editoriale

Amministrator Di Loreto, non è che per caso conosci l'anonimo?

sabato 17 agosto 2002
di Fausto Cerulli
Minchia, come direbbe l’amico Saro… Non sapevo che Daniele Di Loreto fosse un Amministratore: se lo avessi saputo non mi sarei permesso di polemizzare scherzosamente con lui in qualche occasione. A Cesare quel che è di Cesare.
Stavolta, allora, voglio prendere sul serio il suo intervento sulla barbarie dell’anonimato, e seriamente puntualizzare alcune considerazioni. Non citerò Manzoni, che s’inventò un Anonimo, per scrivere un romanzo risciacquato in Arno. Voglio invece scrivere in difesa dell’anonimo. Parto da un principio elementare, che potremmo definire di non esagerata fiducia nella giustizia della giustizia.

E vengo al sodo: mettiamo che io venga a sapere che un Signore ( detto così per contrapporlo ai povericristi) abbia commesso qualcosa di poco pulito. Posso scegliere tra almeno tre soluzioni. La prima soluzione è quella di far finta di niente. Sono questioni che riguardano la giustizia, e dunque provvedano i giudici, che sono pagati per questo ed anche troppo. Chi assume questa posizione, tutto sommato, è un positivista; crede che la giustizia umana, come quella divina, abbia mille occhi per vedere e mille orecchie per sentire. E non si ricorda la storia delle tre scimmiette: una non vede, una non sente…Ma alla giustizia manca una scimmia: quella che tace: perché mai come in questi giorni i giudici straparlano. Senza entrare nel merito, un giudice che interviene contro un progetto di legge, dimentica che lui, per definizione, è indipendente da tutto, ma non dalla legge. E la legge, bene o male che sia, la fanno i parlamentari: i giudici, al massimo, possono far finta di non averla capita. Succede, qualchevolta. Chiudo la digressione e torno al cittadino che non si compromette: una posizione tipicamente italiana, della serie che ad impicciarsi si fa sempre male. Come minimo si viola la privacy. E Rodotà si rovina le ferie a Colonnetta di Prodo.

Accanto al cittadino che fa finta di niente, c’è il cittadino che si indigna, e si lamenta che quel tal Signore non passi le sue giornate in galera: è il cittadino-giudice, che giudica secondo coscienza, ma nel segreto della propria coscienza o al massimo nel tribunale del dopolavoro. Il cittadino indignato, che in questa indignazione si soddisfa e raggiunge l’orgasmo. Poi c’è quello che prende carta e penna e scrive alla Procura: è una persona che crede suo dovere che certe cose non vengano dette solo al bar. Già, non si firma. Vuol dire solamente che conosce la giustizia e sa che una sua firma potrebbe costargli una denuncia per calunnia, tanto più probabile quanto più quel Signore è Signore. Questo cittadino disprezzato sa pure che la Procura, se riceve una lettera anonima, non può fare come il direttore di un giornale che se non ti firmi ti cestina. La Procura dovrebbe fare comunque le sue indagini, per cui la firma è un rischio tanto grande quanto inutile. Alla categoria di questo cittadino disprezzato appartengono molti moralisti di mestiere: che in pubblici convegni menzionano peccati tacendo i peccatori. E se gli chiedi di fare i nomi, il moralista ti risponde che non vuole correre il rischio di essere querelato. Non saprei dargli torto. Con quello che costa un avvocato, devi venderti casa e bagagli se la causa la vinci. Se la perdi, devi emigrare in Zambia.

Però dico una cosa. Che gli costa, a quel cittadino moralista, di scrivere una lettera Anonima? Non mi si venga a dire che ha paura del biasimo di Daniele Di Loreto. A proposito: io non conosco le vicende di un Sindaco chiamato Bellezza e di un Presidente della Comunità montana chiamato Filippetti. Se sapessi qualcosa, ap- profitterei dell’ospitalità di Orvietonews per chiamare le cose con il loro nome. Vorrei soltanto permettermi di dare un consiglio da amico a Daniele De Loreto. Pas trop de zèle. Traduco : se una lettera anonima ti disgusta tanto, non sarà che conosci chi l’ha scritta e perché? Mi firmo, sta tranquillo. Fausto Cerulli. Querela più, querela meno….

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