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La Biblioteca di Vita della Signora Tammaro

venerdì 11 agosto 2017
di Guido Barlozzetti
La Biblioteca di Vita della Signora Tammaro

Discreta e elegante, come in tutta la sua vita, ci ha lasciato la signora Tammaro. Voglio chiamarla come sempre mi sono rivolto a lei, nei tanti anni di una frequentazione nata nella Biblioteca Comunale di Orvieto, intitolata a Luigi Fumi. Nel tempo in cui si trovava al piano terra del Palazzo Clementini che ospitava l'ormai antico Liceo Classico, intitolato a Filippo Antonio Gualterio. Cito questi nomi, perché fanno parte a vario titolo della storia culturale e politica della nostra Città, non sempre ricordati come si dovrebbe e non solo per quel burocratico riflesso memoriale di cui spesso ci si accontenta.

Vale anche per la Signora Tammaro a cui si deve di aver ricostituito e riorganizzato un'istituzione fondamentale per la vita della Città, voglio sottolinearlo per la Vita della Città, e di averla presidiata per una stagione che va dalla fine della Seconda Guerra Mondiale agli anni Ottanta del Novecento.

Chi l'ha conosciuta sa della sua dedizione a un'idea che oggi ci sembra lontana, per certi versi quasi rimossa da una percezione delle cose tutta schiacciata sull'attualità e risucchiata dall'emotività rabbiosa e smarrita della crisi che attraversiamo, l'idea che la Cultura - ci metto la maiuscola - fosse la leva indispensabile del miglioramento e della crescita di una società e che in questa visione il Libro fosse un deposito essenziale di conoscenza, dialogo, scambio, apertura.

Poteva sembrare che contrastasse con questa idea il silenzio claustrale della Biblioteca. Quando si entrava, si avvertiva di oltrepassare una soglia oltre la quale si accedeva a una cattedrale le cui navate era riempite dalle scaffalature dei libri, con i fedeli seduti ai tavoli assorti e persi nella lettura. Dal frastuono del Liceo e della piazza si passava in una sorta di tempio che, certo, rimandava a una concezione idealistica della cultura, se si vuole anche élitaria, ma che aveva in sé la forza di testimonianza di un valore che comunque si imponeva e costringeva a un confronto.

Anche a chi nel corso del tempo avrebbe sentito il limite che vi si nascondeva, la distanza rispetto al "fuori" e alle sue contraddizioni, che si sarebbe manifestata nella rivendicazione di un processo di crescita dal basso, di una condivisione con il cosiddetto "Popolo", prima, e con le masse degli esclusi, dopo, che fossero i giovani che annusavano un'aria nuova, o il mondo del lavoro con le sue alienazioni. Per non parlare delle nuove galassie post-gutemberghiane annunciate dalla televisione.

Poi, abbiamo visto quanto di (anche) contraddittorio e di demagogico utopismo (l'Utopia è un'altra cosa) ci fosse in certi entusiasmi. E poi, ancora, abbiamo dovuto confrontarci con un dispositivo tecnologico - di cui appunto la televisione era solo l'avvisaglia artigianale - che ha ridimensionato la già limitata "civiltà del libro", le cui cause e i cui effetti siamo lungi dal poter misurare, in ogni caso senza cedere alle banalizzazioni apocalittiche.

Ma qui vogliamo e dobbiamo parlare della Signora Tammaro che non derogò mai a quei principi, che tenne fermo il timone, non negandosi però alle aperture che vi erano possibili e in ogni caso consapevole che il patrimonio su cui vegliava non era solo un deposito di carta, ma una promessa a futura memoria, un tesoro, per riprendere la metafora ecclesiale, una reliquia viva e vitale, che stava lì in quelle sale, solo in attesa di rinascere ogni volta nell'attualità di un contatto e di una sensibilità.

C'è ancora un'altra cosa che voglio dire. Spesso ci dimentichiamo nei nostri discorsi della Vita, della totalità della vita, testa, cuore, anima, corpo, idee, sentimenti, ci accontentiamo e ci soddisfiamo delle parole. Bene, la Signora Tammaro ci ricorda che i suoi libri non stavano in un'altra dimensione rispetto alla quotidianità dell'esistenza, che le stanze non sono mai separate e che troppo comodo sarebbe pensare che quello che si fa in una non abbia a che fare con quello che si fa nelle altre.

La vita Le aveva consegnato un'esperienza familiare che troppo spesso ancora oggi viene affrontata con il pregiudizio se non con lo scherno triviale, ebbene Lei non ha ceduto al destino, ha sentito la forza di una sfida, dolorosa, dura, sconcertante e terribile, ma una sfida che faceva tutt'uno con la cultura, se questa è la capacità di tenere insieme la profondità più ancestrale, primordiale e, in una parola, materna, con l'ostinazione di chi crede nella conoscenza, nella forza dei saperi, nella dignità e nella responsabilità che si inverano l'una nell'altra. E' un lascito che non ha tempo e che meriterebbe di essere ricordato.

Al funerale, nella Cappella del Corporale del Duomo, c'erano le generazioni di chi l'ha conosciuta e di chi ha continuato il suo lavoro, nelle difficoltà e nella scarsità di questi anni.

Voglio dirlo con una punta di amarezza. Non eravamo molti.

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