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Mani sporche

domenica 12 febbraio 2017
di Fausto Cerulli
Mani sporche

Mentre ricorrono venticincque anni dall'inizio di quello che ci si ostina a chiamare "Mani Pulite" e che meglio sarebbe chiamare "Mani Sporche", vorrei raccontare un episodio del quale sono stato quasi involontario partecipe. In quel periodo si celebrò un procedimento in cui si doveva decidere se rinviare a giudizio, tra gli altri, Craxi, Romiti e Mattioli, gli ultimi due targati Fiat, il giudice del procedimento decise di nominarmi difensore d’ufficio di Craxi. Il difensore di fiducia. Nicolò Amato, si era dato malato anche circolava nelle altre aule del Tribunale. Il giudice mi spiegò che, in assenza del difensore di fiducia aveva ritenuto di dover affidare la difesa d’ufficio ad un difensore che godesse di un qualche prestigio, quale allora si pensava che io fossi. Accettai l’incarico. E voglio subito smentire quanto vanno dicendo i figli di Craxi, sull’eroico esilio del padre. Tra le carte del processo trovai infatti un decreto di irreperibilità concernente proprio Craxi, allora destinatario di un mandato di cattura internazionale.

Nel testo del decreto si diceva che la polizia italiana aveva cercato invano qualche traccia del Bettino nazionale, ma senza esito. Si era allora pensato di indagare in Tunisia, dove notoriamente Bettino aveva una villa. Anche in questo caso nessuna traccia di Craxi, anche se lo stesso comiziava continuamente da Hammamet. In sostanza lo Stato italiano, che sarebbe stato persecutore di Craxi, gli aveva
invece concesso una sorta di salvacondotto per evitargli la galera. Un decreto fatto ad hoc decretava che Craxi non poteva essere arrestato perché era sparito nel nulla. Ma non fu questo il solo episodio curioso, per non dire peggio, di quel procedimento. Il pm, che era Francesco Misiani aveva chiesto il rinvio a processo di tutti gli imputati. Ogni difensore, io tra gli altri, cercò di smontare la richiesta.

Quando fu il turno dei difensori degli imputati marca Fiat, difensori abili ed in genere prolissi, gli stessi, quasi in coro o in duetto, si limitarono a dire che un rinvio a giudizio dnon c’erillustri assistiti avrebbe inferto un colpo mortale alla già debole economia italiana. Risultato: tutti gli imputati furono rinviati a giudizio, tutti meno che Romiti e Mattioli. E l’economia italiana fu salvata da un giudice.

Finito il procedimento incontrai il pm, Francesco Misiani, per gli amici, tra i quali io, detto Ciccio, che sembrava incredulo di fronte ad una decisione basata non sulla giustizia ma su un presunto interesse economico dell’Italia. Finale grottesco: avendo partecipato a circa venti udienze, mi permisi di chiedere al latitante difensore di fiducia di Craxi, di farmi avere un qualche risarcimento pecuniario. Il collega mi assicurò che non esisteva alcun salvo dirmi qualche giorno dopo, che problema, salvo dirmi, qualche giorno dopo, che Craxi, povero esule, non aveva una lira. E fu allora che mi convinsi che non ero tagliato per fare l’avvocato di persone importanti. E, perso per perso, decisi di difendere solo i poveri cristi.

 

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