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In morte di un amico

martedì 22 novembre 2016
di Fausto Cerulli
In morte di un amico

Mi trovo di nuovo a scrivere di un amico morto, sperando che qualcuno, al momento giusto, voglia farlo per me. Forse non tutti lo conoscevano ad Orvieto, lui faceva di tutto per non stare sulla scena, non so se per modestia o per scetticismo. Era stato assistente universitario e si era occupato di editoria. Quando era assistente in diritto della navigazione, decisi di affrontare quell’esame. La sera prima mi premurai di telefonare a Paolo e, in maniera allora sconveniente, concordammo le domande che mi avrebbe fatto.

Il giorno dopo, come da copione, Paolo cominciò ad interrogarmi. Tutto sembrava filare liscio, poi Paolo fu chiamato al telefono e dovette assentarsi. Un suo collega, tanto per sciupare il copione, decise di continuare lui l’interrogatorio. Momenti di panico, poi Paolo tornò in aula, disse al collega di lasciarlo fare, mi avrebbe cucinato lui. Ovviamente passai l’esame. Alla faccia degli esami inutili e stupidamente a sorpresa. Poi Paolo mi suggerì la tesi di laurea in diritto della navigazione, a me che non sapevo e che non so nuotare. Tesi che più banale non si poteva: concetto di nave in diritto della navigazione, che a ripensarci ancora mi vergogno.

Alla faccia comunque degli esami che non servono a nulla. Poi Paolo tornò a vivere ad Orvieto, dopo un passaggio nel campo dell’editoria. Riprendemmo la vecchia amicizia, ora con maggiore frequentazione. Ricordo il suo sorriso strano, come volesse prendere in giro o prendersi in giro. Profondamente scettico, anche se credente, almeno credo, e grande amico di Padre Chiti che era stato granatiere come lui. Per qualche tempo fu custode responsabile della chiesa di San Francesco, e lo faceva seriamente, spiegando la chiesa ai pochi visitatori. Una volta mi fece vedere un affresco venuto alla luce nella sagrestia e ne era orgoglioso come lo avesse affrescato lui.

Parlava raramente del suo passato, segnato da qualche lutto che lo aveva colpito alla radice, e lo aveva in qualche modo scolpito da un fulmine. Eppure sapeva essere brillante, con battute secche e riflessioni acute. Aveva i modi eleganti, il vestire sempre elegante ma come per caso. Fu anche mio cliente, doveva avere dei soldi per un lavoro intellettuale, ma il debitore faceva orecchi da mercante. Forse fu quella l’unica volta che lo sentii lamentarsi.

Penso non si trovasse bene ad Orvieto, città che sa essere cinica, incapace spesso di apprezzare i veri ingegni. Ma non lo ho mai sentito parlare male di Orvieto o degli orvietani. Sapeva rispettare tutto, come se non si aspettasse nulla. Siamo stati molto amici, forse senza neppure saperlo. Sentivo il suo affetto sulla pelle della miafare anima e cercavo di ricambiarlo per quanto so ancora fare.Ho letto la notizia della sua morte su un giornale locale, e mi sono ricordato di averlo vergognosamente quasi dimenticato. Ora che è trpppo tardi penso che andrò al suo funerale, nella chiesa che fu di Padre Chiti. E proverò a pregare per lui, anche se in genere Dio non mi ascolta. Ma tu, Paolo, non hai bisogno delle mie preghiere. Riposa in pace, amico mio dalla vita difficile.

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