opinioni

Fallisce il progetto politico del PD: una caporetto per tutto il centro sinistra

giovedì 19 febbraio 2009
di Danilo Buconi, Coordinatore Sinistra Unitaria per l’Italia

Il risultato delle elezioni regionali della Sardegna, oltre a consegnare l'ennesima Regione al centrodestra - dopo il Governo nazionale, il Comune di Roma, il Friuli, la Sicilia, l'Abruzzo - rappresenta l'ennesima occasione per dimostrare tutta l'infondatezza, tutto il fallimento, tutta l'inadeguatezza, del progetto politico del Partito Democratico.

La deriva neocentrista scelta dai suoi leader non solo non ha pagato per il Partito Democratico ma ha di fatto aperto la strada ad una disastrosa "caporetto" dell'intero centro-sinistra, non solo sul piano dei governi, nazionale e locali, ma quel che è peggio nel rapporto con i cittadini, con i suoi elettori, con il suo popolo, quel popolo che con l'Ulivo nel 1996 e con l'Unione nel 2006 aveva sperato in rinnovato processo di rinnovamento e di crescita democratica dell'intero sistema paese.

L'esperienza del PD è fallita, come è fallita qualsiasi possibilità di un PD maggioritario nel paese senza un accordo programmatico chiaro e forte con la sinistra: se ne facciano tutti una ragione, ci si fermi a respirare una settimana e poi si dia la scossa e si rimetta in marcia il cammino di una coalizione di centrosinistra (senza trattino, possibilmente!) in grado di parlare al Paese, di analizzare il vero volto e le vere ragioni della crisi economica che sta attanagliando milioni di famiglie, di rappresentare le ragione (ripeto, le ragioni, non gli interessi) del suo popolo di riferimento.

Serve una sveglia per tutti, ovviamente, non solo per il Partito Democratico ma anche per la Sinistra, tutta; una sveglia che parta da una nuova concezione del sistema paese, del sistema Italia, tutta fondata sui principi fondamentali della nostra Costituzione repubblicana, oggi più che mai attualmente valida. La crisi economica che investe le famiglie deve essere la priorità delle priorità e deve essere affrontata a viso aperto con il coraggio di proporre scelte concrete forti, anche dirompenti, se vogliamo persino innovative, rispetto alla cultura caratterizzante del centrosinistra e della sinistra stessa.

Due percorsi paralleli devono incamminarsi verso il futuro, uno ad effetto immediato (volto a restituire potere d'acquisto e sicurezza economica e sociale alle famiglie in condizioni di maggior disagio) ed uno di più lungo periodo e di prospettiva istituzionale oltre che economica e sociale.
Per l'immediato, occorre reperire risorse per un valore di almeno 30 miliardi di euro, da investire nell'arco di 18 mesi nella redistribuzione sociale del reddito (pensioni minime non inferiori a 700 euro mensili, riduzione di 3 punti percentuali del prelievo fiscale ai redditi inferiori ai 20.000 euro annui pro-capite, rimodulazione delle imposizioni Iva in favore dei generi di prima necessità per le famiglie) e nello stimolo dell'economia produttiva, a partire da quella infrastrutturale e ambientale (miglioramento della rete viabile esistente, potenziamento dei trasporti urbani ed extraurbani su ferro, avvio di politiche energetiche alternative legati al solare e all'eolico), settori nei quale l'Italia vanta un ritardo abissale che le costa un ulteriore aggravio di costi sociali.

Come far giungere al sistema 30 miliardi di euro freschi? Qualche idea potrebbe essere di stimolo.

Un taglio delle spese di Parlamento, Regioni, Province, Comuni ed enti di secondo livello troppo spesso più utili alla politica che ai bisogni reali dei cittadini, a partire da emolumenti e indennità di parlamentari e amministratori, potrebbe fruttare - nell'arco di un anno e mezzo almeno 7 miliardi di euro.
Un migliore controllo della spesa sostenuta per la pubblica amministrazione, a partire da un drastico taglio delle figure dirigenziali sia nel numero che nei costi, dal blocco delle assunzioni nel pubblico impiego per almeno due anni (sostenuto da una equa ripartizione e riorganizzazione del personale in essere), dall'attivazione di un piano straordinario di risparmi di gestione su acquisti, utenze di servizi e di tecnologie, dalla riorganizzazione della Polizia Municipale dei comuni con popolazione inferiore a 5.000 abitanti attraverso l'unificazione della stessa alla Polizia Locale delle Province nonché una drastica riduzione del ricorso alle consulenze esterne, potrebbe portare nelle casse dello Stato non meno di 8 miliardi di euro nel periodo preso in esame.

Un miliardo di euro potrebbe tranquillamente arrivare da una politica internazionale esattamente opposta a quella fino ad oggi condotta da tutti i governi, ossia riduzione della presenza militare all'estero.
Dalla sottoscrizione di un nuovo accordo con gli istituti di credito in materia di mutui alle famiglie e di prestiti alla piccola e media impresa potrebbero emergere 2-3 miliardi di euro.
5 miliardi di euro potrebbero invece essere reperiti, nell'arco di un anno e mezzo, con una tassazione straordinaria di tabacchi ed alcolici, misura - questa - utile non solo sul piano economico ma anche sotto il profilo della salute, in particolare di giovani e donne, nel lungo periodo.
I restanti 6 miliardi di euro, infine, potrebbero tranquillamente essere recuperati attraverso la partecipazione a progetti strutturali cofinanziati dalla Comunità Europea.

Fin qui, dunque, gli interventi più contingenti, di natura pressoché integralmente economica e finanziaria.
A quanto sopra occorre affiancare poi - come già detto - la definizione di un piano di riforme strutturali di respiro medio-lungo sul piano costituzionale in grado di riformare l'architettura dello Stato per riavvicinare lo stesso ai cittadini attraverso un percorso aperto di confronto democratico e sociale.
In questo contesto, non può non essere inserito, prima di altro, lo snellimento definitivo del sistema politico istituzionale ad ogni livello, dando forza al sistema elettivo per la scelta dei rappresentanti istituzionali e razionalizzando processi e percorsi attraverso l'affermazione dello schema Stato - Dipartimenti regionali - Province - Comuni.

Punti salienti della riforma, quindi, la riduzione di un terzo del numero dei parlamentari accostata ad una diversificazione di competenza tra i due rami del Parlamento capace di investire parallelamente su una più vasta gamma di problematiche; la creazione dei Dipartimenti regionali in luogo delle attuali Regioni, definita in parallelo alla riduzione del numero delle Province alle originarie 92, alla riduzione del numero dei consiglieri regionali e provinciali ed alla applicazione piena della riforma del Titolo V della Costituzione per la parte che concerne il trasferimento di competenze dalle Regioni alle Province; l'accorpamento territoriale e istituzionale dei Comuni con popolazione inferiore a 1.000 abitanti con una contestuale riorganizzazione dei Consigli e degli eletti; la ridefinizione delle caratteristiche giuridiche per la definizione delle Comunità Montane (rivolte ai comuni altitudine sul livello del mare non inferiore ai 600 metri) e delle Unioni di Comuni, destinate facoltativamente ai Comuni non ricadenti per altitudine all'interno delle Comunità Montane.

Senza dimenticare, una profonda riorganizzazione e ridimensionamento dell'intera struttura burocratica fatta di quella boscaglia di enti, sub-enti, agenzie ed ambiti territoriali che gestiscono oggi gran parte del sistema pubblico senza mai passare per il democratico giudizio degli elettori.

Su questi punti, economici e istituzionali, dovranno misurarsi Pd e Sinistra tra loro e, soprattutto, con i cittadini e su questo crinale si misurerà - volenti o dolenti - il futuro del centrosinistra e la sua capacità di aggregazione politica, sociale e culturale dei cittadini.

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