opinioni

Tetuan e Casablanca

giovedì 6 dicembre 2018
di Fausto Cerulli
Tetuan e Casablanca

Sono andato in Marocco per turismo, l’anno scorso per lavoro. In questo ultimo viaggio ho rischiato di andare nelle stupende prigioni (e dicendo stupende riprendo ironicamente quanto mi ha detto il direttore dell’orrendo carcere di Rabat-Salé). Quest’anno sono andato in Marocco con una nave traghetto che arrivava a Ceuta, enclave residuo del colonialismo. Per entrare in Marocco occorreva passare per una specie di dogana, che controllava i passaporti.

Mentre faccio la fila per il visto, mi accade di vedere, sulle colline vicine, gendarmi marocchini che picchiavano di santa ragione, e non so perché si dice santa, altri marocchini che cercavano di passare il confine, senza visto, per andare a vendere qualche cianfrusaglia dal povero Marocco alla ricca Ceuta. Non mi è parso vero di tentare uno scoop fotografico, e ho scattato diverse foto su quello che accadeva in collina. Sapevo che non era legale, ma pensavo che nessuno si fosse accorto della mancanza di discrezione, mi sono fatto vistare il passaporto e mi sono avviato verso un taxi che mi avrebbe dovuto portare a Tetuan. Ma non l’avevo fatta franca.

Mentre tranquillamente sto per andarmene, si avvicina un cristo alto due metri, che deve aver visto tutto e che mi chiede di consegnargli la macchina fotografica che ho riposto, per cautela, in una valigia. Provo a dire che non ho nessuna macchina fotografica, ma quello sbirro mi dice di non fare il furbo, e senza molta delicatezza mi spinge verso il posto di polizia, racconta l’accaduto, e ci lascia, forse a caccia di qualche altro imprudente. I poliziotti di turno, rudi come debbono essere i poliziotti, provvedono a estrarre il rullino dalla macchina fotografica e lo fanno a pezzi. Poi uno di loro mi dice soavemente che rischio tre o quattro anni di carcere.

Mi sento già carcerato, poi, come per un istinto di sopravvivenza a piede libero, chiedo di telefonare ad un certo Ben Yussef. Pronuncio quel nome e tutto cambia, gli sbirri diventano improvvisamente gentili, qualcuno mi dice che forse il rullino si può riaggiustare e si offrono di accompagnarmi a Tetuan con una loro auto con tanto di sirena. Ora vi spiego perché l’aver pronunciato quel nome, come ultima chance, ha operato quella sorta di miracolo. Ben Youssef era una specie di spauracchio, in quanto era il Procuratore Generale del Marocco: e il mio non è stato un bluff.

L’anno precedente avevo conosciuto il suddetto Procuratore, che mi aveva aiutato a dipanare con successo  una intricata vicenda giudiziaria. Sapevo che in ogni caso il Procuratore mi avrebbe aiutato, ma non mi aspettavo che il solo pronunciare il suo nome mi sarebbe stato salutare. La faccenda ha avuto comunque un seguito tragicomico: da Tetuan mi è presa vaghezza di andare a Casablanca. Mentre guardavo l’orribile moschea tutta nuova, bianca come un’ ostia, progetto scaturito probabilmente da qualche architetto italiano, in vena di cazzeggiare, sento, tra la folla immensa di fedeli che andavano a pregare nella Moschea nuova di zecca, e di turisti colti da ignorante meraviglia, sento dunque una voce che mormora accanto a me la parola avvocato.

Non penso che si rivolga a me, anche perché spesso mi vergogno un pochino di essere avvocato. Infine individuo il tizio che mi ha chiamato, e indovinate chi era: il capo del posto di polizia che mi aveva garantito tre o quattro anni di carcere. Per un attimo sono rimasto spaventato della serie che hai visto mai che ci hanno ripensato. Invece lo sbirro, in permesso, mi dice che ha la moglie in ospedale, e che lui non ha soldi per curarla, e mi chiede di aiutarlo con un prestito che non mi avrebbe restituito. Forse, sapendo che ero comunque un avvocato italiano che conoscevo addirittura il Procuratore del Re, deve aver pensato che io fossi benestante se non ricco.

Non ho avuto il coraggio di dirgli che, non avendo versato i dovuti contributi per non avere denaro sufficiente (ho fatto l’avvocato senza farmi pagare o facendomi pagare poco e non me ne pento, ho soltanto la pensione sociale, e mi barcameno ancora a fare l’avvocato, ovviamente. come prima, gratis et amore Dei che io sono anche ateo), ma queste lamentele, come si suol dire, esulano dalla narrazione, essendo affaracci miei.

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