opinioni

La MCO non può abbandonare il territorio. La Cina non è poi così vicina

domenica 19 giugno 2005
di Liliana Grasso, Segreteria PRC
Il distretto tessile italiano sta vivendo una crisi strutturale. Questo è un dato di fatto. E’ allarme rosso per un settore che sviluppa un fatturato annuo superiore ai 42,5 miliardi di euro, che occupa 570mila persone. E che sta vivendo un ciclo pesantissimo, devastante sotto l'aspetto occupazionale, con la perdita di quasi 24mila posti di lavoro nel solo 2004 e di oltre 66mila negli ultimi tre anni, per chiusure o ridimensionamenti delle attività che hanno riguardato circa 5600 imprese in prevalenza di piccole dimensioni.
Un altro dato di fatto, è che il nostro paese è in recessione economica e produttiva. Una situazione ormai gravissima di cui il governo deve assumersi in prima persona tutte le responsabilità. In primo luogo perché in Italia non ci sono investimenti a sostegno dell'innovazione tecnologica e della ricerca e questo riduce la competitività; poi perchè che la perdita del potere d'acquisto delle retribuzioni ha prodotto il crollo dei consumi interni che non più sostengono l'economia nazionale.
Infatti, nel quadro generale dell'economia europea il nostro paese è quello che perde fette più consistenti di mercato e di competitività a tutto vantaggio di Cina ed India, dove vigono condizioni salariali e normative assolutamente improponibili altrove.
Se l’Europa fosse attenta non solo alla globalizzazione degli scambi, ma anche alla globalizzazione dei diritti, si potrebbe innescare un ciclo virtuoso che porterebbe alla tutela dei lavoratori ed alla messa in sicurezza dell’economia nazionale. Non possiamo accettare una politica internazionale che da un lato chiede misure protezionistiche e dall’altro sostiene il dogma del liberismo.
La Cina usa contro l'Europa il bastone delle esportazioni di t-shirt e scarpe, ma anche la carota di enormi contratti per l'industria meccanica. E sul piatto della bilancia c’è il torrente delle esportazioni di prodotti tessili - a prezzi così stracciati da risultare inferiori a quelli delle materie prime necessarie per fabbricarli - e anche la possibilità di intervenire su un territorio che offre enormi potenzialità; per esempio la ricostruzione dell'intera rete ferroviaria cinese rappresenta uno zuccherino a cui è difficile rinunciare.
Non è pensabile però che si possa rispondere a questo scenario attraverso la contrazione dei livelli salariali e dei diritti dei lavoratori, con la delocalizzazione o attraverso l’imposizione di dazi.
In passato, in Italia, dal Nord le fabbriche si sono trasferite al Sud dove gli industriali potevano giocare su salari più bassi, orari di lavoro massacranti e pratiche di caporalato. Ma non è servito. Da una decina di anni assistiamo al trasferimento degli impianti nei Paesi dell'Est, dove i salari sono più bassi. Ora è il momento della Cina.
Che fare allora?
La soluzione ad una Cina troppo invadente sta nell’introduzione di politiche pubbliche mirate a stimolare ed aiutare le piccole e medie imprese a fare gruppo, a radicarsi sul territorio, ad investire in formazione e qualità della produzione.
Anche l’ Umbria paga un tributo sempre più oneroso in termini occupazionali e di prospettive di sviluppo territoriale e l’ultima notizia in tal senso viene proprio da casa nostra. La MCO (Manifatture Confezioni Orvieto) ha comunicato l'impossibilità di tenere aperta la fabbrica alle condizioni attuali del mercato e quindi ha deciso di chiudere i battenti. Una decisione che passa sopra la testa delle ottantadue persone che lavorano nello stabilimento.
Le lavoratrici della MCO, che già da tempo hanno scelto di lavorare part-time, per tutelale l’occupazione di tutte, ora sono scese in sciopero e le loro azioni di lotta hanno tutta la nostra solidarietà.
Qualcuno adesso dà la colpa alla “sindrome cinese”, ci dice non possiamo fare concorrenza ad un paese che produce a prezzi impossibili da riprodurre in Italia. Ma nonostante il quadro economico complesso che abbiamo di fronte, possiamo credere che questi imprenditori, che hanno avuto il sostegno economico della Regione per impiantare uno stabilimento tessile nel territorio, non abbiano preso in considerazione lo scenario internazionale in cui si muovevano?
L’impressione è che la“sindrome cinese” stia diventando un alibi per giustificare manovre vergognose, chiusure e licenziamenti. Ma la MCO non può pensare di poter abbandonare impunemente questo territorio senza riconoscere i diritti sociali e sindacali dei lavoratori.

Certamente non potrà essere il solo imprenditore locale a decidere del suo destino; per far uscire da questo difficile momento l’economia del territorio e per evitare fughe ingiustificate, le istituzioni dovranno chiedere il conto di tutte le risorse pubbliche elargite e mettere in atto un’economia territoriale e regionale fondata sulla qualità di prodotto, la formazione, l'innovazione e gli investimenti tecnologici, anche per evitare che la crisi venga risolta, come spesso accade, sulla pelle dei lavoratori. Perché la Cina non è poi così vicina.

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