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A quindici anni dalla sua morte, ricordiamo Giovanni Falcone, martire della mafia

mercoledì 23 maggio 2007
di Emanuele Gentili, Giovani Comunisti Orvieto
Giovanni Falcone non è stato semplicemente un “servitore dello Stato”, come egli stesso, amava definirsi. Una definizione scarna, ma per noi, oggi, vibrante di eticità, di passione civile, di spirito di dedizione. Falcone era un uomo di buona volontà, di quelli che per i credenti e anche per i non credenti costituiscono il sale della vita, la speranza della salvezza; un uomo che ha posto le sue eccezionali doti di intelligenza, di sensibilità, di rigore a difesa dei valori di libertà e di giustizia. «Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana.» Leggendo le sue parole si comprende a pieno come possa esser stato una delle figure più morali e cristalline all'interno dell'organo di giustizia italiano. Non a caso le indagini portate avanti da Falcone e dal pool di magistrati da lui creato, portarono ad istruire il primo Maxiprocesso fatto a Palermo contro la mafia, che vedeva imputate 475 persone. I disegni della criminalità mafiosa hanno trovato in Falcone un baluardo della democrazia e della legalità, che lo hanno accompagnato alla morte ed oggi a quindici anni dalla morte, nemmeno un “trafiletto” scritto sui giornali nazionali. “Ho visto empi venir condotti onoratamente alla sepoltura; invece, partirsene dal luogo santo ed essere dimenticati nella città coloro che avevano operato rettamente” (Quoèlet) Purtroppo si sa, alle commemorazioni dei caduti segue quasi sempre una parabola decrescente con lo scorrer degli anni, ed è possibile che questo sia "naturale" visto che lo scorrer del tempo cancella il ricordo. Qualcuno ha detto “infelice il popolo che ha bisogno di eroi”, o di martiri. Ma certo appare più infelice il popolo che ne disperde il ricordo e l'insegnamento.

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