politica

Verso il Congresso, Gori: "Immagino un Pd credibile, che discute e ascolta i territori"

mercoledì 16 agosto 2017
di Federico Gori
Verso il Congresso, Gori: "Immagino un Pd credibile, che discute e ascolta i territori"

È molto utile discutere del futuro del nostro Partito, della forma che vogliamo dargli, dei valori che abbracciamo, perché è solo discutendo che si può trovare la soluzione alle contraddizioni esistenti e affrontare le questioni che ci attraversano, sia come classe dirigente che come amministratori territoriali. In questi anni abbiamo assistito ad un progressivo impoverimento della dialettica politica, in favore di soluzioni semplicistiche, demagogiche, che hanno pensato più alla pancia delle persone che a garantire proposte di più ampio respiro. Il nostro Partito non è stato immune a ciò, ed anche se siamo riusciti in qualche modo a recuperare la rotta dopo la sconfitta del referendum costituzionale, siamo ancora lontani dalla meta.

Il prossimo congresso regionale, e di seguito i congressi locali, dovranno essere l’occasione per mettere in campo senza paure o timidezze un’elaborazione collettiva e condivisa che, considerando la velocità alla quale sta cambiando il mondo e con la quale passano le stagioni politiche, restituisca rapidamente visibilità e ruolo ad un partito in affanno. In questi anni è stata a mio avviso messa in secondo piano la realtà locale del partito. Si è discusso di sconfitte, faide interne, alleanze, rendendo dominante la dimensione nazionale e lasciando da parte il radicamento a livello territoriale che è la base del nostro partito. Abbiamo, e lo dico come amministratore, subito sostenuto scelte prese senza discussione, e ciò ha avuto l’effetto di allontanare sia i nostri militanti che i nostri elettori e simpatizzanti. Se non forniamo ai nostri iscritti, agli elettori, a chi non ci vota, un’elaborazione politica complessiva che metta in campo un nuovo patto sociale, nuove idee di sviluppo, tenendo conto dell’intero quadro politico, la nostra proposta perderà credibilità ed a tratti risulterà incomprensibile. Il Partito democratico che immagino deve essere un partito credibile come forza di proposta e di governo, che si confronta, discute, ma ad un certo punto decide e sa sostenere le scelte che fa, anche se sono forti o impopolari.

Siamo ancora convinti che i cittadini rimangano indifferenti di fronte alla confusione politica che stiamo vivendo in questi anni, a partire dal governo nazionale fino alle amministrazioni locali? Siamo sicuri che nessuno tenga in considerazione le giravolte sulla legge elettorale, di cui come maggioranza abbiamo la responsabilità più grande? Pensiamo seriamente che l’elettorato sia in grado di essere, ancora una volta, inerme e distaccato rispetto alle questioni, sia etiche che pratiche, come lo ius soli, l’immigrazione e la disoccupazione giovanile, che pesano sull’Italia? Dobbiamo dunque prendere coscienza dei problemi del governo del paese, che ci riguardano anche come realtà territoriale, in particolar modo se ci richiedono prese di posizione coraggiose ed elaborazioni lungimiranti all’interno delle quali dobbiamo trovare spazio e coerenza per le nostre proposte, per l’Umbria e per le sue città. A breve andranno infatti al voto le città più grandi della nostra Regione, penso che sia importantissimo definire un percorso che ci possa rendere competitivi anche in presenza di forti difficoltà: non si può rimandare al dopo, se un dopo ci sarà, l’elaborazione programmatica, pensando che da quando c’è l’elezione diretta gli elettori scelgano solamente le persone e non i programmi di governo; la proposta politica è importante tanto quanto le candidature.

Ecco, in questa mentalità io trovo una delle ragioni delle nostre sconfitte e della crisi della nostra forma partito. È proprio con l’elezione diretta (nel 1993 fu una scelta opportuna ed efficace per farci uscire da Tangentopoli) che gradualmente la politica si è allontanata dalle sezioni di partito per diventare sempre più autoreferenziale, che la trasparenza e la partecipazione si sono chiuse nel “palazzo”, che la personalizzazione della politica e del partito, dopo averci illuso di essere la pietra filosofale per ogni problema, si è dimostrata sciatta e perdente.

C’è un punto sul quale bisogna fare chiarezza: quando parliamo di Conferenza Programmatica dobbiamo essere convinti che non può essere la solita sequela di interventi settoriali affidati ai migliori di noi con una sintesi finale che accontenta un po’ tutti, anche con spunti di innovazione e pregio. Dobbiamo prenderla come un’occasione per aprire il nostro partito e renderlo più inclusivo: se c’è un merito che ha avuto il nostro segretario Renzi, è proprio quello di aver aperto il partito a fasce di popolazione che prima lo ignoravano, e secondo me dovremmo continuare ad aprirci e ad ascoltare tutte le sollecitazioni che ci vengono dall’esterno.
Una campagna di discussione, illustrazione, ascolto, se capillare e ben organizzata ci può rimettere in sintonia con tanti militanti ed elettori che chiedono di ripristinare i canali della partecipazione democratica da tempo assenti o malfunzionanti. Sarebbe bello anche ripensare le forme di partecipazione, perché è chiaro che nel 2017 pensare ad un’interazione basata solamente sui tesseramenti è riduttivo. Il prossimo congresso deve essere un confronto aperto e franco sulle questioni che interessano il futuro che immaginiamo per l’Umbria. Su ciò dobbiamo concentrarci e non su scelte dettate da altre ragioni, come logiche di corrente necessarie solo ripartire il consenso interno. Le principali sfide che ci attendono nei prossimi anni, che in verità stiamo affrontando ma dobbiamo cercare di vincere, sono la mancanza di lavoro per giovani e meno giovani, la riorganizzazione del sistema sanitario, che è sempre stato un’eccellenza della nostra Regione ma va reso più efficiente e competitivo, e il miglioramento delle infrastrutture. Su questi argomenti dovremmo mettere in campo programmi, idee, perché solo così potremo essere preparati alle prossime sfide amministrative.

Un’ultima cosa che deriva dal mio ruolo di coordinatore regionale di Anci umbria per i borghi e paesi, i cosiddetti piccoli comuni.I territori e le aree interne stanno soffrendo in termini di spopolamento, invecchiamento ed impoverimento: hanno pagato più di altri soggetti e livelli istituzionali i costi della crisi. Se non si comprende che il Partito democratico per storia, tradizione e soprattutto vocazione è il partito degli enti locali, del decentramento e della sussidiarietà, delle formichine laboriose, dei borghi e dei paesi e non dei Ministeri, della centralizzazione e delle cicale nei social media, continueremo a tagliare il ramo sul quale siamo seduti. Allora il tonfo, anche nella nostra Umbria, si sentirà forte e chiaro.

 

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