opinioni

La metro B.ella

giovedì 18 giugno 2015
di Fausto Cerulli
La metro B.ella

Uno scende come in una catacomba; e sulle banchine una luce artificiale che sembrano candele ma non sono tremolanti. I volti delle persone sono segnati di una pazienza infinita; anzi, non è pazienza, è rassegnazione. Una donna rom, molto rom e molto donna, tiene allacciato al seno un poppante dagli occhi enormi, famelico come un lupetto nella steppa. Penso che gli farebbe bene stare all’aria aperta, al rompoppante; che anche il latte sarebbe meno inquinato.

Ma capisco che se la madre lo tiene in questo posto disagiato non lo fa per piacere o per disfarsi del figlio: sta a chiedere l’elemosina, e nessuno ha un euro di pietà. Anzi: vedo che si avvicina un agente, la squadra con un certo disprezzo, poi le dice qualcosa sottovoce. Deve andare via, è proibito l’accattonaggio; per fortuna non le chiede il permesso di soggiorno: se lo facesse la donna sarebbe spedita in quattroequattrotto in un centro di accoglienza temporanea, insieme al figlioletto. E l’accoglienza temporanea è un’accoglienza lager.

A Ponte Galeria, che sarebbe meglio chiamarlo ponte galera o ponte lager. Allora mi avvicino; dico all’agente che la donna è la mia donna, la prendo sottobraccio, accarezzo il bambino, che ora dorme come un angioletto capitato senza saperlo nell’anticamera di questo inferno disumano.L’agente non mi crede, penso che pensi che sono uno sfruttatore ; allora gli faccio vedere il tesserino di avvocato. E mi guarda incazzato: ma non se la sente di replicare. Ora la donna mi sorride, quasi allegra. Prendiamo insieme, senza sapere perché, la scala mobile. Arriviamo nell’atrio della Stazione Termini. Molte luci, molta confusione, troppa gente che deve partire o che è dovuta arrivare; tutta gente che vive per obbligo.

Molti guardano la donna che sta con me: guardano la sua gonna che fu di mille colori ed ora è quasi stinta; guardano il bambino addormentato contro il suo seno gagliardo, ancora nudo. Ma soprattutto guardano me che la guardo con qualche dolcezza, mentre lei mi tiene sottobraccio, come per essere protetta. Sono felice di attirare su di me un muto disprezzo, come se fossi complice di chissà quale delitto. Così le faccio da parafulmine. Le evito il disprezzo a cui comunque è abituata. Entriamo dentro un bar, ordino un caffè, le dico di ordinare quello che vuole. Lei mi dice che si vergogna di ordinare, ha paura che la caccino via; mi sussurra di chiedere per lei un bicchiere di latte ed una pasta.

Ci sediamo ad un tavolo; lei è impacciata con quella gonna larghissima di fiori sbiaditi; allora le tolgo il bambino dalle mani, me lo stringo al petto. Ora siamo proprio una coppia normale; marito moglie e figlio seduti al tavolo di un bar. Ma allora, mi chiedo, per quale motivo la gente che passa ci guarda come se fossimo una stranezza antropologica? Mi infastidiscono quegli sguardi incuriositi e malevoli: allora prendo una mano della donna, e la stringo alla mia: e le accarezzo i capelli, e la bacio sugli occhi. Lei mi lascia fare; ha capito che non ho cattive intenzioni, e anche se fossi un mascalzone per lei non sarebbe diverso.

Adesso che ho capito che lei ha bisogno di me, comincio anche io ad avere bisogno di lei. Siamo due nomadi in un mondo di gente che è stanziale anche quando cammina in fretta, e si affanna verso qualche meta forzata. Lei mi fa sentire libero, leggero; con quel marmocchio tra le braccia potrei sfidare il mondo. Non parliamo di nulla; non abbiamo bisogno di parlare. Lei spesso mi stringe un polso come per non farmi andare via; e beve il suo bicchiere di latte come fosse un nèttare. Quando l’ho incontrata nella catacomba metropolitana, aveva il volto quasi grigio; ora la sua carnagione è rosa, è rilassata. Sorride di uno strano sorriso; il sorriso di un mondo tutto suo, impenetrabile anche se vulnerabile. Come è vulnerabile lei; ed impenetrabile al male. E’ più bambina del suo bambino che mi dorme adesso appoggiato ad una spalla.

Dovevo andare da qualche parte, quando sono sceso nella catacomba; ora non ricordo nulla, forse lei mi ha stregato. E comincio ad odiarla: penso a tutte le storie che ho sentito sulle donne come lei; che sono ladre, che sono  mezze streghe, che fanno incantamenti e sortilegi. E mi assicuro, senza vergogna, che il mio portafoglio sia al suo posto, e che il mio orologio non sia volato via dal mio polso. Lei si accorge dei miei gesti, capisce che ho paura di lei: i suoi occhi smettono di essere allegri, si riempiono di lagrime. Ora anche il bambino, che intanto si è svegliato, piange come fanno i bambini quando
si svegliano.

Allora smetto di odiare quella donna, e comincio ad odiarmi per quell’inizio di odio che avevo provato. Passano due miei amici, una donna ed un uomo; mi riconoscono ma fanno finta di nulla; e stanno per tirare di lungo: allora li costringo a fermarsi. E presento loro la mia nuova fidanzata zigana, e il nostro bambino. Fanno un saluto di circostanza, imbarazzati e maldisposti. Ma lei li disarma con un sorriso dolcissimo ed ironico allo stesso tempo; e dice loro, e dice a me, e dice a se stessa: ” la nostra è una dolcissima storia d’amore”. Quando ha cominciato a far notte, mi ha detto che doveva andare, che doveva tornare al campo, sulla riva del Tevere. Le ho chiamato un taxi, ho pagato in anticipo la corsa: lei mi ha abbracciato; io ho stretto forte forte il nostro bambino.

Ho sentito dire tutto, delle donne rom; ma nessuno ha detto mai che sono puttane. Vado spesso al campo dove abita; coccolo il nostro bambino; ma tutti mi guardano con diffidenza.Soltanto quel bambino ci può salvare tutti. E lei lo tiene stretto contro il seno; e permette soltanto a me di prenderlo in braccio. Accanto a noi il Tevere è nero di acqua cattiva; i rom rimpiangono i loro fiumi. E lei mi sorride, adesso è lei a proteggermi.

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