cultura

"Ritmi Antichi" ai giorni nostri

giovedì 13 luglio 2017
di Livia Di Schino
"Ritmi Antichi" ai giorni nostri

"La strada che fugge da Monteleone" di Roberto Cherubini

 

"Rime e Versi, Ritmi Antichi e altre poesie" nelle parole di Roberto Cherubini che racconta del critico letterario e traduttore di testi greci e latini Pietro Bilancini (1864-1895), ma lo fa da un’angolazione particolare: quella offerta dalle opere più intime ma considerate minori. La decisione di proseguire su un selciato già avviato, “per completarlo e perfezionarlo”.

In passato, infatti, assieme a Nicolò Paraciani aveva già curato un’opera e, anche in quell’occasione, a muoverlo era stato il timore che i meandri della dimenticanza, dell’oblio potessero avere la meglio su uno dei più importanti personaggi di Monteleone d’Orvieto. Un lavoro che in qualche modo si pone come una staffetta, avviata negli anni ’50 da un altro monteleonese, il giornalista e storico locale Pietro Momaroni, per elargire ai giovani qualcosa che deve essere custodito per essere a sua volta trasmesso a chi verrà dopo.

Copertina "Rime e Versi, Ritmi Antichi e altre poesie"

 

La storia ha avuto inizio tanto tempo fa, quando l’allora giovanissimo Roberto, studente delle prime classi, si interrogò su quel nome al quale era dedicata la scuola del paese. Chi era questo Pietro Bilancini? Da lì una passione, un desiderio al quale non avrebbe più rinunciato e che si nutriva della consapevolezza di entrare in qualche modo in contatto con chi dava il nome alla principale piazza del paese, quella all’ombra della Torre dell’Orologio, dove il giovanissimo Pietro abitò.

Conoscenze che si intrecciano con l’immaginazione e suggestioni, che in alcune serate stellate, quando la serenità di una passeggiata estiva e ristoratrice per le vie del centro storico può indurre il silente viandante a illudersi che la finestra di quell’abitazione, dove oggi si trova anche la targa commemorativa, sia socchiusa e rischiarata da una fioca luce per permettere di dare respiro alle fitte righe dei libri da studiare e al susseguirsi delle pagine di appunti da comporre.

Foto di Pietro Bilancini (scattata nel 1890)

 

Una vivacità di intelletto, una determinazione di studio e una brillantezza espositiva che hanno inevitabilmente impressionato e influenzato Cherubini, che nella sua ultima pubblicazione lo ritrae alla chiusura dell’anno scolastico 1881-1882, quando il Bilancini traguardò uno dei suoi più importanti successi. Allora dovette competere con le altre “licenze d’onore” provenienti da tutta Italia. Bilancini si trovò infatti a Roma per svolgere il tema “Dei nobili fini ai quali i grandi scrittori italiani, da Dante al Manzoni, rivolsero l’arte della parola”, una traccia proposta da Giosuè Carducci. In giunta giudicante per lo scritto e la successiva prova orale, il poeta che ha reso immortale “il duplice filar” dei cipressi per raggiungere Bolgheri assieme a personaggi del calibro di Edmondo De Amicis.

E non solo. Il giovane Pietro Bilancini, che non aveva alcuna discendenza aristocratica ed era figlio di un falegname artigiano e di una casalinga, arrivò tra gli 11 finalisti assieme a Teofilo Rossi, che sarebbe diventato sindaco di Torino e ministro dell’industria e del commercio, Francesco Ruffini, storico, giurista e futuro senatore del Regno, Vittorio Brondi, senatore e rettore dell’Università di Torino e Riva-Rocci Scipione, medico e pioniere nella lotta contro la tubercolosi.

Da questo l’interrogativo di Cherubini: “Cosa sarebbe potuto diventare il Bilancini se non fosse morto poco più che trentenne in una manciata di giorni per una pleuropolmonite doppia?”. Questo anche perché “la sua opera poetica, ingiustamente messa in un angolo dalla letteratura di fine ‘800, a parer mio manifesta originalità nei contenuti e preannuncia in qualche modo i crepuscolari e i futuristi”.

Di sicuro, in alcuni dei versi del Bilancini, emergono pennellate di attaccamento alla famiglia e a quel paese, Monteleone d’Orvieto, dal quale si era visto separare a causa del lavoro di insegnante ma che un tempo lo aveva saputo cullare. Proprio come in “Veglia di Natale”, quando fuori piove e tutto è ricordo, desiderio e immaginazione. E poi ci sono le dolci campagne nelle quali rifugiarsi dai tempi della vita della città e dall’aridità dei sentimenti, proprio come accade “In Silvis”, grazie alla carezza di una sguardo. “Mi piace pensare l’incontro con la pastorella – commenta Cherubini- nella vecchia strada sterrata che portava da Monteleone d’Orvieto a Piegaro, dove abitava lo zio curato”. Paesaggi silenti, dove refoli di vento si intrecciano a dolci profumi, a ritmi antichi.

Le immagini sono state gentilmente concesse da Roberto Cherubini.

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