opinioni

Cogliamo il caso Benano come occasione per sviluppare agricoltura e turismo

sabato 20 agosto 2005
di Giampiero Rosati, presidente CIA Orvieto
E' stata già chiamata, forse a torto, la “crisi” di ferragosto: sarebbe più giusto parlare di risveglio politico in qualche modo provocato dal caso della cava di Benano che andrebbe colto come una grande e nuova occasione per Orvieto, la sua gente, il suo territorio. Oggi si è finalmente aperto un fronte, un fronte di dibattito chiaro, franco, fatto di un linguaggio per alcuni desueto, quello dei cittadini che tornano nelle piazze, a confrontarsi, a ritrovarsi insieme, a parlare e a farsi ascoltare. Questa forte spinta popolare ha fatto sì che la giunta comunale riesaminasse una vicenda che sembrava archiviata, orientandosi a cancellare dal Piano Regolatore un'area estrattiva sull'Altopiano dell'Alfina, fra terreni agricoli curati e coltivati da generazioni, in mezzo a casali ristrutturati di fresco e restituiti alla loro originaria bellezza, a ridosso di un piccolo borgo che domina la fertile valle di Benano.
Era molto tempo che non accadeva che una scelta così sofferta scatenasse un tale fervore propositivo che da questo momento deve tradursi in nuove scelte politiche all’insegna della discontinuità. Qualcosa può cambiare ma bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare alla costruzione di un nuovo modello di sviluppo del territorio che vada di pari passo con un mutamento di mentalità permettendo ai cittadini di entrare nella cosiddetta stanza dei bottoni, per troppo tempo chiusa ad ogni spinta esterna. Orvieto deve mutare pelle e fare un'inversione di marcia coraggiosa: è inconcepibile pensare di finanziare lo sviluppo con discariche e cave. Si possono e si devono percorrere altre e innovative strade come stanno facendo e hanno fatto, anche piccoli ma prestigiosi comuni della Toscana.
La foglia di fico che sta cadendo è quella di una occupazione che non c'è ma che è stata brandita come una spada per giustificare operazioni spregiudicate sul territorio. Noi agricoltori di Orvieto, insieme alla Cia Umbra, abbiamo smontato questo teorema, a fronte di una occupazione molto modesta, quasi inesistente, si distruggerebbe un territorio vasto compromettendo per sempre le sue potenzialità, i suoi equilibri, la sua storia. L’industria, a livello nazionale, è in crisi come dimostrano le difficoltà di distretti di grande tradizione, dal tessile a Prato al calzaturiero nelle Marche. La flessione della produzione, in questi settori, è stata del 7,1% nei primi tre mesi di quest’anno (dati Unioncamere) mentre il fatturato è calato del 6%. Di contro nel 2004, stando all’Istat, l’agricoltura ha mostrato evidente vitalità con un aumento degli occupati di 23 mila unità e con un contributo in termini di crescita al Pil del 10,8%.
Noi pensiamo che per ottenere un vero sviluppo sia necessario puntare a esaltare la vocazione naturale di ogni singola area, cercare di promuovere un turismo stabile e di qualità e non un turismo di rapina e di massa, far nascere un'agricoltura che scavalchi vecchi schemi assistenzialisti, indicare nuove percorsi e nuove strade alle generazioni di domani. Le nostre campagne, che si stanno sempre più riqualificando con cospicui investimenti privati, non possono essere saccheggiate: si tornerebbe al passato, al degrado, ad una inedita povertà che ricadrebbe su tutti noi. Pensiamo invece al territorio come chiave per accedere a grandi risorse, lavoriamo insieme per difenderlo, valorizzarlo, esaltarlo come merita. Non svuotiamo di contenuti quel marchio Umbria, riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Dobbiamo fare uno sforzo per fare di questa regione un polo d’attrazione capace di competere con le sfide lanciate dalla globalizzazione: turismo, commercio, industria, agricoltura devono essere riqualificati per dare risposte adeguate e coerenti in un mercato che pone domande precise. Nell’immaginario collettivo l’Umbria rappresenta il mondo del buon vivere, calata come è in una cornice suggestiva e incontaminata. Da qui è utile ripartire per non tradire le aspettative comuni, le vocazioni naturali e le radici storiche e culturali di questa terra: questo lo “start point” per creare una ricchezza reale e duratura.
Spezziamo i vecchi giochi di potere, diventando protagonisti di mutamenti radicali, partecipiamo al governo della città con le idee giuste senza nasconderci le difficoltà ma consapevoli che le piccole e grandi conquiste si raggiungono passo dopo passo. Guardiamo al domani pensando alla formazione di nuove classi dirigenti in grado di ascoltare la voce della loro coscienza, pensiamo ai giovani che chiedono più cultura, più partecipazione, più lavoro. Ed è sintomatica la voce dei ragazzi diessini che plaudono al ritorno della politica partecipata, della politica pulita che non si identifica con il potere, ma con la trasparenza, l'intelligenza, con il coraggio delle scelte e con la capacità di gettare il cuore oltre l’ostacolo.

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