editoriale

I tanti motivi per cui è in crisi il Palio dell'Oca

giovedì 23 maggio 2002
di Marco Sciarra
Caro Tilli, probabilmente non sono io la persona giusta che deve rispondere alla sua lettera provocatoria, ma siccome è stata tirata in ballo la cittadinanza orvietana e siccome credo di appartenervi, dirò comunque la mia.

La capisco quando dice che non sempre l’affiatamento degli orvietani nei confronti del palio è alle stelle, del resto quando si organizza un qualcosa per la città si vorrebbe che questo qualcosa entrasse nel vissuto cittadino, o almeno suscitasse un po’ di interesse. Spesso si ha il timore di avere sulle mani un giocattolo che non funziona o il cui funzionamento non diverte più nessuno (se lo faccia dire da un povero illuso che da una quindicina d’anni cerca di lanciare un monumento in un quartiere dimenticato e che riesce ad ottenere dei risultati minimi con uno sforzo massimo…).

Un paio di anni fa, quando scrivevo per le pagine del compianto «Rassegna Stampa», affrontai il problema palio in un momento in cui non si sapeva né se né quando si sarebbe fatto. Oggi mi piacerebbe riaffrontare gli stessi punti anche se sono un testimone poco attendibile, dato che non ho visto le ultime tre edizioni, limitandomi a sbirciare per qualche minuto per scorgere la madrina di turno (e dire che io ero uno di quelli accaniti, che venivano al palio con la tunica e le bandiere rosse, che facevano i pon-pon la sera prima, disegnavano i cartelloni per gli altri contradaioli e organizzavano le cene e i rinfreschi per incoraggiare, rincuorare o festeggiare i cavalieri,…).

Ma passiamo ai fatti (e alle opinioni):

il gioco: semplice, non c’è che dire, ripetitivo, ma Piazza del Popolo non permette molto di più; l’unico brivido è costituito dall’avvicendarsi di vincitori e vinti. Peccato che vinca troppo spesso la cava, e questo toglie molto pepe alla gara

le contrade: era giusta la sua intuizione di alcuni anni fa di rilanciare il palio facendo leva sullo spirito di contrada, ed io ero uno dei pochi che ci aveva creduto; ma l’illusione è durata poco. Abbiamo radunato gente coi volantini, organizzato cene, raccolto qualche lira (allora c’erano quelle!) per pagare i costumi dei cavalieri, finendo poi col sentirci dire dai cavalieri stessi (o cavallai che dir si voglia):« Ma che vojiono ‘ste fregne? Noe l’estranie nun ce le volemo, che lo decidemo noe chi curre e chi no, che si tu domane c’aesse un fijio lo vorreste fa curre anche si nun pijia ‘l fiocco. Noe sapemo fa’ da noe». Probabilmente era il caso di insistere, facendo capire che se si crea una contrada che porta soldi alla squadra bisognerà assicurarle un minimo di garanzie di vittoria, o comunque un seppur minimo affiatamento tra tifoseria e corridori. Ma un certo orgoglio e un minimo di buon gusto ci fecero desistere dall’impresa di creare questa benedetta contrada (di cui esistono statuto, bandiere, logo, tessere,…).

Riconosco che per questo aspetto il mio osservatorio è del tutto parziale, riferendosi alla sola contrada Cava, ma non mi risulta che a Pistrella siano andati molto oltre. Quindi occorrerebbe chiedersi se e fino a che punto il palio interessi ai cavalieri e soprattutto se interessa solo mettersi in mostra e dare saggio delle proprie capacità o dare vita a qualcosa che appassioni anche chi non li conosce.

lo spettacolo: nonostante i bellissimi stendardi di Renzo Orsini, occorre riconoscere che ci vuole davvero molta fantasia a rivedere in quella sfida a cavallo la rievocazione di un palio medievale o rinascimentale. Quando anche io stavo nel comitato organizzatore del palio (si ricorda vero? e si ricorda pure le mie dimissioni e i motivi?) tentammo di fare i costumi, ma un incidente di percorso fece sì che tutto si risolvesse in un enorme spreco di stoffa. Ma l’anno successivo l’idea non andò avanti, così come non ebbe seguito il progetto di realizzare le transenne di legno o un bellissimo trespolo in stile per sorreggere le bandierine al posto dell’attuale iper-moderno traliccio di metallo.

Mi si permetta, ma l’impressione che si riceve ora guardando il palio è quello del saggio di due scuole di equitazione, e la composizione del pubblico (fatto per larghissima parte di parenti e amici dei corridori) lo conferma. Di sicuro alla base di tutto c’è il classico problema che mancano sempre ventun soldi per fare una lira (o 101 centesimi per fare un euro), quindi verrebbe da chiedersi se e quanto il palio interessi all’amministrazione. Le confesso in estrema onestà che spesso ho avuto l’impressione che venisse elargito qualche spicciolo più per non perdere consensi preziosi che per rilanciare veramente la manifestazione. Ma queste, come del resto tutte le altre, sono impressioni del tutto personali.

gli sponsor: giusto, gli sponsor privati. Molte grandi manifestazioni si tengono in piedi e prosperano proprio grazie alle sponsorizzazioni. Ma, facciamoci caso, spesso sono le aziende degli stessi cavalieri che danno dei contributi pur di poter correre ogni anno. E questo è tutto dire…
Il problema è che lo sponsor vuole garanzie di visibilità e di un certo livello della manifestazione. Non le nascondo che quando il palio fu ospitato nei miei locali tutta la via si sentì onorata (nei primi anni, prima della consegna alla chiesa di turno, il drappo era esposto in una vetrina della contrada), perché ci sentivamo partecipi, anche marginalmente, di un vento orvietano che stava nascendo. Ora, in tutta onestà, quando e se vengono a chiedere dei contributi, si dice di sì per non poter dire di no…
È il vecchio gioco per cui una cosa che va bene tende ad andare sempre meglio, mentre se va male rischia di peggiorare.
Un’altra grande verità del marketing poi è che ci vuole molto più sforzo a risollevare qualcosa che barcolla che non a creare qualcosa di totalmente nuovo (e l’avvicendarsi dei mercatini natalizi del quartiere medievale ne è in qualche modo la conferma). Quindi, concludendo, mi sento di dire che, come in tutte le cose, il problema di individuare le cause è piuttosto complesso, dato l’intreccio dei soggetti coinvolti a più livelli e una certa apatia finto-snob tutta orvietana. Quanto alle possibili soluzioni, l’impeto e la rapidità con cui le sto scrivendo queste righe, mi impediscono di rifletterci a fondo. Ma così, a getto, mi sento di suggerire una piccola modifica: che ne dice di sostituire le bandierine con delle vere oche a cui tirare il collo? Non so che tipo di effetto potrebbe avere su cittadinanza, amministratori e sponsor, ma di sicuro si sarebbe garantito al palio un pubblico più vivace, fischiate e sventolante di quello attuale…

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