opinioni

Casermone: la soluzione sognata

venerdì 16 novembre 2007
di Nello Riscaldati
Capita in queste uggiose, brevi giornate di novembre, e specie nel primo pomeriggio, giusto appena mangiato, di scivolare su quel dondolìo del dormiveglia il quale, se non interrotto da grida o sussurri è cosa veramente deliziosa da provare. Perché è proprio in tale stato che, spesso, ti appaiono visioni e ti si definiscono soluzioni addirittura verosimili anche per problemi definiti finora irrisolvibili, e questo forse perché il dormiveglia riesce a pilotarti nel giusto senso anche sui percorsi più contorti e a consentirti di raddrizzare qualche curva senza finire fuori strada. E fu così che, avendo letto molte cose sulla irrisolvibilità del problema del Casermone e sperimentando detto stato di grazia, mi trovai, in qualche modo coinvolto nel colossale problema. Ho immaginato quindi, all’inizio, di invitare in Orvieto, alcuni, pochi, tra i migliori urbanisti ed architetti sulla piazza del mondo ed andare quindi, insieme a loro, a passeggiare per un’oretta a due indagando così il Casermone in lungo, in largo, in alto e in basso con conseguente presa d’appunti scritta e mentale. Poi, sul far della sera, forse un po’ stanchi ma abbastanza coscienti della natura del problema, tutti in trattoria con lo scopo di elaborare idèe davanti ad una stufarola di fagioli con le cotiche sostenuti dal nobile vino della casa dell’oste. Perché è in questo contesto, come dicono le persone colte, che le idèe buone, piano piano, vengono fuori, si fanno strada e quindi s’impongono. Esordì un architetto di grido, il quale, assaporando voluttuosamente una còtica e succhiandosi con cura e discrezione un dito, ebbe a suggerire: “Deve essere qualcosa di molto importante e che, funzionando, produca incessantemente ricchezza, qualcosa, insomma, che si automantenga, e che, di conseguenza, dia lavoro e benessere a molta gente!” Un altro illustre convitato, intento, senza riguardo, a fare la scarpetta al piatto di fagioli, affondò le mani nel problema e cominciò ad argomentare: “Spianare tutto e realizzare un complesso di altissimo pregio. Qualcosa tra il “buen retiro” per miliardari soli e malinconici ed il luogo molto “in” dove è importante, per la gente che vuole contare, farsi vedere per incontrare la gente che già conta. La circolazione del contante ne sarà una necessaria conseguenza. “Giusto, ma io credo che la soluzione vada già abbozzata almeno nelle linee generali!” farfugliò un altro chiarissimo commensale, scolando il secondo bicchiere di rosso, e fece brillare il suo genio sussurrando il magico nome di Shan-gri-là, il luogo dell’eterna giovinezza. Confezionare, cioè, e pubblicizzare nel mondo Orvieto come il luogo dove non si invecchia. Il luogo dove l’aria, l’acqua, l’arte, e la crema planetaria dei chirurghi plastici, degli ortopedici “international”, dei fisiatri e dietologi cattedratici, dove le infermiere “veline”, i massaggiatori atletici e i maestri di nuoto e di ginnastica ti tolgono dieci anni in un mese. Ecco, questo potrebbe essere lo slogan, suggerì, versandosi il terzo bicchiere: “dieci anni in un mese”. Idea veramente formidabile. L’oste dall’orecchio lungo, sentite le ultime parole, così intervenne, deciso: “Oh! E l’ete capito regà che qui, si nun famo girà ‘r quatrino, so’ tutte dibbàttite, comitate e tavole rotonne che vorrebbe di’ che so’ tutte chiacchiere, e basta! E dunque, si se pole, vedemo de cavà ’n po’ de ‘ste mijarde a chi ce l’ha! E era ora, era! E che ce vole, l’argebbra?!” Verso la fine della cena qualcuno, rimasto abbastanza sobrio, parlò anche dei materiali: pietra tufo e legno e giardini, e alberi, alberi, alberi da avvolgere tutto, e poi “green”, tanto “green”! Un cattedratico calvo, tormentando con crudeltà una pipa spenta, azzardò l’idea di inserire nel tutto qualcosa di simile al “Billionaire” e illustrò inoltre, con dovizia di argomenti, la necessità di un eliporto per ospiti di riguardo o in incognito, e magari, volendo, qualche saletta riservata per una partitella fra amici inquattrinati in attesa di un futuro, possibile, “casinò”. L’oste, ronzante, non riuscì più a contenersi: “Brave, cocche, anze, aribbrave! So’ d’accordo su ‘nnicosa. Difatte adè così che ‘r quatrino gira, la gente lavora e ‘r conquibbuse se tiene! E ce voleva tanto a capillo, ce voleva. Brave! Ora, però, bisogna spanne la voce in giro e trovà ‘ste sorde, ma quelle però, visto ‘r posto e l’idea, a la fine se trovono, ‘ete voja si se trovono. Brave!” Un avventore, solitario, in un angolo, borbottò: E i valori? E le tradizioni? E le…” L’oste lo prese al volo: “Bono Richè, sta bono, che doppo trovamo posto a’nnicosa, trovamo, avoja te a valore, avoja,….ma, come ripeto, si ‘r quatrino nun gira che voe valorà. E invece così, come l’avemo congegnata nojartre, la cosa dovrebbe pijà via, e come. Solo che ma ‘st’ idèe nun gne se dovrebbe manco fa toccà terra. Perché ricordàtive tutte che ‘r monno è pieno de gente che cianno tante sorde e che nun sanno come spènnele e che nun vedono l’ora che qualcuno je dice come. E noe ‘emo tanto bisogno che ‘n po’ de ‘ste sorde vengono spese a Orvieto, ecco de che’emo bisogno, Richè!” Il dormiveglia fu interrotto a questo punto da un altoparlante che, dalla strada, strillava: “Domani sera, alle ore.. dibattito partecipativo, democratico, popolare sulla caserma “Piave”. La cittadinanza è,…..”

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