cultura

#UJW25 Il diario di Elio Taffi - Prima giornata di emozioni musicali

venerdì 29 dicembre 2017
di E. T.
#UJW25 Il diario di Elio Taffi - Prima giornata di emozioni musicali

Umbria Jazz Winter #25 mi arriva addosso senza quasi preavviso.

Una forma fisica deficitaria (altro che Roberto Bolle dell’attuale, fulgida pubblicità televisiva) e, soprattutto, le ultime vicende personali piuttosto impegnative mi hanno fatto dimenticare, sino a ieri, la straordinaria opportunità musicale che colora  da una quarto di secolo l’inverno orvietano.

A dire la verità, Umbria Jazz Winter piomba addosso, senza quasi preavviso, anche ad Orvieto. Mettiamoci anche la pioggia incessante degli ultimi giorni…

Il primo appuntamento è, come al solito, al Palazzo del Popolo ma non posso andarci in questo stato... Urge un rimedio.

Vaglio velocemente varie soluzioni e poi, senza indugio, mi fiondo verso un sontuoso tronchetto di porchetta che fà bella mostra di sé in un ristobar cittadino. Un panino adeguato, in quanto a cospicua farcitura, non potrà che farmi bene. E così sarà!

Ritemprato secondo antica prassi etrusca, vengo accolto dai suoni della Sala Expo. Qui si esibiscono i Chord Four, un complesso di giovani ragazzi americani forgiati al Berklee College of Music di Boston e vincitori del concorso internazionale che si tiene ogni anno a Perugia, nel quale sono premiano i campioni del futuro. Di grande impatto la musica prodotta, che pare affondare l’essenza in una massa densa di note medio-gravi sapientemente miscelate. Ottimo l’organico di strumenti utilizzati: contrabbasso, batteria, tromba e sax tenore. Emilio Terranova, dalla perfetta pronuncia inglese ma con un nome che più italiano non si potrebbe (il bassista proprio), mi parla, a fine concerto, della splendida occasione rappresentata per il gruppo da questa trasferta italiana. Il jazz di casa nostra è rispettato negli Usa ed il calore del pubblico nostrano è una meta ambita per tanti giovani artisti. Questo è quanto ho compreso del suo fluente eloquio; la soddisfazione per l’esito del concerto era chiarissima.

Commovente l’entusiasmo dei ragazzi, quando si ha l’attenzione di guardarli in volto.

A seguire ci sarebbero stati i borsisti provenienti dalle Jazz Clinics 2017; vengo però attratto dagli esercizi tecnici che fuoriescono dalla Sala Etrusca. Sono i musicisti dei Funk Off, stanno riscaldando strumenti e idee a un’oretta dalla prima uscita.

Dario Cecchini, lo storico leader, mi si fà incontro.

Dario! Dacci un motivo per cui, dopo tanti anni, dobbiamo ancora venirvi dietro ed applaudirvi. Intanto, perché c’è della musica nuova. Alla fine, il nostro progetto si basa sulla musica e quindi, finché si rinnoverà la musica vale di venirci ad applaudire. Anzi, a sentirci; poi, ad applaudire deciderete voi.

So che avete rappresentato Umbria Jazz e l’Italia in lontani lidi. È stato un piacere ed un onore rappresentare l’Italia ed Umbria Jazz in Cina, nella nostra recente tournée.

E il grande entusiasmo del pubblico cinese? Credi che ci sia un reale interesse artistico da parte loro o ancora siamo ad un livello di fascino esotico-folkloristico? Non è una fatto di esotismo, non credo. Loro sono veramente colpiti, secondo me, da quello che gli portiamo noi, sia come Funk Off che come altri gruppi. Magari devono costruirsi un tipo di cultura per mettersi maggiormente in sintonia con noi; è un pubblico che si lascia coinvolgere e col quale ci siamo divertiti. Siamo stati a Shangaij, Wulong e Chengdu, dove c’è un bellissimo festival jazz proprio come a Shangaij. A Wulong ci siamo esibiti all’interno di una manifestazione di musica pop giapponese, una sorta di FestivalBar, con una platea costante di cinquantamila spettatori. Una roba assurda!

Siamo al venticinquennale di UJW. I Funk Off da quanti anni suonano ad Orvieto? Da quattordici anni veniamo qui. Già che ho l’occasione, invito il pubblico a Vicchio di Mugello, il nostro paese in provincia di Firenze: il 24 giugno festeggeremo i 25 anni di Funk Off!

Il pezzo nuovo che vorresti la gente ascoltasse con attenzione? Beh, c’è “It’s okay”, che darà il titolo al nostro nuovo album; un pezzo lineare, estremamente semplice e, credo, efficace. Tu che sei un musicista… Son trentadue battute, o meglio, si sviluppa in 32 battute ma si tratta di un tema di sedici battute che poi, naturalmente, ho sviluppato nell’arrangiamento. Sono convinto che potrebbe piacerti!

E, di sicuro, lo ascolteremo ben volentieri.

Di corsa raggiungo il Museo Archeologico Nazionale, in piazza Duomo, per l’Etruscan Jazz Concert dell’Orvieto Jazz Orchestra. Il direttore è il valentissimo Lamberto Ladi, sassofonista di punta del jazz nostrano; con lui, Gianfranco Puppola, Riccardo Femminelli, Andrea Vergari, Alex Graziani, Francesco Rosati ed Emanuele Lillo Ranieri, per un complesso solido e ben amalgamato; la voce di Giulia Picchiami completa il parco artisti. Si tratta di una delle iniziative musicali organizzate dalla Scuola Comunale di Musica di Orvieto “Adriano Casasole” che vanno ad integrare l’offerta musicale della nostra città nel periodo festivo. Mette di buonumore accorgersi di quanta qualità Orvieto sia in grado di produrre; una band di questo livello non è affatto usuale per una piccola città come la nostra. Il pubblico apprezza in maniera convinta i brillanti virtuosismi tecnici di Ladi & C. Magnifica la reinterpretazione di uno Stevie Wonder d’annata. La commozione scende inesorabile quando i colleghi dedicano al maestro Ladi il brano “Over the Rainbow”, omaggio sentito alla memoria del maestro chitarrista Massimo Ladi, il padre di Lamberto, scomparso da appena due giorni. La musica riesce ad addolcire anche i dolori più lancinanti; il la bemolle sopracuto raggiunto nella cadenza finale dal maestro Ladi illumina il cielo, da lassù.

Orvietonews, caro Lamberto, ti esprime vicinanza in questo momento. Massimo Ladi è stato un grande musicista di questa città. Ci sarebbe un suo insegnamento che potrebbe tornare utile a tutti, anche ai giorni nostri? Mi ricordo, quando ero piccolo… Lui non sapeva la musica ed io non sapevo la musica; quindi, come insegnarmela? Me la faceva ascoltare, tante volte finché non mi entrava in testa; io scrivevo allora le note su un quaderno a quadretti, a lettere: do, mi fa ecc. Poi gli domandavo: Ed ora come faccio a suonare bene? Lui rispondeva: Il brano lo sai, ora suonalo; ti accompagno io, se ti perdi ti ritrovo. La cosa bella è che fino all’ultimo concerto io gli chiedevo: Ho suonato bene? E lui: Hai suonato bene perché hai dato il meglio di te, non perché sei bravo. Hai dato tutto? Vuol dire che sai suonato bene. E questo sera, io credo di aver suonato bene perché ho dato il meglio di me. Poi giudicheranno gli altri, l’importante è che abbiamo dato tutti il meglio di noi stessi.

Bellissimo ricordo e prezioso insegnamento. Mai averne abbastanza, di insegnamenti così.

Conservo molte cose ancora da raccontare, di questa prima giornata. Le foto che saranno pubblicate ritraggono musicisti di cui non ho parlato, ma l’ora è tarda e le idee si stanno confondendo.

Dico solamente che l’ultimo concerto mi ha stordito.

Gino Paoli & Danilo Rea, “Due come noi che…” al Teatro Mancinelli, già sold out da vari giorni prima. Ho la fortuna di seguirlo da pochi metri, non dirò mai dove e come ci sono arrivato. Ho pianto qualche lacrima perché a volte si può piangere anche di gioia, o perché di fronte a siffatta Bellezza. Un po’ di raucedine non ha minimamente scalfito la grandezza di Paoli. Non parlerò di Rea. Danilo Rea è uno dei migliori pianisti jazz italiani, ha il dovere di dimostrarlo sempre, quando suona, perché i grandi hanno la responsabilità di esserlo sempre. E Danilo è un grande.

Quello che mi sorprende è il parallelismo che elaboro fra la figura del maestro Massimo Ladi e quella del maestro Gino Paoli. Quest’ultimo, ad un’età importante e preziosa e con alle spalle fra i più straordinari riscontri che un artista possa avere avuto, sta dando il meglio di sé. E proprio per questo è bravissimo. Non dimenticherò la versione di “Sapore di sale” che Gino Paoli ha cantato il 28 dicembre 2017 al Teatro Mancinelli di Orvieto. Né dimenticherò che non è rilevante possedere una voce galattica per emozionare nel profondo con “Il nostro concerto” di Umberto Bindi. E poi, “Les feuilles mortes”… Nessuno potrà regalare a questa canzone un vestito più appropriato.

Alla sesta canzone decido d’impulso di tornare a casa.

A volte, la Bellezza può far male.

Il sole è un qualcosa di meraviglioso ma può bruciare gli occhi se ci si sofferma anche una sola manciata di secondi…

A domani, buonanotte a me e buongiorno a voi.

 

 

 

 


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