editoriale

Caso Fiat, un esempio delle tante bugie di Berlusconi

martedì 10 dicembre 2002
di Danilo Buconi
La leggerezza con cui il governo Berlusconi ha inteso gestire la vicenda della Fiat non lascia stupefatti più di tanto se non per un piccolo particolare: ma per un premier che in campagna elettorale ha inneggiato al “milione di posti di lavoro”, era davvero tanto difficile dare risposta a poco più di ottomila persone? Era tutta una bugia la campagna elettorale oppure, c’è dell’altro sotto? Io dico che le risposte sono valide entrambe.

Che la campagna elettorale del Polo delle Libertà fosse tutta una bugia, ne abbiamo ormai le prove: una bugia il milione di pensione per tutti; una bugia il milione di posti di lavoro; una bugia la riduzione delle tasse; una bugia tutti i vari “manterremo gli impegni con gli elettori”.

Impegni primari del Presidente del Consiglio sono stati tutt’altri: l’abolizione della tassa di successione oltre la franchigia dei 300 milioni di lire prevista in una legge del centrosinistra, la legge sulle rogatorie, la legge Girami. Non c’è che dire come curriculum: tutti provvedimenti in favore di disoccupati, operai, pensionati, malati e studenti.

“Aiutiamo chi è rimasto indietro” caldeggiava uno slogan del Cavaliere in campagna elettorale; evidentemente mancava la frase finale: “… a restare dove è”! “Meno tasse per tutti” che nella versione verità concludeva con “… quelli che hanno redditi elevati come me”! Bugie, bugie, e ancora bugie!

La vicenda Fiat, però, non è solo bugie: è altro, e di peggio. E’ la concreta applicazione della volontà di questa classe dirigente di piegare il Paese intero agli interessi di un sola azienda, ai voleri della sua proprietà, senza tenere minimamente in considerazione gli interessi della Nazione e del suo popolo. La crisi della Fiat è la crisi di tutto il Paese: non solo perché tra azienda e indotto si perderanno, alla fine, oltre 50.000 posti di lavoro ma anche, e soprattutto, perché a risentirne sarà tutto il sistema economico nazionale, ogni settore della nostra già povera economia, ogni famiglia del nostro Paese che vive di un salario o di uno stipendio “normale” e che fatica ogni giorno di più ad arrivare alla fine del mese.

La crisi della Fiat, sarà innanzitutto la crisi del mondo dell’edilizia e del commercio: due settori vitali della nostra economia che tracollando, faranno tracollare anche l’intero nostro sistema economico creando un perverso meccanismo a catena di trascinamento generalizzato verso il basso di tutti i settori. La maggiore insicurezza dei posti di lavoro farà limitare gli investimenti immobiliari per lasciare posto al piccolo risparmio, sempre più preferito dalla famiglia monoreddito e tradizionale (marito lavoratore dipendente, moglie casalinga, figli che studiano); la minore attrattiva verso il settore dell’edilizia creerà automaticamente un calo drastico della forza lavoro in tutti i settori del suo indotto, una miriade se si pensa a quanti diversi soggetti imprenditoriali ed economici gravitano attorno alla costruzione di un immobile; insieme - corsa al risparmio e flessione del mercato edilizio - porteranno ad una grave e seria crisi del mondo del commercio, anticamera di aumenti resi necessari dal minor gettito e, quindi, di una ripresa dell’inflazione che, come per un serpente che si morde la coda da solo, andrà a colpire ancora una volte le famiglie.

Questo Governo sta portando il Paese nel baratro, ma pensa a tutt’altro, soprattutto a dare un’immagine di sé sfavillante e ad accontentare chi gli ha permesso di entrare a Palazzo Chigi. Se il Presidente del Consiglio si fosse preoccupato della crisi Fiat anche solo con la metà dell’impegno messo in campo per la legge Cirami, oggi nessun lavoratore Fiat sarebbe senza lavoro! Ma, certamente, la Cirami era ed è cosa più importante e la crisi della Fiat, a confronto, è davvero un nulla!

Certo, c’è anche da dire che nemmeno l’azienda torinese ha interesse a che la forza lavoro si mantenesse: dietro l'angolo c'è General Motor pronta ad acquistare e, si sa, meno è la forza lavoro da mantenere e migliori sono le condizioni di vendita-acquisto. Ed è forse questo il vero motivo che ha portato alla cassa integrazione e che porterà, alla fine, ai licenziamenti di massa: la Fiat per essere acquistata da General Motor deve ridurre la forza lavoro e dunque, qualsiasi sia la strada, questo deve essere il risultato finale. Il Governo l’ha capito ed ha fatto proprio il piano proposto dall’azienda, escludendo di fatto i sindacati dalla trattativa.

Forse sarebbero bastate poche azioni mirate per salvare gli ottomila posti di lavoro: rottamazione dei mezzi industriali e di quelli adibiti a servizio pubblico, incentivazione alla realizzazione di autoveicoli ad alimentazione ecologica (biodisiel e idrogeno), agevolazioni fiscali per gli enti pubblici che avessero rinnovato il proprio parco autoveicoli. Poche azioni che, magari accompagnati anche da un breve periodo di cassa integrazione a rotazione tra tutti i dipendenti, massimo sei mesi, avrebbero potuto ridare ossigeno all’azienda torinese e serenità tra le famiglie italiane colpite dalla crisi.

Un emendamento alla Finanziaria 2003 sarebbe stato sufficiente, ma il Governo, in Finanziaria, ha scelto di mettere altro: 90 milioni di euro in favore delle scuole private, clericali e confindustriali, tagliati interamente dai fondi destinati alla scuola pubblica; reintroduzione dei ticket sulla diagnostica; riduzione fiscale per i redditi medio alti.

Serve una mobilitazione di massa eccezionale per portare in piazza, prima di tutto le ragioni della democrazia e il rispetto della Costituzione repubblicana, quella che il governo Berlusconi si appresta a mettere sotto i piedi con la devolution di Bossi, la parità scolastica e la legge sul presidenzialismo. Serve di far sentire la voce della gente normale, di quella che lavora davvero e che chiede solo un minimo di rispetto e di dignità. Come rispetto e dignità chiedevano, davanti a Palazzo Chigi, le donne della Fiat di Termini Imerese, con le quali sono stato onorato di restare per due giorni interi. Senza alzare mai la voce, con serietà e prestigio, per chiedere solo una cosa: il diritto a condurre una vita normale.

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