opinioni

Elezioni 2008: certezze, sorprese, aspettative

giovedì 17 aprile 2008
di Roberto Abatematteo - Azione Giovani Orvieto
Le elezioni del 13 e 14 aprile hanno di fatto segnato la fine di un ciclo politico che si protraeva in Italia da ormai oltre mezzo secolo. Un ciclo caratterizzato da un a frammentazione partitica esasperata, programmi di governo discontinui, spesso pieni di sovrapposizioni, incongruenze e lotte intestine alle coalizioni. Una delle prime cause della mala amministrazione in Italia infatti è addossabile al numero troppo elevato di partiti, ognuno dei quali pretende di essere il portavoce assoluto dei reali bisogni della cittadinanza, e che troppo spesso, anche con percentuali elettorali irrisorie, determina il declino di un governo. A questo si aggiunga una disciplina dei finanziamenti ai partiti decisamente scadente, che favorisce la frammentazione politica e lo sperpero di risorse pubbliche (cfr. Mattarella “Le regole dell’onestà”). Ora, alla luce del risultato elettorale di quest’anno, ci sono alcune considerazioni che possono essere fatte relativamente alle certezze, le sorprese e le aspettative che le urne hanno fatto sorgere. Innanzitutto, Berlusconi è una certezza. È lui l’uomo forte della politica italiana, è inutile negarlo, volenti o nolenti (e anche a destra di “nolenti” ce ne sono svariati). Con una vantaggio di quasi dieci punti sia alla Camera che al Senato, ha riportato una vittoria schiacciante, e a tratti imbarazzante, nei confronti del Partito Democratico di Veltroni. Imbarazzante perché stando alle affermazioni fatte nei giorni immediatamente precedenti il voto dai giornali vicini alla sinistra, dallo stesso Walter Veltroni, e dai vari personaggi che gravitano intorno al nuovo colosso politico, la vittoria del Partito Democratico era una cosa quasi certa. Berlusconi non avrebbe retto l’urto con l’elettorato, nonostante la propria carismatica presenza e le alleanze strategiche. E invece, il Pd si attesta su percentuali ben al di sotto delle aspettative, vuoi per il fallimentare governo Prodi, vuoi per l’incapacità da parte della sinistra moderata di toccare le corde giuste in campagna elettorale, fatto sta che nessuno in casa Walter si aspettava una simile fine. C’è poi la sorpresa: la totale inesistenza de L’Arcobaleno, e conseguentemente dell’ala massimalista della sinistra italiana, e la crescita senza precedenti della Lega Nord. Al termine del lungo calvario elettorale, per la coalizione di estrema sinistra si riscontrano percentuali che oscillano tra il 3% e il 3,2%. Tra l’altro la sinistra radicale perde voti proprio tra i più giovani, alla Camera, dove possono votare tutti i cittadini che abbiano compiuto 18 anni. Questo è sintomatico dell’allontanamento del comunismo italiano da quelle che sono le reali esigenze della gente, degli operai e delle classi più deboli, tanto che una parte decisamente interessante dal punto di vista statistico degli elettori della sinistra radicale, ha dato il proprio voto proprio alla Lega Nord (dati forniti dall’università di Milano). I tentativi di giustificare un simile disastro (perché di disastro si parla) addossando la colpa alla teoria del “voto utile” sbandierata da destra e sinistra prima delle elezioni, non regge. Perché la maggior parte di quei voti “persi” in realtà sono rimasti, solo che si sono spostati, da un lato verso il Pd (naturale bacino d’utenza alternativo per la lotta anti-Berlusconi), e dall’altro verso le frange più radicali della destra parlamentare, che lottano contro l’immigrazione, la droga, l’evasione fiscale e a favore di riforme istituzionali di natura federale. Berlusconi ha vinto in maniera inequivocabile ed assoluta, gettando le basi per un nuovo sistema politico bipolare, dove sono due i grandi partiti che reggono le sorti del Paese: PdL e Pd. Potrà piacere oppure no, ma si tratta sicuramente di una semplificazione che renderà più semplice l’attività dell’esecutivo, con tempi decisionali più rapidi e meno conflitti interni. È vero che si perdono molte delle tradizioni ideologiche della politica italiana, ma è anche vero che a causa dei troppi e continui conflitti fra partiti il sistema istituzionale italiano ha spesso disatteso i propri impegni. Infine le aspettative. Beh, queste sono molte, troppe forse, dal risanamento dell’economia nazionale alla riduzione del deficit, passando per l’abbassamento del costo della vita, l’aumento degli stipendi fissi, la costruzione delle infrastrutture necessarie allo sviluppo del meridione, la risoluzione del problema precariato ecc ecc. Il neo presidente ci riuscirà? Non possiamo dirlo, ma certamente dispone di tutte le possibilità per farcela, almeno in teoria: una maggioranza parlamentare schiacciante, l’appoggio di buona parte degli italiani e un programma di governo condiviso da tutti gli alleati. Questa inoltre sarà l’ultima avventura elettorale e politica per Silvio Berlusconi, e deve quindi riuscire a mantenere le proprie promesse elettorali, rispettando il programma di governo, in maniera tale da farsi ricordare non solo come grande imprenditore, multimilionario e emblema del “conflitto di interessi” italiano, ma anche come un buon politico. È anche vero però che ultimamente (dopo continui ringiovanimenti e nuove folte e nerissime chiome) in molti cominciano a pensare che il Berlusconi nazionale calcherà le scene con la spada in pugno fino al giorno dell’adunanza, finché “ne resterà soltanto uno”. Fatto sta che il tempo passa anche per lui, e deve quindi dimostrare di avere le capacità per fare il bene dell’Italia, in nome di tutti quelli che hanno ancora una volta avuto fiducia in lui.

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