opinioni

Sulla nostra pelle

mercoledì 7 novembre 2018
di Fausto Cerulli
Sulla nostra pelle

Il film di Alessio Cremonini "Sulla mia pelle", che racconta lo strazio cui fu sottoposto Stefano Cucchi prima di morirne, è un terribile atto di accusa contro questo Stato crudele e cialtrone. Giustamente Ilaria cerca di farlo vedere dovunque, perché tutti conoscano uno Stato che fino all’ultimo, con depistaggi superati solo da quelli che ancora oggi coprono i responsabili della strage di Piazza Fontana o di quella di Bologna, ha cercato di coprire chi ha mandato a morte suo fratello Stefano. E lei stessa cerca di essere presente ad ogni proiezione, con il suo volto che sembra ancora segnato da quella morte, e dalla rabbia cocciuta con cui ha cercato di stanare, nonostante i depistaggi, i responsabili di quell’orrendo mortale strazio.

La battaglia di Ilaria sembra ora vinta, con il rinvio a giudizio di due carabinieri. Ma Ilaria è convinta, o deve esserlo, che la battaglia non è ancora finita. I due carabinieri sono accusati di semplice, per così dire, omicidio preterintenzionale: il che significa che, secondo i magistrati della Procura non avrebbero avuto intenzione di uccidere Stefano, ma soltanto quella di infierire sul suo corpo, esagerando magari nel selvaggio pestaggio. Anche uno studente del primo anno di Giurisprudenza sa o dovrebbe sapere che l’omicidio preterintenzionale non è molto grave, e che la pena prevista  per tale reato è quasi simile a quella prevista per un omicidio colposo. Il che significa che con ogni probabilità, terminati i tre gradi di giurisdizione, i due carabinieri felloni saranno assolti per la famigerata prescrizione.

A meno che i due picchiatori non  ricorrano al cosiddetto patteggiamento: nel qual caso potrebbero  essere condannati al massimo a due anni di reclusione con la sospensione condizionale della pena. L’unica speranza di vederli finire in carcere sta in una eventuale decisione del giudicante di cambiare in corso di causa l’imputazione in quella di omicidio volontario o di delitto con dolo eventuale, che ricorre quando gli imputati, pur non volendo uccidere, hanno avuto coscienza della possibilità che il loro comportamento potesse causare la morte della persona sottoposta a pestaggio, e ciò nonostante non hanno desistito dal loro infame comportamento.

Ma la possibilità che il capo di imputazione possa essere modificato “in peius” nel corso del dibattimento è davvero molto rara, e sarebbe una sorta di miracolo in questo Paese disgraziato dove un uomo in divisa conta più di quattro senza divisa. Chi glielo fa fare, al giudice giudicante, di modificare il capo di imputazione? Con il rischio di essere messo all’indice e di sciuparsi la carriera...

Ovviamente esistono giudici coraggiosi come esistono carabinieri rispettosi dei diritti umani, anche quando si trovassero di fronte un drogato, magari anche spacciatore, come sembra essere stato Stefano. In Italia, almeno per ora, non esiste la pena di morte per chi si droga o spaccia. E il reato di tortura, faticosamente inserito nel nostro codice penale, che risale al tempo del fascismo e che nessun partito politico ha il coraggio di cancellare o almeno di riformare. Si tratta di materia scottante, del tipo chea chi tocca i fili muore, e nessun governo vuole morire. Ilaria è una donna coraggiosa: la sua incrollabile ricerca della verità merita tutta la nostra solidarietà e il nostro affetto. E i suoi avvocati hanno saputo dimostrare chbe non tutti gli avvocati sono pavidi ed avidi.

Ma la vittoria di Ilaria, con tutto il rispetto per chi ha seguito ed aiutato la sua implacabile battaglia, combattuta non solo per Stefano ma per tutte le vittime di questo Stato imbelle e complice, rischia di essere una vittoria di Pirro. E ad Ilaria converrebbe rivolgersi alla Corte Europea per i diritti dell’uomo. Una Corte che, nonostante la Merkel e Macron, dimostra talvolta che esiste un giudice giusto a Strasburgo.

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