cultura

Dall'Alfina al Campidoglio per la "Giornata Nazionale del Dialetto e delle Lingue Locali"

venerdì 22 gennaio 2016
di Davide Pompei
Dall'Alfina al Campidoglio per la "Giornata Nazionale del Dialetto e delle Lingue Locali"

È la lingua del cuore, da destreggiare con cura. Quella del sentito, del parlato, dell'istinto. Persino del pensato. Di chi, talvolta, con buona pace di accademici e puristi, non conosce altre forme d'espressione altrettanto vere e veraci se non quelle dialettali. Che, pure, in mezzo a tante contaminazioni globalizzanti rischiano l'estinzione. Nella nazione d'Europa più ricca di dialetti – difficile, stabilire dove inizia uno e finisce un altro, anche in una regione piccola come l'Umbria e in un territorio di cerniera come l'Orvietano, al confine con almeno altre due regioni – dal 2013 si celebra la Giornata Nazionale del Dialetto e delle Lingue Locali.

Un modo di tutela della tradizione come un altro, formalizzato dall'Unione Nazionale Pro Loco d'Italia per tributare alle voci di tutti quei campanili della provincia – che nei suoi angusti confini sa anche rivelarsi rassicurante rifugio – il giusto riconoscimento per il ruolo di testimonianza, orale e scritta, e memoria, storica e identitaria, di un luogo. Nella convinzione che, senza nazionalismi, il Belpaese sia "il più grande giacimento mondiale di cultura" da difendere e custodire e che si può "fare a meno del petrolio, ma l'umanità non potrà mai fare a meno della cultura".

A sventolare i colori dell'Alfina nella sezione di prosa inedita della terza edizione del Premio Nazionale "Salva la tua lingua locale", patrocinato da Senato della Repubblica, Camera dei Deputati e Commissione Nazionale Italiana per l'Unesco, spetta quest'anno alla professoressa Rita Santinami, classe 1946. Sarà lei, venerdì 22 gennaio a portare nella Capitale un po' della parlata castelgiorgese. Quella che, annota Iris Taschini, "appartiene al gruppo orvietano (dialetti dell'area mediana) distinguendosi sia dai dialetti di tipo perugino e umbri settentrionali per la mancanza della palatalizzazione di 'a' tonica in sillaba libera e da quelli dell'Umbria di sud-est per l'assenza della metafonesi centro-meridionale e di quella sabino-ciociaresca o sorano-areatina.

La sua caratteristica fondamentale è la mancanza della 'i' finale sostituita dalla 'e'. Data la sua posizione geografica ha parecchi fenomeni in comune con i dialetti deo territori vicini: elementi di tipo toscano, aggeminazioni di consonanti, epitesi in -e, vocaboli in cui l'esito del suffisso -ario è -ajo (es. fornajo) e romanesco-laziale. Attualmente la sempre maggiore diffusione dell'uso della lingua italiana esercita sul dialetto un'influenza livellatrice".

L'appuntamento con la premiazione è per le 9.30 nella Sala della Promoteca, in Campidoglio. Presidente onorario della giuria – chiamata a valutare circa 500 opere prodotte da oltre 200 autori e composta da Pietro Gibellini (presidente), Toni Cosenza, Angelo Lazzari, Franco Loi, Vincenzo Luciani, Luigi Manzi, Cosma Siani, Ugo Vignuzzi – il linguista Tullio De Mauro, già Ministro della Pubblica Istruzione.

Autrice di numerosi racconti, Rita Santinami ha partecipato al concorso – promosso in collaborazione con Legautonomie Lazio, Centro di Documentazione per la Poesia Dialettale "Vincenzo Scarpellino", Centro Internazionale Eugenio Montale e l'EIP – "Scuola Strumento di Pace" - con la poesia "Porett'a noe (che l'artre già ce so')" (Poveri noi, dal momento che gli altri già lo sono) e con due brani scritti rigorosamente nel dialetto, a denominazione d'origine controllata e garantita, di Castel Giorgio: "La mi nonna Esterina m'ia preso pe' le mane!" (La mia nonna Esterina mi aveva dato le sue mani!) e "A caccia de grille" (A caccia di grilli).

Nel primo, l'autrice attinge alla sua storia personale di bambina cresciuta in campagna per offrire uno spaccato commovente dell'amore schietto tra lei e la nonna, scoperto nel contatto, attraverso una stretta di mani e il racconto del mondo comune che le accomunava a distanza di tanti anni, fatto di passatempi inventati mentre portavano al pascolo pecore e maiali. La caccia ai grilli, invece, faceva parte dei giochi della primavera, fatti di nascosto nel timore dei rimproveri degli adulti, dal momento che comportava uno spreco d'acqua e nel podere dei genitori non c'era né sorgente, né pozzo. Bisognava, quindi, fare economia della più piccola goccia di quell'acqua che si andava a prendere con i fusti alla fontana del paese.

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