opinioni

Dialettica democratica orvietana

giovedì 3 gennaio 2008
di Nello Riscaldati
Mattina fredda appena dopo Capodanno. In quattro in piazza alla “solina”, in tre davanti a Montanucci. Peste, corna e vituperio sul Governo e anche di più e di peggio sui politici locali. Esordisce un tipo inquartato, sommerso da cappello, sciarpa e piumone: “ Ah! La mafia?! La mafia, sì! Ma qui artro che la mafia! Ma le siciliane dovrebbono venì su da nojartre si vojono ‘mparà quarcosa su la mafia! Artro che fregne!” E un intabarrato, appoggiato al muro, e che per comodità chiameremo l’Ernesto, acconsentì e rincarò: “Ma voe, presempio, allora, ce l’ete presente “Coso”?! ‘Ete capito chi? “Coso”! Embè! Lue è uno de le capoccione de la banda bassotti! ‘Sto delinguente! Chè dice che quanno va su pe ‘r Palazzo, si vedèssivo, oh! Je se scappellono tutte, anche quelle da le quadre je se scappellono! Strette de mano, inchine, porte aperte, sedie sotto ‘r culo, pronti co’ ‘r caffè, tutte che je ridono anche da lontano! Ma ve dico è robba che a raccontalla nun ce se crede! “Coso!” Sì “Coso”! ‘Ete capito mò?! ‘Sto mascarzone che solo lue lo sa si quante gente ha fatto piagne! Bravo! Proprio lue! “Coso”! Quello che ha mannato a panza per aria….! A questo punto, però, l’accalorato Ernesto si gelò di botto, interruppe la trasmissione e, fissando un punto lontano, sembrò quasi trasfigurarsi. Gli astanti si scrutarono dubbiosi e stropicciandosi in silenzio le mani. L’Ernesto si staccò dal muro, si fece largo e cominciò ad avanzare verso la piazza “macchine avanti mezza”. Laggiù, sul vano della porta dell’ascensore del Comune sostava, abbottonandosi, proprio il “Coso” in oggetto, il quale, sistemata che ebbe la sciarpa, si mosse con fare cauto e circospetto per attraversare S. Andrea. L’Ernesto si portò con nonchalance sulla prevista traiettoria di “Coso”. A cinque metri calcolati dall’impatto, alzò lo sguardo, si aprì con un sorriso da orecchio a orecchio e rallentò l’andatura fino a “macchine avanti adagio” “Coso”, invece, visto l’Ernesto, si bloccò, allargò le braccia e i due entrarono quasi in collisione con una robusta stretta di mano, spingendosi a vicenda. Colloquio breve, ma fitto, ampi segni di assenso con la capoccia, altra stretta di mano, questa volta a tirare, sorrisi finali, saluti a casa e commiato commosso. L’Ernesto ritornò dai suoi: “Era “Coso”! Quello che dicevamo prima!” “Quello che diceve te, prima!” precisò il sommerso dal cappello. “Però nun è gattivo -ribattè l’Ernesto- anzi, quanno pole, e volenno pole e tanto, ’na mano te la da! Insomma è de core ! E’ ‘na persona per bene! Certo, quarcosa vòle anche lue! E’ ‘n politico e quarcosa bisogna daje quann’è ‘r momento! Ma insomma, a la fine è un fregno che ha fatto anche tanto de’ ‘r bene!” Un tipo con la capoccia avvolta da una sciarpa blu e berretto granata, soffiò: “Mbè! Allora visto che te ce sèe tanto amico e che lo conosche bene, da le vorte, sincaso, si te capita, nun me ce potesse mette ‘na parola pe’ fa fa’ ‘na mossa a quer permesso che so’ ‘n par d’anne che nun m’hanno fatto sapé più gnente?!” E un allampanato, di rinterzo: “E allora, già che ce sèe, spenne ‘na parola anche per me, che giusto ciò quer cazzo de licenzia de la fija che ‘n se sa più che fine ha fatto! Insomma si te capita, dije carcosa chè doppo per te ce penso io!” L’Ernesto li guardò commiserandoli, ma, compreso dell’altezza del compito, dopo una studiata pausa, acconsentì paternamente: “Tranquille, cocche, che “Coso” me lo lavoro io, me lo lavoro, che a me de no nun me lo pole di’! Tranquille! -e poi rimarcando- Io nu lo so! Io nu lo so, si ‘n sia mae ve venisse a mancà io, io vorrebbe sapè voe, da sole, che concruderèssivo, vorrebbe sapè!” Questo piccolo inserto, che sembra quasi uno sketch di fantasia, è accaduto realmente qualche giorno fa, ricostruito e mutati o taciuti i nomi. E a parer mio, l’episodio aiuta a illuminare un altro versante dei mille, palesi o nascosti che Orvieto presenta, e contribuisce a spiegare il perché delle cose nostre, spesso oscure, talvolta tortuose, ma, volendo, anche oscure e tortuose insieme. Aiuta a spiegare, ad esempio, il perché della perduranza del potere: Se poniamo per assurdo, nel 1944, la destra, ammessa l’esistenza di qualcosa del genere, fosse stata rapida e capace di occupare le stanze dei bottoni, postulato che politici orvietani grandi cime specie rara est, forse avremmo avuto la permanenza di detta parte al potere per 60 anni e senza grandi sfraggelli e con meriti acquisiti e danni provocati identici, più meno, alla parte che invece ha governato. Perché l’astuzia di “Coso” e dell’Ernesto è quella di combattersi, sì, ma da lontano e a parole. E in questa lotta continua, certo, ma anche pacioccona, colui che sta sotto, dato appunto che sa come e dove è collocato, reputa più conveniente e fruttuoso sorridere, a quattrocchi, a chi lo governa, l’opprime e lo tartassa. E chi sta sopra, forse anche perché più astuto, sa, invece, che finché darà un dito a colui che sta sotto, costui potrà pretendere certamente di più, ma sa anche che gli si potranno concedere due o tre dita al massimo. La mano intera mai. Dimodochè è difficile che chi sta sotto possa riuscire a far ruzzolare il congegno e finire lui sopra appunto perché difetta dei punti d’appoggio necessari e che non gli verranno mai concessi e che è incapace di conquistare da solo. Dopo 60 anni è lecito chiedersi anche se non vi sia stato, talvolta, un concorso di colpa, o di interesse, o di merito anche fra maggioranza e opposizione, perché, in fondo lo status quo, il quieto vivere si attaglia molto bene alla cosiddetta mentalità orvietana. E chi governa lo sa! Così come altri sanno che essere governati è, per certi aspetti, più comodo che governare. Anche perché, poi, chi non si sente di condividere il sistema, può sempre prendere il treno e andarsene, così come può anche restare in loco a patto però che non si impicci e che non rompa. Difficilissimo a Orvieto (e in tutte le Orvieto del mondo) è mettersi d’accordo. In tre già si litiga. In dieci si formano correnti. Ma se si riesce ad essere in cento e in crescita, allora si è oggetto d’attenzione, qualcuno ti telefona, t’assaggia, t’interpella e, per le feste, manda infiniti auguri alle famiglie. Questa è politica locale, grezza, grossolana e bastarda quanto vi pare, ma e pur sempre quella che aiuta, e non poco, a salire le scale del Palazzo. P.S. Ma una delle cose più deprimenti, secondo me, è il fatto che viene sempre deciso da non si sa chi e lontano dai bastioni del Tufo chi sarà il nostro Sindaco, il nostro Deputato, il nostro Senatore, il nostro quello che volete voi, perché viene ci viene sempre detto che è necessario per conservare l’armonia degli equilibri politici. Si tratta, in parole più semplici di quel rito che i nostri antenati chiamavano “la spartizione del salame”. Ma Orvieto èvviva?

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