gli altri".

Crescendo, ha voluto comunicare quel suo essere "felice e grata". Dal 1983, membro dell'Associazione dei Pittori che dipingono con la Bocca e con il Piede, a lei è dedicato un premio d'arte. Ambasciatrice per la Danza nel Grande Giubileo del 2000, ha ballato al "Roberto Bolle and Friends" e al Festival di Sanremo. Ritratta nella copertina di "E li chiamano disabili" di Candido Cannavò, nel suo primo libro, il bestseller "Cosa ti manca per essere felice?", dal quale nasce lo spettacolo di danza omonimo, si è immaginata il momento in cui è venuta al mondo.

"Se c'è una parola chiave – dice – per me è amore. Sono diventata figlia non per un diritto di sangue, ma per una scelta concreta e d'amore. Se i miei genitori non mi avessero accolta con amore, non sarebbe stata la stessa storia, la mia. A nemmeno un mese di vita, nella culla, i miei piedi avevano già cominciato ad essere mani, ma senza quello sguardo di amore non avrebbero fatto tutto il resto. Superata la disperazione, i miei hanno fatto una scelta vera: amarmi. Con naturalezza, senza negazioni. La vita mi ha posto davanti a questa domanda e anch'io ho dovuto fare la mia scelta. Un'altra è arrivata la notte della vigilia di Natale, quando mia madre è salita in cielo e mi è mancato tutto. Potevo fermarmi o guardare alla strada percorsa insieme e alla vita che ancora avevo". Lo racconta nelle pagine di "Dopo di te".

"Nel percorso di questi anni - dice - ho scoperto che il dolore unisce più della gioia, sono quella che sono grazie anche a questa consapevolezza, e alla mia famiglia. Le lacrime sono l'anticalcare del cuore. Le difficoltà possono sciogliersi in un pianto. Ma anche in un sorriso, con la semplicità di una bambina di quattro anni che all'asilo si sente libera di essere quella che è. Giovanni Paolo II a cui ho avuto l'onore di donare un ritratto, così come a Papa Francesco, diceva 'Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro'. Il dono della vita ce l'abbiamo, renderla unica sta solo a noi".

Per ulteriori informazioni:
http://www.simonarte.net/

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