editoriale

Come si diventa brigatisti a mezzo stampa

venerdì 19 luglio 2002
di Fausto Cerulli
Di come si diventa brigatisti a mezzo stampa ( che, in confronto, Kafka scriveva favole per bambini scemi). Una mattina l’avvocato C., il quale ha l’abitudine insana di cominciar male la giornata sfogliando i giornali, viene attirato da una notizia in prima pagina su un quotidiano più libero degli altri.

Si parla di una telefonata tra due brigatisti, intercettata dalla Digos, in cui uno dei due spiega all’altro come e qualmente abbia una talpa in Procura, in quel di Roma, e quella talpa è un pm di punta del pool antiterrorismo. La notizia, per sé, non sarebbe del tutto eccezionale: ma il nostro avvocato, leggendo le parole intercettate, si accorge che appartengono a lui, e che l’interlocutore è un suo cliente. Si stropiccia gli occhi e legge ancora: il bravo giornalista non ha dubbi, uno dei brigatisti, quello che dice di chiamarsi Fausto, è per certo un brigatista molto noto, Fausto Marini.

Il giorno stesso il pm di che trattasi querela il quotidiano di che trattasi, e fa presente che uno dei brigatisti telefonici è proprio l’avvocato C., impegnato in una conversazione più che lecita con un suo cliente. A questo punto L’avvocato C. si mette l’anima in pace: è tutto chiaro. Resta il mistero della intercettazione, ma oggi, con buona pace di Rodotà, siamo tutti costantemente intercettati.

Ma il giorno dopo il quotidiano insiste: va bene, abbiamo sbagliato, non era Fausto Marini, ma l’avvocato C. E dunque secondo una logica kafkiana, l’avvocato C. diventa un avvocato brigatista, che conosce i segreti del Palazzo e li usa per preparare qualche sfracello. L’avvocato C. comincia a impensierirsi. Telefona al quotidiano, minaccia querele, chiede spiegazioni. La spiegazione arriva il giorno dopo, e che spiegazione… Il nostro quotidiano pubblica un’intervista ad un tale che si professa comunista, e che dice di sapere che l’avvocato C., con quella telefonata intercettata, aveva dato l’ordine di far scoppiare una bomba nei dintorni del Viminale. Sciocchezzuole….Il titolo dell’articolo è eloquente.

“ L’avvocato Fausto parla al telefono……ed a Roma scoppiano le bombe”. Notate la finezza dei puntini sospensivi, sospensivi ed ammiccanti. A questo punto entra in ballo il professor avvocato Taormina, detto il prezzemolo, il quale chiede la radiazione dell’avvocato C. dall’ordine degli Avvocati, ed un processo per direttissima al piemme menzionato nella intercettazione.

A questo punto l’avvocato C. decide di incazzarsi leggermente; chiede ed ottiene di poter parlare a Radio Radicale, dà del pennivendolo al giornalista dello sccop, dà del furfante al “ comunista “intervistato, e chiede al professor Taormina di occuparsi di mafia, che è il suo ramo dorato.

A questo punto uno si aspetterebbe che il quotidiano chiedesse scusa, ammettesse di aver preso un abbaglio: ma purtroppo gli imbecilli sono Anche testardi. E dunque insiste, anche se sempre più fievolmente. E l’avvocato C. pensa che tutto sia finito. Nada de nada. Un sabato mattina, verso le !2, riceve una telefonata sul cellulare: entro le 15 deve essere alla Procura di Roma. Parola d’ispettore della Digos. L’avvocato C. sa che una convocazione così fatta vale come un due a briscola. Ma decide di andare lo stesso, per chiarire una volta per tutte.

I corridoi della Procura di Roma, in un sabato pomeriggio afoso, sono ovviamente deserti,e l’avvocato C. viene notato da due carabinieri; i quali, ovviamente, gli saltano addosso e gli chiedono i documenti e vogliono sapere che ci fa, a quell’ora, in Procura. L’avvocato C. spiega che è stato convocato, ma loro non ci credono, e lo prendono sottobraccio e lo accompagnano all’ufficio del Procuratore Capo. Per fortuna una segretaria che conosce l’avvocato C. chiarisce tutto. E l’avvocato C. può essere interrogato. Per due ore, ed è luglio ed è sabato, e l’aria condizionata non funziona.

Il resto è segreto istruttorio, e l’avvocato C. pensa di rispettare quel segreto. Il Professor Taormina, visto che è avvocato e professore e prezzemolo, non ha segreti. E scrive, sempre su quel quotidiano più libero degli altri, che l’avvocato C. è stato sottoposto ad uno stringente interrogatorio: e lascia intendere che non è stato ammanettato solo perché conosce qualche giudice compagno di merende brigatiste.

Il seguito alla prossima sparata. Giornalistica. Alla prossima bomba. A mezzo stampa.

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