interviste

"Un privilegio suonare al Duomo di Orvieto": intervista ad Angelo Branduardi

lunedì 19 maggio 2008
di Stefano Corradino
“Abbiamo suonato in una delle più belle chiese del mondo, un onore che viene concesso raramente, lo dico senza retorica e sono davvero grato a chi mi ha dato questa possibilità”. Così il musicista Angelo Branduardi parla del concerto che lo ha visto protagonista domenica 17 maggio nella Cattedrale di Orvieto, nell’ambito del Festival Internazionale d’Arte e Fede. Il popolare musicista riflette sul rapporto tra la musica, la fede, la contemporaneità... “Il fine ultimo della musica – afferma Branduardi – è la conquista della pace interiore, non quello di fotografare la realtà (anche se c’è chi lo ha fatto egregiamente). E’ vero che la musica non nasce dal deserto e risente ovviamente dell’aria che respiriamo ma a me non interessa cosa c’è qui e ora bensì ciò che qui e ora vorrei che ci fosse… Ci sono straordinari talenti come Bach che dal deserto facevano crescere i fiori e prescindevano dal loro tempo. Le cose immortali molto spesso non erano frutto del “qui e ora” ma erano in un’altra parte in un altro tempo…” Branduardi non riconosce alla musica capacità “taumaturgiche” ma afferma che può migliorare la vita. “Il vecchio sogno che la musica cambi il mondo lo lasciamo ai tempi lontani dei figli dei fiori: la musica non è la bomba ma semmai può essere la miccia che va alla bomba”. Quella di Branduardi è la musica cosiddetta “colta”, per palati fini. Tuttavia lui non ama una scissione così netta tra musica “colta” e musica “popolare”. “Un tempo questa divisione non c’era e la musica popolare faceva spesso da traino alla musica colta”. Branduardi parla della sua trentennale esperienza musicale. “Sono molto cambiato pur restando me stesso: le mie canzoni all’inizio erano pietre, evidentissime nella loro costruzione con una sorprendente efficacia che dava un’idea di apparente facilità, come “la fiera dell’est”. Col tempo tutto è diventato più complicato; ho accumulato esperienza e la consapevolezza che le cose che faccio si possono fare in un modo ma si potrebbero fare in altri centomila. Con questo non dico che li esploro tutti ma ci impiego più tempo. Questo dà una musicalità più complessa e probabilmente meno definitiva”. Branduardi non ha consigli da dare ai giovani che vogliono diventare musicisti se non quello di essere “originali” e di avere “carattere” per lasciare un segno. “Ogni colpo di pennello – afferma citando Braque - è una cicatrice in più e una ferita in meno”. Faccio mia questa affermazione: ogni mia nota è una cicatrice in più. La musica è altamente terapeutica!” Che Branduardi sia un musicista d’altri tempi e non condizionato dal suo tempo lo si capisce quando parla del rapporto con le nuove tecnologie: “Non ho la minima idea di cosa sia internet, non so nemmeno accenderlo il computer. Non capisco perché si debba scrivere una mail piuttosto che parlarsi di persona...”

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