sociale

Un ricordo di Luigi "Gigi" Moretti

lunedì 27 aprile 2009
di Silvio Manglaviti

Si è persa l'abitudine a vedere il Duomo colmo di persone che non siano "pubblico gezzèmane" o scolaresce di maggio. In occasione di una funzione religiosa, poi.
Chi poteva compiere il miracolo di questi tempi se non proprio Gigi Moretti: il Professor Luigi Moretti. Ci ha convocati, tutti, per salutarci alla partenza di un ultimo viaggio.
Compagni di scuola. Studenti. Colleghi docenti. Amici, tanti. I parenti.
Come quando prima che il sordido male lo costringesse - ostaggio - al forzato distacco da quel che egli più amasse tra tutte le cose: lo star in compagnia in amicizia.

Gigi è così. Sempre col sorriso. Affabile. Battuta pronta. Persino il catafalco in cima alla navata, che s'impone pur solenne ed austero, non riesce ad offuscarne il suo cuore "gaio".
Donato Catamo lo sottolinea, "sono voluto venire apposta col vestito buono della festa".
Non è il classico funerale che si officia per Gigi.
Don Italo Mattia e Don Marcello Pettinelli, celebranti, sono amici tra gli amici.
Il Duomo è casa sua. Non solo perché come pochi aveva avuto il privilegio di poter rimirare ogni dì dalle finestre di casa la facciata del Maitani e, così, per tutta la giornata, dalla bottega sulla piazza con l'antica didascalia "Raffaelli Armoni & Moretti" (i nostri "Alinari", con nonno Mario: l'amato "genitore"). Questa cattedrale è il "suo Duomo".

Il professore Moretti, ha ricordato Catamo, fu promotore dell'immenso studio-lavoro dell'Istituto d'Arte sulla vetrata dell'abside.
Gigi amava il Bello, non solo perché c'era nato e vissuto, ma perché era egli stesso un cuore bello che dava piacere e gioia a chiunque ne venisse in contatto.
Uomo di cultura vasta e profonda non rinchiuso in algide torri eburnee, dunque senza pregiudizi e preconcetti, prima di criticare in negativo tastava e misurava: con la Cultura, appunto.
A lui devo molto in questo senso. È stato un esempio di come bisogna affrontare la conoscenza. Di come ci si debba porre nella ricerca e nell'approfondimento.
Soprattutto, perché contestualmente non bisognava mai separare la tensione intellettuale dal piacere e dal godimento di ciò che di bello ci circonda.

E così, il risplendere dei mosaici al tramonto ce lo siam goduti più di una volta accomodati sulla piazza, sorseggiando un buon Orvieto fresco di cantina, affettando lombetto di cinghiale.
Ciao "baby". Quando ancora mi capita di spazzolare "Autumn leaves" rimonta il ricordo di te che intoni "Le foglie morte" sullo sfondo del tuo Duomo che impalla la finestra.
Gigi. Un cuore che sorride.

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