opinioni

Orvieto èvviva?

lunedì 10 dicembre 2007
di Nello Riscaldati
Io sono nato e vissuto in Orvieto, qui o poco lontano ho lavorato, qui ho cresciuto i miei figli e fatto tutte le cose solite e insolite che costituiscono la tiritera della trama della vita di ciascuno di noi. Sono, insomma, un orvietano. Un orvietano che ricorda di aver letto e sentito, decenni fa, gente nostra, dire, le stesse cose che oggi alcuni scrivono, e che anche io ho scritto, ed altri commentano sui vari media, circa la pigrizia, l’accidia, la passione per la “cecciata”, o la voluttà per la “solina” o per la “vasca” lungo il Corso. E invettive a non finire contro il potere politico dominante. Dal che se ne dedurrebbe che l’orvietano medio era ed è restato, più o meno, “’na coja”, con tutto il rispetto dovuto alle mille e oltre Orvieto d’Italia. Un cattedratico cazzuto ci definirebbe vittime di crisi di appartenenza, di identità e di rappresentanza. Gente che non si stima e che, di conseguenza, non viene stimata. Ma non è vero. Quello che è vero è che non sappiamo nemmeno di quale regione “veramente” facciamo parte, e forse non siamo nemmeno sicuri se, chi dovrebbe, per esempio la regione, ci ritiene veramente “facenti parte” di qualcosa. E fino a qui giù lacrime su lacrime, con le quali, ciascuno, irrorando l’altro, spera nel contempo di consolare se stesso. Ma vediamo un po’ come sono andate le cose, almeno secondo me. La rapida e totale conquista del potere nel 1945 consentì ai partiti di sinistra l’altrettanto rapida tessitura di una ragnatela fittissima dove, o per necessità o per convenienza, gli orvietani fecero a gara per incapparvi, adagiarvisi e fàrvisi avviluppare, e brigarono acciocché i loro discendenti potessero trovarvi posto. Famiglie intere o single venivano iscritti, talvolta d’ufficio, al partito o al sindacato, e addirittura alcuni nuclei familiari riuscirono, astutamente, a dividere i loro iscritti tra il partito comunista e quello socialista. La gestione ed il controllo del potere erano, insomma, totali. Per chi rimaneva fuori, oltre alle raccomandazioni a livello centrale, dato che al potere c’era la Democrazia Cristiana e qui avevamo un senatore, rimaneva la scelta sul continuare a stare a “ceccia” su qualche scalino o tentare di aggirare la ragnatela e andarsene. Alcuni l’hanno fatto, ma in pochi se ne sono accorti. In occasione delle elezioni i partiti mettevano in campo un servizio invalidi, uno ammalati e un servizio ristoro, un po’ come si usa oggi con i senatori a vita nel caso che Il Governo chieda la fiducia. Importantissima poi era la figura del “segnatore”. Di colui, cioè, che munito dell’elenco degli elettori, di matita e di blocco, segnava chi andava a votare, indicando a pattuglie veloci di attivisti i ritardatari. Dall’alto dei suoi quaranta e rotti metri, metaforicamente, si intende, i quattro occhi della torre del Moro, controllavano, giorno e notte, tutti i movimenti, gli atti e i pensieri dei single e della massa, dal bracciante all’artigiano, dal bottegaio al portantino, dal professionista all’imprenditore. Licenze, appalti, permessi, concessioni, assunzioni etc, erano un po’ le braccia di questo Grande Fratello onnipresente, tramite il sindacato, le cooperative, la scuola, le associazioni, etc. Oggi l’acqua s’è un po’ abbassata e la papera galleggia male, ma le radici sono ancora profonde e la ragnatela ancora consistente. Per qualche decennio siamo stati convinti che non si potesse dare cultura se non ci si dichiarasse di sinistra perché le due cose andavano a confondersi in una sola, e gli “intellettuali” potevano definirsi tali solo se di orientamento mancino e cantanti le pene del mondo delle quali si erano arrogati l’esclusiva. E se qualcuno avesse per caso avuto velleità d’intelletto, trovava persino naturale oltreché conveniente, iscriversi a qualcosa purché fosse di sinistra, perché così era più facile introdursi sul mercato ed essere riconosciuti dai mercanti. Una scusante di questo stato di cose era che l’intellettualità di “destra” era ed ancora è, in crisi di identità, ed in stato di latenza assoluta. Le molte voci di presa di coscienza e di critica che oggi si leggono o si ascoltano hanno, forse per la prima volta, un’occasione, se non per rovesciare il tavolo, quanto meno per tentare di sedervisi attorno. A condizione però che la smettano di commiserarsi, di piangersi addosso, di dire tutte le stesse cose e di essere tutti d’accordo con chi le dice e finirla lì. A condizione di uscire dall’anonimato e dalla timidezza ed evidenziare la propria fisicità in modo da far numero, da prendere iniziative e conferirsi visibilità. Perché solo il numero impensierisce il potere in quanto i numeri significano voti e senza voti il potere si affloscia. E bisogna essere in tanti se si vuole tentare l’assalto al Palazzo d’Inverno altrimenti si rischia di restare a borbottare per altri decenni nei cupi antri della fortezza Bastiani, nel deserto dei Tàrtari. E’ necessario perciò che i giovani che credono nel cambiamento, dopo averlo utilizzato, scendano dal web, si incontrino, discutano, si organizzino, concludano e decidano di crescere, di numero e in speranza, tutti insieme, senza “ismi” di nessun genere, se veramente credono di avere il diritto e la forza di migliorare la situazione politica, amministrativa e culturale della nostra città. Se non ora quando, regà? Le elezioni del 2009 sono qui!

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