sociale

Università a Orvieto: si sta mediando per far terminare sulla Rupe il corso agli iscritti. Intanto Tremonti taglia 700mila euro

sabato 12 luglio 2008
di laura
Protestano rivolgendosi agli organi di informazione, perché tenuti all'oscuro dello svolgersi della complicata vicenda universitaria, i circa 40 studenti del Corso di laurea triennale di Ingegneria informatica e delle telecomunicazioni di Orvieto, che verrà probabilmente chiuso, almeno ad esaurimento, per gli altissimi costi che provocherebbe l'attuazione dei cosiddetti decreti Mussi, che impone agli enti che li hanno attivati, con l'obbligo di sostenerli per venti anni, tutti i costi di gestione dei corsi di laurea decentrati. “Ci sentiamo in dovere di scrivervi – dicono - per informarvi relativamente ai fatti che si sono verificati in questi giorni in merito alla situazione della nostra università. In base alle recenti dichiarazioni del sindaco di Orvieto Stefano Mocio, di cui siamo venuti a conoscenza esclusivamente tramite internet e giornali, la chiusura del nostro corso di laurea sembra ormai certa. Noi studenti abbiamo cercato in ogni modo di essere ricevuti dal sindaco per avere informazioni certe riguardo il futuro della nostra università; ci siamo già recati in Comune, ma ci hanno ignorati, illudendoci che ci avrebbero fissato un incontro a breve. Soltanto dopo aver contattato il rappresentante dell' opposizione Stefano Olimpieri, il quale ha sollecitato la segreteria del Comune, siamo riusciti ad ottenere un incontro con il sindaco per venerdì 18 luglio alle ore 12,00”. Ma Olimpieri smentisce di aver attuato l'intermediazione, affermando che l'incontro era già stato fissato indipendentemente dal suo interessamento; e il sindaco Mocio dichiara al nostro giornale che l'incontro è fissato per venerdì 18 luglio, e non prima, perchè giovedì ci sarà un importante incontro tra Amministrazione, Centro Studi, il pro rettore dell'Università di Perugia, Pietro Burrascano, e con ogni probabilità lo stesso rettore Bistoni. Incontro dal quale scaturiranno maggiori certezze e, con ogni probabilità, pur nella difficile situazione qualche buona notizia. Conferma di probabili buone nuove anche dalla Presidente del CSCO, Pirkko Peltonen, che si dice pressoché certa che gli studenti già iscritti potranno finire il loro corso di studi a Orvieto. E' questa infatti la soluzione che si sta cercando e che probabilmente si attuerà, nella consapevolezza dei problemi e dei disagi che questa repentina chiusura causerebbe agli studenti già iscritti e alle loro famiglie. Sia il sindaco Mocio che la Peltonen smentiscono, invece, l'altra ipotesi paventata dagli studenti, quella che il corso Ingegneria informatica e delle telecomunicazioni non venga riattivato neanche a Perugia. Nessun timore da questo punto di vista, il corso perugino non corre alcun rischio. Venerdì, dunque, gli studenti dovrebbero essere rasserenati sul loro personale futuro: fino ad esaurimento della frequenza dei già iscritti, dunque per due anni, il corso resterà attivo presso il Centro Studi “Città di Orvieto”. In prospettiva, invece, è inevitabile che il sogno dell'Università a Orvieto finisca. Già l'attuazione dei decreti Mussi, come abbiamo spiegato in un precedente articolo, mette in totale crisi il pullulare di corsi universitari decentrati, ancor più lo fa la nuova finanziaria di Tremonti. Contando il taglio delle varie voci, il nuovo Ministro delle Finanza taglia di ben 700 milioni di euro i finanziamenti all'Università italiana e impone, tra l'altro, che solo il 20% dei docenti che vanno in pensione venga sostituito con nuove leve. Duro colpo, dunque, anche per i giovani e speranzosi ricercatori. “C'è una chiara e dichiarata spinta – afferma la Peltonen – a spingere l'Università verso un sistema di genere sempre più privatistico, incentivando il sostegno economico all'Università da parte di Fondazioni di vario genere. Appare inevitabile che, comunque vadano le cose, i costi saranno sostenuti aumentando le tasse, dunque l'Università ridiventa di élite”. E il sindaco Mocio da parte sua fa notare che, a parte l'insostenibilità dei costi – quest'anno pari a 300mila euro per i soli docenti + i costi di gestione, e poi via via, negli eventuali 20 anni, in aumento progressivo – i docenti che potrebbero essere assunti sarebbero di ruolo inferiore, con l'inevitabile dequalificazione di una laurea che poco valore avrebbe nel mondo del lavoro. “Del resto – afferma – le difficoltà di Orvieto sono moltiplicate, per le stesse ragioni, anche a Narni e a Terni e, più in generale, in tutta Italia. Il ragionamento che si sta facendo con l'Università di Perugia non riguarda solo Orvieto, ma investe l'intero polo universitario ternano”. Se posso esprimere un'opinione, bene che sia permesso agli studenti già iscritti di finire il loro corso di laurea, ma altrettanto opportuno che non ci si ostini in un sogno universitario che sarebbe di serie C, per di più con un solo corso triennale (...e quindi, con un solo corso, di che Università parliamo?), a costi impossibili che dovrebbero sostenere - difficile stabilire come, date le cifre astronomiche - i cittadini e le imprese del territorio che già versano, queste ultime, tra tasse statali e comunali il 51% circa del loro guadagno. E costi a parte, in una società ad altissima competizione l'Università deve essere una cosa seria, una egregia fucina del sapere che, per dare quei risultati che il mondo del lavoro e della ricerca impongono, deve poter contare su ottimi docenti e ingenti risorse. Non è vero, come alcuni hanno affermato e gli studenti forse pensano, che la città ha accolto con rassegnazione e silenzio questa notizia, l'ha accolta con il senso del limite e della realtà che i fatti richiedono e impongono. L'amministrare, e anche il "subire" da amministrati e il vivere socialmente, sono qualcosa di collettivo, con cui dovremmo fare i conti più spesso, guardando non solo alla nostra realtà personale, ma a quelle situazioni generali più complesse di cui la nostra realtà, nel male e nel bene, è soltanto una piccola seppure importante pedina. Nella dolorosa vicenda, chi amministra non può che guardare al generale. Che il Centro Studi potenzi dunque, come ci sembra stia facendo, la sua vera vocazione di formazione post laurea e di scuola di specializzazione nazionale e internazionale; certo, qualcuno ci rimetterà, ad esempio gli studenti che dovranno andare a studiare altrove - è triste e tuttavia inevitabile, un po'come il dolore e le malattie - ma non la Città nel suo complesso. E infine, chissà, in un mondo dove troppe cose sono scontate e senza conquista, forse gli studenti che saranno costretti a migrare altrove, per mantenersi dovranno trovare un lavoro là dove andranno. Scopriranno che è duro, ma nell'indipendenza anche bello; e magari daranno ancor più valore al loro studio e ai loro, speriamo autorevoli, maestri.

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