opinioni

Sciopero del pubblico impiego? Non ci sono abbastanza ragioni per farlo

martedì 20 settembre 2011
di Danilo Buconi

La notizia della convocazione di uno sciopero generale del pubblico impiego, decisa da un'organizzazione sindacale per il prossimo 28 ottobre, non mi ha lasciato semplicemente perplesso e stupefatto ma mi ha irritato alquanto per non dire che mi ha fatto letteralmente indignare. Molto di più di quanto non abbia fatto il recente "sciopero dei Sindaci" con remissione figurativa di alcune deleghe nelle mani dei Prefetti, al quale avrei risposto con il commissariamento immediato di quelle Amministrazioni e con l'indizione immediata di nuove elezioni amministrative anticipate per il prossimo autunno. Nessuno obbliga nessuno a mantenere un incarico al cambiare delle condizioni di partenza: se non si ha la capacità politica per far fronte ad una disponibilità finanziaria ridotta non si vede nessun problema: le dimissioni dall'incarico sono una scelta libera, civile e democratica e il problema è presto risolto!

Lo stesso ragionamento, per quanto mi riguarda, vale candidamente per tutti i dipendenti del pubblico impiego: non si condividono le condizioni economiche oppure contrattuali o altro? Nessuno obbliga nessuno a restare al proprio posto di lavoro e chiunque, liberamente, può dimettersi da quel posto di lavoro e cercarsi sul mercato le condizioni di lavoro, economiche e di libertà, che si desiderano. Fermo restando che nel mercato privato difficilmente si reperiranno anche solo piccoli scampoli di quella libertà e sicurezza che caratterizzano il posto di lavoro pubblico. Io credo, quindi, che di motivi utili ad una mobilitazione del pubblico impiego non ve ne siano ancora abbastanza - ferma restando la sacrosanta libertà sindacale e la libertà di scelta di ciascuna organizzazione e di ciascun individuo - e che l'occasione della legge di stabilità, che il Governo presenta ogni anno per quello successivo entro l'autunno, possa rappresentare l'occasione per dare qualche motivo in più ai dipendenti pubblici per scendere in piazza a scioperare.

L'Italia conta circa 3 milioni e 400 mila dipendenti pubblici per una spesa complessiva, riferita al 2009, pari a circa 170 miliardi di euro, cui vanno aggiunte le spese di mantenimento, gestione e manutenzione degli uffici nonché le spese per servizi correlati: è facilmente stimabile quindi che la cifra complessiva del sistema possa aggirarsi intorno ai 250 miliardi di euro l'anno, roba da far venire l'orticaria in tempi di eccezionale crisi del lavoro privato e dell'economia quali quelli che stiamo vivendo. Stanti queste cifre, la definizione della legge di stabilità potrebbe e dovrebbe rappresentare dunque l'occasione opportuna ed irrinunciabile per iniziare una grande riforma del mondo del pubblico impiego attraverso una drastica riduzione delle risorse ad esso destinate per girarle su investimenti produttivi, utili alle famiglie e quindi alla crescita complessiva e globale della nostra economia e del nostro Paese, con indubitabili vantaggi anche sul piano della fiducia internazionale. Il progetto dovrebbe contemplare una riduzione di spesa di settore di almeno il10% a partire dal bilancio statale del 2012, per crescere al 15% nel 2013 e al 20% nel 2014, ipotesi che in termini reali consentirebbero di recuperare risparmi (considerando comunque le spese fisse irremovibili) per circa 20 miliardi di euro nel 2012, 25 nel 2013 e 30 nel 2013, pari quest'ultimi al valore di due punti percentuali di pressione fiscale Irpef.

Senza considerare l'opportunità che potrebbe essere rappresentata da una profonda riforma delle condizioni contrattuali del settore pubblico, a partire dall'equiparazione dell'orario a 40 ore settimanali, da una riorganizzazione complessiva delle strutture cui far seguire una ridefinizione seria e profonda degli organici in funzione delle necessità di settore, anche arrivando all'utilizzo della risorsa della mobilità di personale e del part-time per i settori che dovessero risultare in sovra-organico di personale, fino a giungere alla misurazione obiettiva di capacità e produttività di ciascun dipendente pubblico come fattori determinanti per misurare il compenso economico e lo stesso diritto al mantenimento del posto di lavoro. Ipotesi, tutte queste, che oltre a rendere probabilmente più efficiente la macchina amministrativa pubblica rispetto alle esigenze del complesso della cittadinanza, consentirebbero ulteriori consistenti risparmi di spesa pubblica da destinare ad investimenti veri e veramente utili all'economia nazionale e al prestigio internazionale del nostro Paese.

Se si convoca uno sciopero generale solo per lo slittamento di un anno di contrattazione o di un anno di pensionamento, non oso nemmeno immaginare cosa potrebbe succedere con l'applicazione di scelte davvero riformiste come quelle proposte in materia di orario di lavoro e di produttività vera: credo però che si tratterebbe di una forte e bella sfida da lanciare e per la cui attuazione dovrebbe premere sulle stesse organizzazioni sindacali, in maniera sollecita, democratica e compatta, tutto il mondo del lavoro privato.

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