politica

In diretta dagli States. Le Nazioni Unite dei volontari della campagna per Obama, ovvero la "more perfect union" della Costituzione Statunitense

domenica 9 novembre 2008
di Andrea Liberati, Volontario italiano per la campagna presidenziale Obama ’08 - Florida
L’elezione di Barack Obama ha rappresentato il coronamento di una mobilitazione popolare senza precedenti. Una partecipazione che –pochi ne hanno cognizione- forse per la prima volta ha consentito l’impegno attivo e non marginale anche di energie non necessariamente nazionali, accolte a braccia aperte dal Comitato elettorale. In primo luogo, ragazze e ragazzi che, dalla California alla Florida, da New York all’Ohio, si sono spostati per dare una mano negli Stati più difficili per i Blue. Ma l’ulteriore novità è che costoro hanno potuto fare affidamento anche sul sostegno economico di eventuali donatori grazie al sito obamatravel.org. L’unico parametro richiesto era, appunto, l’essere residenti in uno dei non-swing States. Nel nostro ufficio in Miami-Doral c’era, ad esempio, un ragazzo della California che desiderava ripagarsi le sue due settimane di servizio: così ottenne circa $ 900 da anonimi benefattori, nonché il servizio di housing. Un altro volontario, cioè, gli pose a disposizione la propria casa. Più in generale, tra i 160.000 (centosessantamila!) volontari della Florida, hanno lavorato persone provenienti dal Canada, dal SudAmerica, dall’Asia, dall’Oceania, ma anche dall’Europa, magari qui solo per pochi giorni. Davo una mano all’ufficio di Miami-Little Havana quando conobbi Sean, indiano-americano che, lavorando a Londra, ma pienamente consapevole della gravità del momento politico, ha preferito trascorrere le sue vacanze facendo telefonate e suonando i campanelli per convincere gli elettori a votare, prendendo insomma un aereo solo a tal fine. E come dimenticare i 25 (venticinque!) studenti danesi con cui, nelle ultime due settimane, siamo andati porta a porta nel suburbio di Liberty City? Sulle prime, il solo annuncio dell’arrivo a fine ottobre di un gruppo così nutrito –un gruppo che peraltro dichiarava anche l’intenzione di “tenere dibattiti”- provocò una reazione più dura che preoccupata, con dirigenti della campagna che si dichiararono pubblicamente contrari: si temeva –a ragione, in linea di principio- che questi ragazzi potessero destabilizzare una macchina perfetta; i più diffidenti teorizzarono che potessero rappresentare la quinta colonna dei Repubblicani: insomma, agenti al servizio di McCain. Si pensava al complotto –la Florida è la terra dei sospetti, dopo quel che è accaduto nel 2000. Ma i fatti, la grande serietà con cui costoro hanno agito e lavorato per Obama presidente, si sono incaricati di smentire ogni dubbio. Quanto a me, confermo che in questi quattro mesi ho avuto la stessa libertà e possibilità di partecipazione e di interlocuzione di un cittadino americano. Forse persino maggiore. In conclusione, le Nazioni Unite che si sono ritrovate nel generale sollievo per l’elezione di Obama, io le ho conosciute davvero, ritrovandole nello sforzo diuturno e militante di giovani giunti qui da mezzo mondo. Paradossalmente, pure con l’impegno collettivo transnazionale si è dunque realizzata quella more perfect union di cui parla il preambolo della Costituzione Statunitense: quell’unione –oggi- è patrimonio comune, mondiale. E’ anche un po’ nostra. Oggi siamo davvero tutti Americani. Nella foto, Andrea Liberati

La differenza Obama

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