opinioni

Il giorno della civetta

mercoledì 17 febbraio 2016
di Fausto Cerulli
Il giorno della civetta

Orvieto è una città medio alta, e molto strana. Leggo che i commercianti chiudono, fuggono dalla Rupe come fosse scoppiata la peste, sbattono le porte in faccia a se stessi. Poi scendo ad Orvieto dal mio borgo ventoso e trovo mille negozi nuovi, vetrine piene di mutande che ci stanno anche bene visto che qualcuno mandato da Napolitano ci ha ridotto in mutande. E fin qui nulla di strano, anche se uno poi pensa che gli orvietani della Rupe vivono di vestiti peggio che le tarme.

Ma adesso voglio provare a fare il serio, della serie tra il serio e il faceto. Mi accadde di scrivere di presenze camorristiche ad Orvieto quando dettero fuoco alla pizzeria di un napoletano, un pizzarolo che non voleva pagare il pizzo e che per pararsi le terga (si noti l’eleganza del termine) disse che si era trattato di autombustione, come dire fatevi le pizze vostre. Prima mi era accaduto di parlare di presenze ndranghetistiche in occasione dell’assassinio dei coniugi Gaddi, quelli della valle dei laghi. E tutte le procure a darmi del visionario, poi su un quotidiano nazionale indicai con accenni chiarissimi il mandante dell’omicidio e guarda caso gli prese un infarto mortale proprio il giorno in cui uscì il mio articolo, della serie che la giustizia divina funziona meglio di quella terrena.

I miei quarantacinque lettori, se il numero non è calato, vorranno scusarmi il preambolo paragiudiziario. E vengo al sodo, senza essere al soldo di nessuno. I commercianti orvietani chiudono e fuggono, vendono a prezzi straccati le licenze, con licenza parlando. Al loro posto spuntano come funghi nuovi esercizi, vengono rilasciate licenze per mangiare, per comprare il pane fresco, per leccare gelati. E, guarda caso, tutti i nuovi arrivati arrivano dalla stessa regione. E forse per la stessa ragione. Dio mi guardi dal parlare di mafia, la mafia non esiste, la lupara serve a cacciare lupi, come giusto. E Dio mi guardi e scampi di parlare di riciclaggio, che è come la mafia, non esiste. Non voglio dire male di nessuno, ma a pensar male qualche volta ci si azzecca. Non voglio fare l’economista nelle tasche degli altri, ma mi chiedo come mai, in questa desolazione a corrente non alternata si trova gente disposta a spendere per aprire attività in questa città di commercianti fuggiaschi.

Ovviamente il Comune ha il il diritto, anzi la licenza, di rilasciare licenze a chi gli pare, purché non siano licenze di uccidere. Io non posso e non voglio parlare di mafia se non vedo le coppole, e le coppole non si lasciano vedere in giro, magari qualche cappello in feltro. Sempre per pararmi le terga, e per pararle al direttore, mi limito a gettare un sassolino nell’acqua e a levarmi un sassolino dalla scarpa. Orvieto è diventata come la Fiat degli anni Cinquanta, succhia gente dal sud per succhiarle il lavoro a basso costo e la sicula dignità con la differenza che qui nessuno succhia sangue, si succhiano gli affari.

Da parte mia non posso non applaudire a questa rivincita del bistrattato Sud. Che prospera dove gli altri sprosperano. Il Sud, che credevamo povero, sta scialando ricchezze in quel di Orvieto. Una linfa per una città in palese decadenza, una iniezione di quasi ripartenza. Io qui lo dico e qui lo nego: prima di rilasciare certe licenze, magari si potrebbe richiedere un certificato anti mafia. Ma resterebbe una domanda: chi certifica i certificatori? Passo e chiudo e mi tolgo la coppola in segno di rispetto e di dispetto.

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