opinioni

Schegge di tufo

giovedì 19 agosto 2010
di Nello Riscaldati

Orvieto, 5 Agosto 2010 ore 18.
Nella Chiesa di S. Andrea si ricorda con una Messa in suffragio l'esistenza terrena di Marcello Conticelli, maestro orvietano della lavorazione artistica dei metalli. Da quelli vili a quelli preziosi, dal ferro, attraverso il rame e l'argento, fino all'oro. Si tratta di una preziosa scheggia del nostro Tufo volata giusto un anno fa nell'alto del Regno dei Cieli.
Numerosi i convenuti raccolti in un silenzio di preghiera, temperatura mite data la stagione e fuori il sole d'agosto che ci ricorda che, tutto sommato, stare al mondo è ancora una cosa incredibilmente bella.
Ma dal Cielo l' Onnipotente, appunto per richiamarci alla mente che con la Sua onnipotenza, fece nevicare a Roma proprio il 5 agosto del 362 per indicare al Papa Liberio dove avrebbe dovuto essere edificata la Basilica di S. Maria Maggiore, decide di manifestare un segno anche su Orvieto, un segno minore ma comunque significativo e forse a saldo di qualche recente peccatuccio che la città dovrebbe aver commesso in questi ultimi tempi e che forse doveva ancora scontare.
Ed ecco che, esercitando il fattore sorpresa e nel bel mezzo di una giornata di sole, ti rovescia addosso un acquazzone violento che in trenta secondi infradicia quei quattro turisti che ancora trovano il fegato di ramingare per vicoli e piazzette alla ricerca di non si sa bene che cosa anche se non sono pochi quelli che affermano che, ammirato il Duomo e quant'altro previsto dal programma, la cosa più ricercata dai turisti che sostano qualche ora nella nostra ridente cittadina, e senza dubbio un bagno pubblico dove potersi liberare, con una scarica di botti, di tutti i loro problemi.

Don Luca, figlio di Marcello, con voce tonante quasi da arringa da Pubblico Ministero, ammonisce i presenti circa il rischio della perdita della memoria del nostro ieri perché, rimarca l'oratore, se ciò si verificasse non saremmo più nella condizione di individuare né il verso né il senso del nostro domani dato che non possiamo pretendere che tutto ci cada dal Cielo, rifinito ed incartato, come un regalo dovuto.

E fu appunto durante l' omelìa che dal cielo cominciò a cadere una pioggerellina, tipo quella di marzo che però, in qualche secondo, diventò una doccia violenta a grosse gocce e che prese a schiaffi, come già detto i rari turisti d' agosto e i rarissimi orvietani che strisciavano, muro muro, alla disperata ricerca di un brandello di riparo.
Qualcuno tra quelli usciti dalla Chiesa al termine della Messa, guardando in alto, avanzò persino l'ipotesi che forse, sempre dall'alto dei Cieli, lo stesso Marcello stesse dando proprio in quel momento un segno di contenuto alle parole di Luca, (il figlio, non l'Evangelista), volendo significare, con questo improvviso ed impietoso acquazzone, l'importanza della memoria e cioè del ricordare sempre di portarsi dietro un straccio di ombrello quando l'aspetto del cielo non è abbastanza chiaro nelle sue promesse. Pioverà, non pioverà,..speriamo di sì,...speriamo di no,...!
Alla peggio l'ombrello servirà per ripararsi dal sole.
Comunque Marcello, che amava la sua città e i suoi concittadini, anche se pagavano poco e "a piagne" i suoi capolavori, dovrebbe essersi rivolto verso l'Alto tanto che Colui, che ciò che vuole può, con un semplice " tiè!", fece calare verso est, in modo che tutti potessero vederlo, un doppio arcobaleno dai sette colori e dalle sette bellezze.
Ma il Sindaco e la Giunta, riuniti e concordi, pensarono che, visto lo stato attuale delle finanze orvietane che ne stanno passando di tutti i colori, pensarono che sarebbero stati molto ma molto più utili sette milioni di euro. Ma, ancora dall'alto dei Cieli, Marcello Conticelli, ascoltando tali bizzarri ragionamenti, esternò la sua meraviglia borbottando:

-E chi se lo sarebbe mae creso che sarèssimo annate a fini' così,..co' 'ste straccio de raggionamente.!-


Dislocato in un angolo della Chiesa dal quale non potevo vedere l'altare ad un certo punto sento emergere una voce stranota.

Ma certo,..! E' lui,... è Don Marcello,..Don Marcello Pettinelli, altra nobile scheggia di tufo durissimo vestita da prete da tempo immemorabile.
Esiste persino una scuola di pensiero che sostiene che Don Marcello sia addirittura nato prete e che poi sia cresciuto su tra parrocchie e parrocchiette di campagna muovendosi qua e là e su e giu per sentieri brulli e strade polverose fino ad approdare sulla Rupe per chiudere il cerchio a S. Andrea che ora regge e governa appunto insieme a Don Luca Conticelli.

Figura gigantesca, a tratti mansueta, a tratti irruenta. Oratoria che si estende per molte ottave dai toni bassi della voce bonaria del babbo che mette sull'avviso i figli circa i pericoli del mondo, al toni vigorosi e profetici del quaresimalista, che si sporge pericolosamente dal pulpito fino a dar l'impressione di cadere, e che esorta e spesso ordina ai fedeli di pentirsi dei loro peccati e di rientrare nel solco.

Caro Don Marcello, carissimo amico mio e di tutti, di recente mi sono un po' arrogato, senza averne né i mezzi né il diritto, il compito di ricordare a me e agli altri alcune figure che sono state, per motivi diversi, un po' i pilastri recenti della nostra Rupe e ai quali forse non sarebbe male, dedicare loro qualche Via piuttosto che intitolarle al Sambuco dove siamo già arrivati o al Rapònzolo dove arriveremo tra breve.

Caro Sindaco, se tu sei (o fossi, vedi tu) non dico amante ma almeno amico della città che amministri, queste sarebbero tutte operazioni a costo zero e servirebbero ad orvietanizzare un po' il nostro territorio che sta diventando malinconicamente sempre più anonimo con il perdere appunto la memoria dei suoi figli meritevoli.

Ultimamente ho ricordato Adriano Casasole, Marcello Conticelli e Romolo Tiberi, ma ce ne sono sicuramente moltissimi altri. Basta pensarci e volerlo e soprattutto riuscire a non farlo diventare un caso politico come già successo in passato.

Oggi voglio parlare un po' di te Don Marcello anche se qualcuno potrebbe obiettare che tu sei ancora ben vivo, e avrebbe ragione, e tutti noi speriamo che tu possa restarlo per un tempo sconfinato. E poi, a quanto ci dicono gli stessi preti, vivi o defunti, Dio ci tiene tutti ben stretti nelle Sue braccia. Basta crederci. E dunque non perdiamo tempo con queste bagattelle e risolviamo il problema affermando che ci siamo tutti e che ci saremo sempre tutti.

Don Marcello è laureato e come tale gli spetta di diritto il titolo di dottore anche se da tempo sono molti coloro che affermano che sarebbe cosa buona e giusta completare detto titolo e definirlo meglio come Dottore della Chiesa.

Le vicende universitarie del nostro eroe sono tali da fare accapponare la pelle a qualsiasi genitore che si ritrovasse, avendolo, con un figlio che ha scambiato l'Università con un luogo da bazzicare una volta ogni tanto, così, quando capita, perché a pensarci bene non ci corre dietro proprio nessuno. Basta pagare le tasse.
E cosi accadeva che non era Don Marcello ad andare in cerca dei professori come succede di norma a tutti gli studenti, ma erano i professori, conoscendone il carattere, la timidezza e la temperie culturale, a cercare Don Marcello.
E purtroppo il tapino, data anche la sua mole, non riusciva facilmente ad eclissarsi tra i banchi tanto è vero che fu così che un bel giorno i suoi professori lo catturarono e lo fecero laureare a viva forza.

Costruì la sua tesi su Nikolaus Krebs, nato a Cues presso Treviri sulla Mosella nel 1401 e morto a Todi nel 1461.
Gli studenti del nostro Liceo Classico hanno già sgamato che stiamo parlando di Nicolò Cusano, amico di Gutenberg e che bazzicò molto sia Orvieto che l'Abbadia.
Alcuni sostengono, dato che il cognome "Krebs" significa Granchio, che tutti gli orvietani che fanno Grancini o simili di casato, siano parenti del Cardinal Cusano titolare di S. Pietro in Vincoli dove riposa. Ma Don Marcello lo nega decisamente. Ed anche io sono d'accordo con lui.


Vi racconto questa e poi basta.

Una notte piovosa agli inizi degli anni '70.( chissà perché ma le cose notevoli ed i ricordi più belli che riesco a pescare dallo stagno della memoria hanno tutti come colonna sonora tuoni, lampi, fulmini e pioggia scrosciante. Romolo Tiberi ne sa qualcosa).

Scendemmo dal treno della mezzanotte da Roma in fortissimo ritardo. La Funicolare era fuori servizio, la mia Vespa aveva l'acqua a mezze ruote.
Prima di cadere preda della sindrome del naufrago, girando la testa a mo' di periscopio scorsi l'ombra nera, di Don Marcello che si aggirava, ormai pressoché sola, nel nulla della Piazza della Stazione. Il meschino non si ricordava più dove avesse parcheggiato la macchina.

No, rubata no, questa eventualità fu subito scartata perché nessun ladro serio, anche se disperato, si sarebbe abbassato a rubare un'auto della quale era difficile individuare sia la marca che il modello e tanto meno il colore. Comunque, cerca cerca alla fine l' inquadrammo. Trovare la chiave richiese il suo tempo, un tempo maggiore richiesero la messa in moto, la manovra e la partenza. Eppure alla fine, bene o male, la vettura si mosse.

Don Marcello era stato alla Sapienza per la sua tesi che coltivava una volta ogni tanti mesi. Quel giorno ero contento anch'io perché il Preside della Facoltà di Lettere mi aveva incaricato di tenere una lezione propedeutica agli studenti di Nicolao Merker uno dei traduttori dell'"Estetica" di Hegel, avente come argomento "La fenomenologia come scienza dell' esperienza della coscienza".

Tema che più chiaro di così si muore. Comunque in quella notte di pioggia eravamo tutti e due soddisfatti di noi stessi

Strada facendo chiesi lumi sulla sua tesi e Don Marcello, quasi fosse un invito a nozze, si accinse a darmi tutti i chiarimenti ed esordì argomentando come la "docta ignorantia" altro non sarebbe che una lente d'ingrandimento per intuire il fondamento del Tutto, evidenziando in modo definitivo la differenza tra la vecchia e la nuova logica e cioè tra il principio di non contraddizione e la "coincidentia oppositorum" laddove cioè tutte le contraddizioni vanno naturalmente ad annullarsi.
E te paresse poco,..te paresse,...!

Giunti che fummo all'altezza del bivio delle Conce il laureando era talmente accalorato che la macchina, accortasi che nessuno la stava guidando seriamente, s'incazzò di brutto, dette una sbandata d'ammonimento e si bloccò di sguincio.
Un urlo, e Don Marcello:

-Embè,...e ch'è successo,...! Ma allora si 'nun potemo più manco fa' quattro chiacchiere fra amici,...!-

Ma noi continuammo le sere successive sul sagrato di S.Andrea con argomenti di letteratura latina cristiana dove il Reverendo è ferratissimo. Ne ricordo uno: Minucio Felice e il suo "Octavius".

Una curiosità: in quest'opera è descritto minuziosamente quel gioco che si fa ancora oggi in riva al mare calmo lanciando un ciottolo piatto e levigato e contando i rimbalzi che il medesimo riesce a fare sull'acqua.

Carissimo don Marcello vivo e vegeto fra noi. Che Dio ti conservi a lungo a te stesso, alla Chiesa e agli orvietani.
Ripensandoci bene tu non sei una scheggia, ma sei addirittura uno sperone del tufo di questa nostra vecchia, malandata, ma carissima,(visti anche i prezzi), città che tutti ci invidiano ma che nessuno ci compra.

Ti saluto in latino:
TIBIMITTONAVEMPRORAPUPPIQUECARENTEM

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