economia

Parere tecnico di Praesidium sulla trasformazione della Cro

mercoledì 21 giugno 2017
Parere tecnico di Praesidium sulla trasformazione della Cro

Di seguito il Parere tecnico elaborato dal dottor Stefano Moretti su richiesta dell’Associazione Praesidium di Orvieto.

 

Sono stato richiesto dall’Associazione Praesidium di Orvieto di un parere in merito alle fusioni per incorporazione, così come regolate dall’art.2501 e segg. del C.C. e sugli effetti della stessa in relazione al rapporto di concambio, ovverosia il corrispettivo in azioni che i soci dell’incorporata riceveranno dall’incorporante in sostituzione delle proprie, nonché sulla riorganizzazione del sistema aziendale conseguente la fusione, con particolare riguardo alla riallocazione del personale dipendente e sue eventuali esuberi che, di regola, emergono a seguito di tali operazioni, relativamente alla proposta di analogo procedimento da parte della Banca Popolare di Bari nei confronti della partecipata CRO.

L’argomentazione è particolarmente complessa e l’economia del richiesto parere non consente a particolari approfondimenti di carattere dottrinario o giurisprudenziale, anche per l’assenza di qualsivoglia documentazione ufficiale relativa allo specifico caso in esame.

Ci limiteremo, dunque, ad indicare soltanto gli aspetti salienti di tale procedimento e gli effetti che, di legge, ne conseguiranno e quelli che, per volontà o scelta aziendale, ne potrebbero conseguire.

La norma prevede, all’art.2501-ter c.c., la redazione, da parte dell’organo amministrativo, nella specie il C.d.A. della B.P.B. di un progetto di fusione da cui debbono risultare, in ogni caso e tra l’altro, “…….il rapporto di cambio delle azioni o quote” nonché “le modalità di assegnazione delle azioni….. della società”.

In via preliminare, per meglio tracciare un quadro degli effetti che potrebbero riguardare i soggetti di cui trattasi, in particolare il socio di minoranza della Cassa di Risparmio di Orvieto, cioè la Fondazione CRO, va ricordato che la Banca Popolare di Bari è attualmente costituita in forma di società cooperativa per azioni cui consegue, in assemblea, il voto capitario per il quale ogni socio, indipendentemente dal numero delle azioni posseduto esprime un solo voto, risultando pertanto irrilevante, a tal fine, la misura di azioni da concambio la quale tuttavia assurge a rilevanza patrimoniale rapportata direttamente allo stesso, con la conseguenza di insignificanza decisionale del socio Fondazione, salve le cure e le eccezioni eventuali dell’art.2501 ter, punto 8) c.c., il quale tuttavia acquisisce al patrimonio caratteristico il controvalore di concambio.

A tal fine ed in particolare, giova ricordare che il collega Prof.Enrico Laghi, supportato dal Revisore Deloitte, dal Collegio Sindacale della Banca Popolare di Bari e da altro advisor Price Whaterhouse, in previsione della trasformazione della Banca Popolare di Bari in SPA, prevista per il 27 dicembre scorso e poi sospesa dal Consiglio di Stato in attesa della decisione della Consulta per la valutazione di profili di possibile illegittimità costituzionale relativamente a supposte norme di favore nei confronti delle Banche Popolari portate dal D.L. 2015, ha indicato il valore di ogni singola azione dell’Istituto pugliese in euro 7,5, valutazione sostenuta da specifici elementi quali l’effettivo realizzo del piano quinquiennale industriale, un aumento di capitale di 300 milioni di euro, ad oggi non avvenuto, nonché mantenimento dell’indicata clausola di favore sub judice per la quale, di fatto, il recesso in ipotesi esercitato ex art.2473 c.c. sarebbe liquidato in tempi indefiniti, argomentazioni così gravemente condizionate e condizionanti che non trovano apprezzamento né condivisione alcuni in chi scrive, che reputa al contrario come probabile una pronuncia della Corte Costituzionale abbrogativa della norma ed un ricorso massivo al recesso, con possibile tracollo patrimoniale e prospettive di procedure amministrative coatte in capo alla Banca Popolare di Bari.

Le scarne ma significative indicazioni emerse dalla stampa, in particolare “La Nazione” di oggi, rilevano che la Banca Popolare di Bari avrebbe argomentato che “già nel 2018 si prevede un ritorno agli utili a livello di due o tre anni fa e quindi la Fondazione CRO avrà tutti i vantaggi di avere in mano non più le azioni di una banca locale ma quelle, minori ma di maggior pregio, di un grande gruppo creditizio”.

L’affermazione è assai avventata.

Lo sviluppo industriale della banca barese è legato ad un piano quinquiennale i cui esiti sono meramente presunti, come del resto quelli di una qualsivoglia previsione economico-finanziaria di medio-lungo termine, in quanto necessariamente legati ad eventi futuri ed incerti e scenari prospettici, labili quanto modificabili; qualora, a titolo di mera esemplificazione, la Consulta decidesse, come appare assai probabile, per l’illegittimità costituzionale della norma che prevede il rimborso sine die delle azioni per intervenuto recesso, ipotizzato in forma massiva, ne conseguirebbe un indebolimento patrimoniale ingovernabile che potrebbe condurre, già in fase di trasformazione in SPA della Banca, ad una flessione rilevante del patrimonio di vigilanza, che si avrebbe comunque anche a fronte di una riedizione di valore del titolo assai ridimensionata, diafana ed inconsistente, con conseguente procedura di amministrazione controllata nonché di liquidazione ex art.93 L.F. della Banca Popolare di Bari.

Tale scenario prospettico, se non certo, appare comunque probabile ed immaginare una confluenza per incorporazione della CRO nella banca barese, comporterebbe l’evidente conseguenza di trasferire l’Istituto orvietano nella stessa criticità di quello pugliese, seguendone le stesse medesime, indicate e supposte sorti.

Tutto quanto sopra depone a favore del mantenimento, almeno temporaneo, della CRO nell’attuale forma ed autonomia, senza tuttavia disconoscere i vantaggi di una procedura industriale, non obbligatoria ma opportunamente e giustamente suggerita da CONSOB e Banca d’Italia, di accentramento dei gruppi bancari, con strumenti e procedure in grado i guardare ad una banca nuova, più leggera ed efficiente, con migliorati profili di marginalità, produttività e redditività.

La CRO, in anni assai recenti (2009-2011) ha scelto invece in assoluta controtendenza un percorso di espansione, acquisendo ben 15 nuove agenzie di cui 11 nel solo ternano, queste ultime conferite dalla stessa Banca Popolare di Bari, con conseguente accollo di personale che potrebbe divenire quota eccedente in un processo di riorganizzazione atteso che l’effetto primo della fusione potrebbe risultare un consistente ridimensionamento degli organici; l’operazione tra l’altro ha comportato una pesante svalutazione dei valori di avviamento della CRO, rilevati nel bilancio chiuso al 31.12.2015 della stessa banca, di ben 10.000.000,00= di euro.

Tale svalutazione fa desumere di trovarci in presenza di un sistema banca appesantito di tipo obsolescente e di dubbia efficacia economica, con parziali profili di ridotta produttività e priva di strumenti adeguati di controllo come la contabilità per centri di costo o, per lo meno, se presenti, apparentemente non utilizzati, con un socio di minoranza non in grado di contrastare una governance che ha prodotto operazioni in perdita o con risultati economici perlomeno insufficienti come dimostrato dai risultati dei bilanci relativi agli esercizi 2015 e 2016, ed in assenza di una efficacie ed attenta politica di vigilanza sul board della Cassa pure nominato dalla stessa Fondazione nei suoi componenti strategici.

In questo oggettivo contesto, aderire ad un progetto di fusione significherebbe consentire non solo alla perdita di territorialità della banca orvietana, argomento in qualche modo antistorico ed aziendalmente risibile, ma divenire parte di un sistema ad elevato rischio di default ed, in ogni caso, all’interno di prospettive assolutamente incerte in termini di tenuta economico-patrimoniale.

Assai più ragionevole appare ricercare una uscita della Banca Popolare di Bari dalla CRO, attraverso l’intervento di nuovi soci in grado di rilevare la partecipazione, salvaguardando i risvolti anche occupazionali attraverso adeguate politiche di modernizzazione e sviluppo, a condizione evidente della individuazione di una nuova governance della banca orvietana, non apparendo sostenibile un percorso nel quale si chiede al board locale, che pure a questo limite ha spinto la banca, di proporsi quale solutore di una grave criticità dallo stesso oggettivamente provocata.


Parere tecnico del dottor Stefano Moretti

 

 

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