opinioni

Dagli Appennini alle Ande ...

lunedì 19 luglio 2010
di Mario Tiberi

La canicola di Luglio porterebbe a canticchiare "...con il bene che ti voglio...", ma sia l'afa opprimente e sia l'angosciosa incertezza del nostro avvenire, cittadino e nazionale, soffocano irrimediabilmente in gola ogni nota musicale per concedere un unico spazio a delle esternazioni irrituali se non del tutto stravaganti.
Sembra che non ci sia più posto per le azioni di coerenza, per i comportamenti di responsabilità e per gli atti di coraggio, ma ogni dimensione appare assorbita dal termine "manovra" che è, già di per sé, un vocabolo incutente timore perché ambiguo e il più delle volte apportatore di sacrifici.


Ecco così che anche la manovra economico-finanziaria di riequilibrio dei conti pubblici, approntata dal Governo centrale, non si sottrae alla connotazione di necessarietà imposta dalla negativa congiuntura internazionale e, però, è nei fatti mal digerita dalle sempre più scarne ed esangui tasche dei tartassati consueti contribuenti. Al di là di ogni giudizio di merito, ritengo di poter affermare con ragionevole certezza che l'attuale politica economica governativa si impregna del sapore acido di contrarietà alla moralità pubblica in quanto fortemente caratterizzata da soverchianti elementi di metodologia classista.


Mi spiego meglio intendendomi riferire ad una classe castica, sempre esistita e da sempre abilmente operativa, ma che negli ultimi due decenni ha mostrato con maggiore virulenza i suoi artigli e le sue zanne fameliche. Si tratta della classe dei magnati dell'alta finanza e dei potentati economici facenti capo alla grande industria e al sistema bancario nel suo complesso che, pur di non vedere compromessi e intaccati i loro baluardi di forza e di potere, non si creano scrupoli di sorta nel dettare e imporre scelte esecutive di pregiudizio e nocumento per gli strati medio-bassi della società italiana.


Eppure uno dei postulati fondamentali, e universalmente riconosciuto come tale, di quella branca delle scienze economiche che prende il nome di Economia Politica suggerisce, obbligatoriamente, di fare perno e leva sugli investimenti per opere pubbliche proprio nel pieno dei cicli depressivi e per mettersi alle spalle le crisi finanziarie e le bufere monetarie temporalmente più a onda lunga e strutturalmente più resistenti.
Colpire, con rasoiate a lama affilata di scimitarra, Regioni e Comuni, privandoli di ogni possibilità di intervenire nei processi di rilancio dello sviluppo locale e territoriale, ha la stessa valenza di chi ragiona con la logica del "tanto peggio, tanto meglio". Gli Enti Pubblici non sono così più in grado di commissionare opere socialmente utili perché non hanno denaro da spendere; le imprese private si vedono decurtato gran parte del loro potenziale produttivo e sono costrette a licenziare; le famiglie, orbate del reddito da lavoro, debbono necessariamente rivedere i loro piani di spesa con conseguente drastica contrazione dei consumi individuali: il circuito virtuoso di produzione e scambio si collassa e l'inevitabile sbocco è la funesta entrata in un vicolo buio e cieco.


I tre monti di Tremonti dietro i quali, assieme al Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, ambisce a trincerarsi per la salvaguardia del patto di stabilità tra prodotto interno lordo e spesa pubblica, produttiva e non, può riassumersi nella trilogia delle "tre erre": rigore, risparmio, riduzioni. A ben considerare, ritorna in mente d'impatto immediato la parola chiave che dominò lo scenario nazionale nel periodo della prima crisi petrolifera e che risuona ancora come un incubo: erano i tempi dell'Austerità. E austerità è sinonimo di impopolarità e, a tutto, l'attuale Presidente del Consiglio può rinunciare, tranne che al suo personale indice di gradimento presso l'opinione pubblica affinché non scenda mai al di sotto della soglia fatidica della metà più uno delle intenzioni di voto e di consenso.


E' di facile comprensione che, "rebus sic stantibus", il superministro dell'Economia e il Capo del Governo si trovino oramai in piena rotta di collisione. Come si deve contenere, a questo punto, il maggior partito di opposizione se, nell'ottica dell'alternanza, intende realmente proporsi come soggetto politico in grado di ben cavalcare la tigre dell'alternativa all'attuale stato di conflittualità esistente all'interno dei partiti di maggioranza?. Mi viene da dire che il PD non deve comportarsi difformemente da come si sta atteggiando il sig. Tremonti: attendere che al Presidente del Consiglio deflagri in mano il congegno esplosivo delle sue contraddizioni, delle sue menzogne e dei suoi inganni e, contestualmente, attrezzarsi per calare l'ultima carta disponibile che risponde al nome di "novità".


La novità intesa non come un pacchetto di progetti strumentali, bensì come categoria intellettiva del pensiero concettuale e dunque, come tale, rivoluzionaria per princìpi ispiratori e fini da perseguire.
La strada è una e una soltanto: il Partito Democratico deve essere avvertito come il nuovo partito degli italiani sia in termini di rappresentanza che di rappresentatività e, per esserlo, deve necessariamente diventare più democratico e meno oligarchico e verticistico, idealmente riformista e concretamente riformatore; in una, un partito autenticamente popolare che abbia le sue radici nel popolo, sia pugnace a fianco e insieme al popolo, abbia di mira le esigenze e i bisogni del popolo e, infine, sia produttivo per il popolo.


Se così non sarà, la nostra Italia, in economia e in politica, assomiglierà sempre di più al trenino delle Ande o a quello degli Appennini, da Fiuggi a Subiaco, che si inerpicano sferragliando su aspri pendii, ma che, nonostante gli sforzi, continueranno a malapena ad avanzare su binari a scartamento ridotto.

 

 

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