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A QUATTRO ZAMPE

domenica 19 febbraio 2006
di Alessio Brandolini
IL BARBONCINO SI GRATTA L’ORECCHIO SINISTRO Gli spari fuggono davanti alla gente che guarda stupita. Mirano dritto, proprio in mezzo agli occhi, ma poi temono di schiantarsi sul nulla e allora tornano indietro. Oggi la pace è un bene di lusso e la lingua è il proiettile che perfora la carne, frantuma le ossa, taglia tendini nervi e muscoli. Insomma: ci si spappola e non si regge, quasi impossibile restare in piedi. Ecco il buco, il foro che uggiola nella notte. Puoi infilarci il dito dentro, se vuoi, e poi la testa con tutto quello che contiene. Lo squarcio divora ogni resistenza, così risoluto nel mostrarsi spalancato. Sanguina non poco, anche se la ferita appare asciutta sai che questo non esclude il dolore. Dobbiamo restarci bene in mezzo, sorvolare d’un colpo la piazza e osservare dall’alto l’arma puntata contro i passanti. Aspettare lo sparo, l’esplosione, il botto, la fuga terrorizzata di chi sta per saltare in aria, per essere spazzato via. Tutti s’agitano davanti alle esplosioni, si fugge spaventati a morte, ci si rinchiude in casa con le mani premute sulle orecchie e gli occhi chiusi a strizzare le palpebre fino a visualizzare il dolore. I bambini piangono a singhiozzi, ai vecchi ottuagenari gli si piegano le ginocchia eppure implorano un elmetto, un fucile con la baionetta innestata. Per difendersi dagli attacchi, per riportare la ragione al centro della storia. La piazza resta vuota più a lungo del previsto, con un cartello di sosta vietata spezzato a metà e accanto un barboncino nero dal pelo ruvido e sporco che si gratta, come se nulla fosse, l’orecchio sinistro. Saranno le otto, forse persino più tardi. C’è solo lui, il barboncino, che seguita con la zampa sinistra anteriore a grattarsi l’orecchio sinistro. Proprio come se nulla fosse e ogni tanto abbaia. BAMBINA CON CANE Ci sono gli uccelli colorati che restano a terra a zampettare a fatica e ci sono gli uomini grigi che volano veloci al di sopra delle nuvole. Io sono una pianta che fatica a respirare. Tiro su l’acqua dalla terra con le mie piccole radici e in qualche modo sopravvivo alla tua assenza. In tredici mesi ho perso venti chili. Quando c’è il vento oscillo, talvolta sono un'esile canna cresciuta sul bordo d’un fossato. Guardo il precipizio e non mi spavento. Quando il sole picchia mi riparo sotto la mia ombra, mi nascondo agli occhi della luce, alla trasparenza dell’aria. Allora filtra un po’ di fresco, talvolta passa un pensiero diverso, ma ogni volta la vita quotidiana lo raggiunge: e lo sopprime. Per questo a lungo rimango a occhi bassi e raspo nell’erba, tra le pietre rimescolo sentimenti e colleziono i volti delle persone incontrate: non ne dimentico nessuna. Per esempio quello di mia sorella Lucia, di quando era piccola e la portavo a spasso nel giardino pubblico sotto casa. Oggi insegna storia in un liceo e se le racconto un dettagliato episodio della nostra infanzia non lo ricorda. Mi guarda stupita e alza le spalle. Ieri, alle sette e un quarto del mattino, ho fatto un rogo di pensieri: dentro vi avevo scoperto troppi errori, un covo di serpenti a sonagli vispi e affamati. Sono venuto qui sulla tua tomba a pregare, a raccontarti delle cose. Lo avevo già fatto otto anni fa, un mese dopo il suicidio: eri davvero bella, eppure stanca, sfinita, sfibrata. Lo farei tutti i giorni se potessi, sì, verrei qui a leccare il tuo gelido marmo. E i fiori di plastica, e la scritta in rilievo che parla di te e riporta i numeri delle date di nascita e di morte. Quella foto in posa a colori proprio no, non ci passerei sopra la lingua, non la sfiorerei nemmeno con un dito: lì sei davvero ridicola con quel sorriso storto e lo sguardo rivolto al muro. Perché non l’hai strappata? Mi tormento da sempre nell’errore, ma tutto sta nel carattere che si nasconde sotto lo sguardo della gente. Gli amici non sono più gli amici d’una volta anche se ti sorridono e abbracciano quando t’incontrano, lo fanno per se stessi, per sentirsi legati a un ricordo, a una storia passata, a quei fili d’aquilone che sostengono i giorni e sono elastici che ti spingono in avanti. Ora ho una donna anch’io, Stefania si chiama, anche se non dovrebbe esserci. Sarebbe meglio, visto che è sposata e ha un figlio di dodici anni che non conosco, tranne che al telefono quando risponde e mi dice “chi è?”. La voce che ascolto stando qui mi porta al di là del fiume della vita, non mi ci fa sprofondare dentro. Sembra un uccello che con il becco tira su le microscopiche gocce d’acqua da far scivolare in gola, da aggiungere alla propria vuota esistenza. L’anima mia è confusa ed ha angoli ottusi, un bordo sfrangiato e spinoso. Vorrei le foglie ma non ce ne sono. Un tempo c’era un cespuglio di rose cresciuto da una parte, e un giorno di settembre non l’ho più visto, qualcuno deve averlo falciato e poi tritato fino a sbriciolarlo. Polvere di petali di rosa infilata nelle narici, nelle orecchie, nel bianco degli occhi. Puoi trovare quiete anche in mezzo alla tempesta se riesci a pregare, a portare il pensiero oltre le cose, oltre il dolore. Rifletto da un paio di decenni sulle passioni umane, sui desideri calpestati, sull’ipocrisia di lanciare il sasso e poi nascondere la mano, sulle guerre d’inizio millennio, sul terrorismo religioso. Ti regalo le mie braccia: facciamo insieme una casa, sì, coltiviamo della terra, di questi sassi accatastati sul cuore facciamone un giardino. Intorno a noi c’è terra buona da masticare. So quello che dovrei fare con la pistola che ho nella tasca interna della giacca: mettere il colpo in canna, puntare alla tempia destra, premere il grilletto con decisione. Cadrei in ginocchio sulla tua lapide, mi ci stenderei sopra, infangherei con il sangue quella tua foto che proprio non mi piace. Però m’insegue e mi strattona il sorriso d’una bambina che ho intravisto poco fa venendo in questo cimitero: teneva al guinzaglio un cane, un bel cane allegro e forte, che la trascinava avanti annusando la terra o alzando la testa di scatto per guardare avidamente intorno. La bambina teneva lo sguardo fisso sul cane e sulla bocca un sorriso indeformabile e vero, come scolpito sulla pelle perfetta e dagli occhi veniva fuori una luce vibrante, di gioia immensa e profonda. Avrei voluto essere un cane e dare anch’io quella gioia a qualcuno. IL MIO CANE DODDO Oggi alle sette precise sono uscito a spasso con il mio cane Doddo, un bastardino di tre anni quasi del tutto bianco dal pelo candido e liscio. Fatto un certo numero di passi nel parco qui sotto Doddo ha cominciato ad abbaiare e a inseguire un grosso gatto sporco e peloso. I gatti sporchi e pelosi, soprattutto se grossi, proprio non li sopporto perché mi fanno venire le visioni. E’ così che ho visto un gallo dal collo dritto che però aveva la faccia di mio padre. Il gallo prese a inseguire Doddo che inseguiva il gatto peloso e parecchio sporco. Me ne stavo lì, con le mani in tasca al centro del parco con quella visione addosso e ce n’era un’altra che premeva per venire avanti in cui io ero un orso, non tanto alto, inseguito da un pazzo senza capelli con una cartella in mano, una di quelle di cuoio marrone che di solito usano i vecchi impiegati che fanno la fila agli sportelli della posta (dentro ci tengono le parole crociate facilitate l’agendina una penna una radiolina una bottiglietta d’acqua minerale che bere molto fa bene alla salute un piccolo quaderno e una penna). Sto fermo, immobile, per sfuggire alla presa, allo schiacciamento delle visioni, poi faccio dei lunghi fischi di richiamo e finalmente Doddo torna dal padrone, quasi controvoglia e mi annusa sbuffando. Sono riuscito a fargli smettere d’inseguire il gatto peloso e sporco che ora vedo spostarsi tra i rami dell’acacia portandosi dietro l’immagine del gallo dal collo dritto con la faccia di mio padre. Ora il gatto mimetizzato tra le foglie si passa con calma la morbida lingua sui peli e sugli occhi. Sono tornato a casa sconvolto, con il fiatone e per vendetta ho rinchiuso Doddo nello stanzino senza un buco per l’aria. Per tre ore l’ho lasciato solo. Al buio totale e non gli ho portato neanche dell’acqua. Così impara, c’è sempre da imparare qualcosa nella vita, anche quella di un cane. Dalla finestra del bagno si vede il parco e infatti mi affaccio e metto a fuoco un orso, assai più alto di quello di prima, inseguito da un pazzo con un coltello in mano, ma per fortuna l’orso non ha più la mia faccia, la mia storia. Però, ne sono sicuro, è di uno che ho frequento spesso, ma ora proprio non mi riesce di richiamarlo alla memoria. Abbasso la serranda per non vedere. Spengo le luci per non sentire i guaiti della vendetta. CANE CON ALI CUCITE SUL PETTO La sfitta rete di stelle oggi non riesco a vederla, anche se mi è tutto chiaro e la casa resta silenziosa, inospitale persino con i fantasmi. La notte si disperde dietro il bianco degli occhi ed è come se fosse giorno. Li chiudo per poi guardare a lungo un cane sdraiato che parla al silenzio che gli sta intorno. Un silenzio che si sfilaccia per via dei rumori della strada: camion che ringhiano, gomme che stridono e un vociare di gente che di corsa si trasferisce da un lavoro a un altro. Sono le otto di un giorno temporaneo e sono più stanco e nervoso del solito. Il cane ora apre la bocca e sbadiglia: suggerisce un linguaggio tutto nuovo, che non capisco ma le orecchie basse mi dicono qualcosa che ho già sentito qualche decennio fa. Le zampe del cane sono leggere e aleggiano fino al mio petto: fiutano ferite come fossero amori proibiti, ci pisciano dentro e lasciano l’impronta del loro passaggio. Anche se non ho sete consumo l’acqua in un bicchiere di terra: ecco, forse la mia riserva naturale è il futuro che arriva troppo presto. Le vostre mani sanno di basilico, figli vi adoro e sto con voi finanche nei sogni affollati di miracoli o d’alberi anneriti dalle bombe, dagli strappi che di secolo in secolo si riproducono tra i popoli. Il cane nel frattempo è sparito, restano le tracce indelebili delle sue ali cucite sul mio petto e un ciuffo di coda. Oggi la sfatta rete di stelle non la voglio vedere o è lei che si nasconde al mio sguardo inchiodato al muro? OGGI MI SOGNO UN CANE Lo dicono i giornali e i professori che ormai non insegnano più nulla: i sogni sono morbida materia di laboratorio: vanno vivisezionati: poi riprodotti all’infinito: fino a quando tutti gli esseri viventi non saranno stanchi di sognare. Allora, finalmente, la vita piena avrà il sopravvento sulla vita vuota e a dormire non ci andranno nemmeno i cani i pipistrelli le lucertole i ragni le foglie le radici il vento l’aria la luce. Si starà svegli tutto il tempo con la lingua attaccata al palato e ci si salverà dal sonno e dalla pigrizia onirica. Si accetterà di vivere tra gli spari, le buche delle bombe. L’ultimo mio sogno è stato un cane grosso e peloso che mi assaliva e si trasformava in me stesso: quello ero io: nei suoi denti a mordermi, nella sua lingua a leccarmi le ferite, nella sua coda a indicare il cielo stellato. Ricordo che negli occhi del cane c’erano lacrime salate e un piccolo specchio ottocentesco che rifletteva un pozzo con uno spicchio di luna laccata. Allora io presi a correre in un rettangolo di prato per avere un’immagine più stabile, più certa: pur nella fuga, pur nella corsa a perdifiato. Ma era un girare intorno al nulla di un se stesso che non si conosce ed emanavo un odore di bestia assassina e una luce ombrosa soporifera, di gas paralizzante. Correvo da fermo e intanto la terra ruotava in senso opposto al mio. Da qualche mese coltivo il deserto: impedisco alla via reale di uccidere il sogno di sognare liberamente senza paura di saltare in aria. Ecco, per esempio ora sono giorni che non dormo e ho le zampe posteriori che mi si piegano. Non ho la forza d’abbaiare, di tenere gli occhi bene aperti e la coda è un serpente in letargo: faccio un nodo alla lingua per ricordarmelo. E dormo a dispetto fino a sciogliere con il sogno la crosta di gelo che ricopre questi giorni d’inizio millennio.
Chi sono... (note dell'autore sull'autore) Sono nato a Frascati nel 1958, ma ho trascorso i miei primi vent'anni in una piccola casa sul cocuzzolo di Monte Compatri, sempre nei Castelli Romani, con i genitori e cinque fratelli. Poi mi sono trasferito a Roma, dove vivo tutt'ora. Qui mi sono laureato in Lettere moderne, con una tesi sulla poesia di Jole Tognelli, mi sono sposato con Laura e ho avuto due figli: Simone e Flavia. Ho iniziato a lavorare giovanissimo e dopo un'infinità di esperienze sono approdato, nel 1983, nel confortevole lido del Senato della Repubblica (ma non sono senatore, ci lavoro soltanto). Ho esordito come poeta nel 1989 sulla rivista "Galleria", all'epoca diretta da Leonardo Sciascia. Nel 1991 ho vinto la sezione inediti del "Premio Montale" con una silloge poetica, L'alba a piazza Navona, poi pubblicata da Scheiwiller nel 1992. Nel 2002 ho pubblicato "Divisori orientali" (Manni, Lecce), una raccolta di poesie alla quale è stato attribuito il "Premio Alfonso Gatto 2003 - Opera prima". Nel 2004 sono uscite le "Poesie della terra" (LietoColle, Como) con prefazione di Mario Santagostini, (segnalato al Premio Montale Europa), poi anche, con lo stesso editore, in versione spagnola, "Poemas de la tierra", a cura e traduzione di Martha Canfield. L'ultima raccolta: "Il male inconsapevole", è stata pubblicata nel dicembre 2005 dall'editore Il Ramo d'Oro di Trieste. Miei testi sono stati tradotti in francese, spagnolo, sloveno, inglese, albanese e pubblicati su riviste e antologie italiane e straniere. Ho partecipato ai Festival internazionali di Poesia di Medellín (Colombia, 2004), El Salvador (2005) e a quello di Tetova (Macedonia, 2005). Un mio racconto, "L'amore non è mai inutile", è stato inserito nell'antologia "I Racconti di Sabaudia" (2004, Baldini Castoldi Dalai). Collaboro a varie riviste e sono tra i redattori del sito "gialloWeb" che si occupa di letteratura a sfondo noir, del sito "Fabruaria" e della rivista "Almanacco del ramo d'oro" (quadrimestrale di poesia e cultura). Organizzo reading e incontri letterari, soprattutto con il gruppo "I libri in testa". Sono nella giuria del "Premio internazionale di poesia Pier Paolo Pasolini". Ho ideato e dirigo "Fili d'aquilone" (rivista on-line d'immagini, idee e Poesia). Ho fiducia nella poesia e nella politica, nell'amore e nell'amicizia. Non a caso mi piace il vino rosso.

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