editoriale

Per aiutare davvero i ragazzi dobbiamo cambiare le nostre prioritŕ di adulti

sabato 7 dicembre 2002
di Laura Ricci
Sono una persona con molte “pelli”, pelli pubbliche e private che si intrecciano e che tutte sentono il dovere, ma anche il bisogno e il desiderio, di intervenire su questo fatto di droga che ha colpito in modo cosě pesante il nostro comprensorio. Mi scuso se questo intervento sarŕ forse lungo - del resto nessuno č obbligato a leggermi - ma voglio intervenire, per quanto č possibile nello spazio ridotto di un editoriale, in profonditŕ, dando ascolto a quelle varie pelli che dicevo e facendole parlare.
Concordo con Stefano Cimicchi, non bisogna compiere valutazioni superficiali e affrettate, ma proprio per questo chi ha esperienza diretta e opinioni che partono dalla realtŕ deve nominare le cose per quello che sono, senza ipocrisie e senza paure; concordo in molti punti con Giorgio Santelli, e ancora piů di lui voglio assumermi responsabilitŕ e sottolineare come, in effetti, la politica abbia, rispetto a problemi di questo tipo, abdicato; ma da una cosa voglio dissociarmi subito, da quel facciamo tutti un esame di coscienza, tutti nello stesso modo.
No Giorgio, in questo non sono d’accordo, l’indifferenziato rischia di azzerare di nuovo tutto perché non č reale. Sono alcuni/alcune che devono fare l’esame di coscienza, perché non hanno mai dato ascolto ad altri/altre - sia pure una minoranza - che l’esame se lo fanno ogni giorno da tempo su questa e altre questioni, e che da tempo sottolineano problemi e talvolta addirittura possibili rimedi come inascoltati/inascoltate cassandre. E questo vale nel grande e nel piccolo, a livello nazionale e locale.

Da quale pelle partire? Dalla mia pelle piů quotidiana e privata, credo. Anch’io voglio esprimere alle famiglie interessate la mia solidale vicinanza, ma soprattutto voglio esprimerla direttamente alle giovani e ai giovani coinvolti: alcuni/e li conosco personalmente, abitano nel mio paese o sono stati miei alunni. Mi sento di poter dire: “Avranno sbagliato - come tanti - ma hanno anche delle buone qualitŕ, non drammatizziamo, non giudichiamo affrettatamente, quando sarŕ il momento tendiamo loro la mano”.
A questa etŕ la distinzione tra assuntore e spacciatore č labile e il fenomeno droga sarŕ pure preoccupante, ma non esercitiamo a senso unico le nostre eventuali coscienze moralizzatrici: il piatto č appetitoso, certo, tanti luoghi comuni, o addirittura spettacolari, ci hanno riempito la testa sui pericoli della tossicodipendenza, ma si muore molto di piů di alcol e di fumo; e si ricomincia a morire, nel nostro mondo opulento, di fame, di disoccupazione, di depressione e di mancanza d’amore. E alla fine, perché siamo piů tolleranti con un evasore fiscale, con un cattivo maestro o con un cattivo lavoratore? A parte il pessimo esempio - e i giovani si formano con l’esempio, non con le parole - forse sono anche quei soldi sottratti o non debitamente guadagnati che, sommandosi nel di meno che provocano, ci impediscono una parte consistente di adeguate politiche educative.

Ma soprattutto č una certa mentalitŕ ad essere responsabile - credo - gli argomenti spesso miopi e ormai inadeguati dell’educazione e dell’economia e della politica, che non si spostano e dunque non riescono a spostare un senso comune radicato e talvolta dannoso.
E qui non puň non intervenire la mia pelle, spesso dolente, di educatrice e amministratrice.
Le scuole nelle quali i nostri giovani dovrebbero formarsi, nel mondo competitivo che deve risparmiare sull’educazione ma comunque produrre, sono diventate aziende, dove ci si illude che il sapere si acquisirŕ e si espanderŕ attraverso le tecniche; ma il sapere č altro, e si espande attraverso la competenza, certo, ma sempre affiancata da una relazione di autorevolezza e di attenzione alla persona. Intendiamoci, non voglio dire che non funzionano, fortunatamente ci sono molti presidi e insegnanti vagamente ribelli e intelligenti, che riescono ancora a fare qualcosa di valido e di umano nonostante la complessitŕ degli orpelli di facciata, ma i tecnicismi sfiniscono a tal punto da sottrarre tempo alla relazione diretta con noi stessi e con le persone.
Monitoriamo, certo, facciamo analisi e vivisezioni ovunque - nel privato, negli enti pubblici, nei servizi, in un ovunque che č diventato ovunque un’ azienda spesso senz’anima - monitoriamo a tal punto che non abbiamo piů tempo di interloquire realmente tra e con gli esseri umani. E dopo aver monitorato, e visto che esistono mille disagi diffusi a mille livelli, si fanno sempre tagli sui servizi sociali, sulla cultura o sull’istruzione, o comunque mai sufficienti investimenti sullo star bene, pur avendo elaborato tante belle teorie sui cosiddetti piani regolatori del benessere. E i piů penalizzati, nelle politiche dello star bene, guarda caso sono sempre i giovani. Agli anziani, tanto e tanto, un pochino ci si pensa...ai piccolissimi come si puň non pensare, sono cosě carini, inteneriscono i piccolissimi....ma i giovani....In fondo hanno una grande fortuna i giovani, quella di essere giovani, perché dovremmo curarci troppo di loro? Per di piů, qualche volta, sono scomodi, magari anche un po’ irritanti e ribelli......

E cosě la politica, giŕ di per sé molto ingessata nello strettamente necessario, per il resto continua a investire soprattutto in pietre, economia, sviluppo, grandi eventi......tutte cose sacrosante, sono d’accordo, ma a patto che non si penalizzi quella che chiamiamo prevenzione: che altro non č che creare opportunitŕ reali e diffuse di benessere esistenziale e di crescita affettiva e umana.
Sarň esagerata? Puň darsi, non pretendo mai di dire veritŕ certe. Ma basta esaminare i bilanci dei Comuni, di qualunque estrazione partitica o civica essi siano.
Certo, non mi illudo che ci siano rimedi infallibili, qualche porzione imperfetta e fallimentare fa inevitabilmente parte dell’accadere e dell’esistere; anche nel piů assennato e completo “governare” - non solo politicamente, ma etimologicamente inteso - ci sarŕ sempre qualcosa che sfugge, che duole, che non ci riconosce o non ci ripaga. Non mi illudo, ma credo con fermezza che, dopo l’esame di coscienza e la riflessione, bisognerebbe passare all’agire e, coraggiosamente, invertire qualche prioritŕ, cambiare rotta.

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