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E dico di Omero, mio amico

lunedì 25 novembre 2019
di Fausto Cerulli
E dico di Omero, mio amico

Sabato mattina sono arrivato in ritardo ad un appuntamento cui tenevo molto. Al Teatro Mancinelli veniva commemorato Omero Tizi. Avevo, all'inizio, qualche esitazione. Omero aveva voluto che la sua morte non avesse il banale inutile manifesto con cui i familiari affranti di solito partecipano la morte dell'amato parente. Io che gli ero stato amico ho saputo che era morto e non sapevo neppure che fosse malato. Aveva chiesto il silenzio e il silenzio fu rispettato.

Poi questa commemorazione ufficiale, una cerimonia per chi non amava le cerimonie. Poi ho capito che gli amici avevano il diritto, forse anche il dovere, di parlare di lui, di quello che era stato per loro. E capisco soltanto adesso perché la commemorazione è stata accompagnata da vino e spumante: la commemorazione non voleva essere un lugubre compianto. Omero era stato anche il sorriso di Omero, la sua maniera leggera di vivere. Anche gli Etruschi celebravano in convivi festosi ogni morte. Il morto non doveva essere rattristato ma semmai festeggiato.

L'Atrio del Teatro era affollato, ho incontrato di nuovo amici che non vedevo da tempo e che erano stati amici di Omero. Ed era tutto un brusio, quasi una preghiera pagana. Io avrei voluto, magari dovuto, parlare di Omero e dire di quello che ha rappresentato per me. Credo di essere stato il primo orvietano a stringere amicizia con lui: eravamo tutti e due del PSIUP, una sigla strana che allora significava molto. E con lui ho vissuto la politica con impegno, ma anche con allegria. Ricordo quando veniva qualche pezzo grosso e dopo la lezione si andava a lautamente cenare.

Io ed Omero non eravamo tra gli invitati: eravamo compagni scomodi, si rischiava che non avessimo troppa reverenza per il predicatore venuto da Roma. Ma noi ci autoinvitavamo: seguivamo senza essere visti il corteo di auto che portava a cena i compagni ortodossi. E arrivavamo di sorpresa nel bel mezzo della cena ed allora nessuno si sentiva di mandarci via. Cena fatta. La cena delle beffe. E i ricordi si affollano: fummo io e lui a frequentare per primi quella che allora era una semplice osteria e che oggi è un noto apprezzato ristorante. Una promozione dovuta modestamente anche a noi due che spargemmo tra amici e conoscenti la voce di un ottimo mangiare
e di un ottimo bere. A prezzi anche modesti, giusti per noi che non eravamo proprio persone decise a scialare.

Ma ora è tutto diverso, non so se nel bene o nel male, e mi vengono in mente le nostre escursioni nella trattoria al Ponte del Sole in cui regnava una dolce signora che con orgoglio fiera del suo essere "tetesca di Cermania", come lei diceva forse con ironia. E da lei meravigliosi pranzi a base di lumache ben grasse e noi dicevamo che erano grasse perché si nutrivano nel vicino cimitero e lo dicevamo con dissacrante allegria. Ma se penso ad Omero penso soprattutto alle nostre gite modeste al Lago di Corbara. Omero pescava quasi sempre senza pescare nulla ma comunque con perseveranza, ed io me ne stavo ad oziare accanto a lui sulla sponda del lago.

E quello che contava era il nostro assoluto silenzio. Contava perché era un silenzio pieno di parole non dette, le silenziose parole della nostra vera amicizia. Mi accorgo che sto parlando di episodi che non sono fondamentali per la vita residua di Orvieto, ma per me è se continuasse, allegramente commosso, il nostro silenzioso dialogo di allora, il tacito dialogo degli affetti veri.

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