cultura

Piero Villaggio si racconta a Pino Strabioli: "La mia vita all'ombra di un padre ingombrante"

mercoledì 20 aprile 2016
di Davide Pompei
Piero Villaggio si racconta a Pino Strabioli: "La mia vita all'ombra di un padre ingombrante"

Si è fatto, ma non si è fatto mancare niente. A raccontarla, la sua vita sembra un film che ora è un libro, dedicato alla moglie conosciuta dodici anni fa. Insieme a lei, vive oggi con un cane e qualche gallina in un casale a Città della Pieve, dove produce in maniera biologica olio e, dal prossimo anno, succo di melograno. È lei che lo ha spronato a scrivere. Per anni, però, l'unica al suo fianco si è chiamata Eroina. Una caduta all'inferno, partita dai piani alti dei Parioli. Sul campanello, lo stesso nome dello zio luminare e il cognome di un padre fin troppo luminoso.

È solo attraversando il buio che Piero Villaggio, figlio d'arte e artista lui stesso come le foto che ora scatta, ha ritrovato la luce. Smettendo – forse, mai del tutto – di sentirsi un pesce fuor d'acqua. Come quello, dentro il barattolo senz'acqua, della copertina di "Non mi sono fatto mancare niente", presentato domenica 17 aprile a Palazzo dei Sette dialogando con Pino Strabioli per la 21esima edizione della rassegna "Il Libro Parlante". "Un libro chiaro, onesto, di chi non approfitta della posizione di essere figlio di".

Così è stato presentato. E così si rivela alla lettura delle 116 pagine – facili, non felici sebbene alleggerite dalla capacità di raccontare con la giusta dose di critica e autoironia una storia nera, finita 29 anni fa – portate sugli scaffali da Mondadori. C'è dentro la vita all'ombra di un padre ingombrante come Fantozzi, ultima maschera del cinema italiano. E il coraggio, la necessità, l'urgenza liberatoria di raccontarla.

C'è la solitudine di un'infanzia, liberi di allagare il salotto dell'appartamento di fronte per realizzare il "campo impraticabile". La paura del confronto con il mondo esterno, quel sentirsi a disagio e mai adatti alle situazioni, la prima bocciatura "punita" con un viaggio in prima classe per Rio de Janeiro, la vacanza del cambiamento nel '79 con l'amico, quando Cortina era ancora un paesino di montagna ma l'aria che entrava nei polmoni era già ben altra.

"Con innocenza e incoscienza – racconta Villaggio – sono passato da qualche spinello al buco e ho notato che il mio disagio svaniva. Illusione temporanea. All'inizio, la maggiore disponibilità economica che avevo rispetto ai miei coetanei mi agevolava. Non avevo problemi a nascondere se tornavo a casa a quattro zampe o mi svegliavo all'una. Neanche quando ho dovuto ammettere ai miei che mi facevo, però, ci sono state tragedie.

Le persone famose sono persone normali. In quegli anni, la professione e la popolarità di mio padre stavano esplodendo e mia madre Maura stava vicino a lui, come una moglie. Prima il lavoro, poi la famiglia. Un padre che ti compra in una volta sola tutti i pacchetti delle figurine e, completando l'album, ti esclude dal piacere dell'attesa, della conquista. Come acquistare un giocattolo e rompertelo.

Mio padre ha cercato di supplire alla sua assenza con regali stupendi. Ho ricevuto comodità, ma mai una guida, dei rimproveri ai miei capricci borghesi. Ha speso cifre vergognose per pagarmi una clinica di disintossicazione in Svizzera, dove non eravamo minimamente seguiti. Mi ripetevo 'Smetto quando voglio'. Non è così. L'eroina ti prende completamente. Diventa la tua donna, la ragione di vita. Quando smette di esserlo, quel vuoto va riempito".

Per sua stessa ammissione, alcune pagine sono state più faticose di altre da scrivere. Coincidono con alti e bassi esistenziali e con un'improvvisa perdita. Dall'imbarazzante fasto esibito nella villa a Bel Air allo squallido appartamento diviso con un pusher e la sua prostituta, dai giorni del carcere a Tempio Pausania a quelli dell'India fino alla Comunità di San Patrignano – "ho messo in crisi il modello padrone di Vincenzo Muccioli, tutte le sue contraddizioni, l'esagerata violenza delle punizioni" – l'autobiografia assume presto i contorni di "un'auto-analisi che – dice – mi ha aiutato nel rapporto con mio padre.

Ha fatto sì che uscissero cose mai dette. Non ci siamo mai parlati. Abbiamo cominciato a farlo qualche anno fa. Lui ha un carattere molto egoista, ha messo il suo lavoro di fronte a tutto. Io, da bambino, sentivo sempre parlare di lui e l'ho posizionato su un cavalletto, l'ho idealizzato. Ha le sue responsabilità, ma non è colpa sua. Il libro l'ha letto, gli è piaciuto. Voleva darmi dei consigli. Gli ho detto: 'Non l'hai mai fatto'".

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