cultura

Paolo Fresu, l'esploratore del Jazz che a Orvieto fonde in emozioni il "tango" e la melodia di Puccini

domenica 3 gennaio 2016
di Elio Taffi
Paolo Fresu, l'esploratore del Jazz che a Orvieto fonde in emozioni il "tango" e la melodia di Puccini

Dopo due mesi, o poco meno, di assenza: torna la pioggia sulla terra. Il cielo, grigio e perturbato, bagnerà Orvieto, e i suoi concerti jazz, per tutta la giornata.

Giornata che inizia in maniera, nonostante il meteo, meravigliosa: Romero Lubambo, il chitarrista brasiliano di cui mi hanno magnificato le capacità. Come accade spesso, anche in questo caso la fama è meritatissima: Romero si rivela un fuoriclasse. Le sue chitarre, scelte ed accarezzate come amatissime creature, sono pennelli per dipingere deliziosi acquerelli. E’ disarmante la facilità con la quale confeziona florilegi di note, gradevoli, morbidi, mai spigolosi, caldi. Chico Buarque “Joana Francesa”: brano di una bellezza non terrena, reso lunare dalla interpretazione di Lubambo. Tornerò a sentirlo, non si può rifiutare un appuntamento di questa portata.



Poco prima delle 13; quattro salti ed arrivo Al San Francesco.

“Jazz & Contorni” è il nome dell’iniziativa musical-gastronomica che il Gruppo Cramst organizza al Ristorante Al San Francesco e al Country Resort La Penisola, dal 30 dicembre 2015 al 3 gennaio 2016. Ristorazione impeccabile, proposte culinarie di alto livello, intrattenimenti musicali prelibati: il mix è quello giusto, come ci ha sempre abituati il San Francesco; appassionati e spettatori hanno sinora premiato l’iniziativa con una presenza importante. Greta Panettieri e la sua band hanno il compito di rendere indimenticabile il mio pranzo e ci riusciranno benissimo. La Panettieri è un nome rispettato nel panorama internazionale delle voci soliste, letteralmente un usignolo, capace di sfumature inaudite e di virtuosismi di vecchia scuola. Il repertorio è scelto fra i brani più noti della leggera italiana, strizzando l’occhiolino a Mina, della quale condivide sensibilità artistica e capacità vocali. Fra gli altri, non posso non citare: “Se telefonando” e “Non gioco più”, arrangiati con raro gusto. In alcuni momenti pare che la sua voce venga un po’ strapazzata dai salti, dai frulli, dagli accenti. Comunque, Tiramisù del San Francesco - Soli (canzone del Maestro Bruno Canfora): un’accoppiata irripetibile!



Bravissima, un bellissimo concerto. Mi soffermerei sul lato tecnico, perché quello che tu fai è potenzialmente pericoloso per la voce. Che tipo di tecnica usi? Adoperi il sostegno diaframmatico?
Beh, sicuramente uso una voce fisiologica, se si può dire, quindi una tecnica che ho imparato e che ho imparato, però, a modellare sulla mia fisicità; cerco sempre di non andare mai a farmi male sulle corde vocali, molto utilizzo del respiro e dei risuonatori naturali.

I tuoi virtuosismi sono tutta natura o sostieni bene col diaframma?
Il diaframma è la base della vocalità, la respirazione diaframmatica è quella che sostiene ogni buon longevo cantante.

Fai molti esercizi o, data la tua bravura, non ne hai più bisogno?
Guarda, io non sono mai stata un straordinaria studiosa, ho sempre fatto una grandissima pratica, tantissimo studio - ti ripeto - sulle mie necessità sonore; una ricerca che ho sempre fatto sin da piccola, sviluppando una mia tecnica che peraltro cerco anche di trasmettere. La base è la stessa sia per il canto jazz, per quello lirico, per il pop; cambia, poi, il risuonatore utilizzato.



Quale è la canzone alla quale sei arrivata che ti ha dato più gioia, un brano che hai rimandato e che poi hai affrontato con le armi giuste?

Credo di non averla ancora fatta! Però ci sono ovviamente degli standard a cui sono molto legata; è molto difficile darti una risposta esatta perché non sono una che riesce a scegliere una sola cosa bella, mi piacciono tantissime cose.

E allora, come scegli le tue canzoni?
Scelgo quelle che mi fanno vibrare, quelle che mi divertono, che mi emozionano.

Le prossime quali saranno?
Saranno canzoni originali, siamo in uscita con un disco quasi tutto originale con, ovviamente, qualche chicca scelta dal repertorio mondiale, anche del pop, perché no?

Ce ne puoi anticipare una?
Sarà una sorpresa!

A presto, Greta

Le tre ore dormite la notte precedente si fanno sentire e, unite alla lauta scorpacciata, mi impongono un vitale riposino pomeridiano. Breve, perché voglio immergermi nella musica di Paolo Fresu - Daniele Di Bonaventura - Marco Bardoscia. Ascoltatemi bene: una roba indescrivibile! Paolo Fresu è, ormai, considerato una stella mondiale; le sue trombe parlano, e narrano irripetibili storie di note, quasi come fossero suonate in stato di trance e per questo ammantate di una spiritualità innegabile. Una sorpresa anche Di Bonaventura, che fa uscire dalla sua piccola scatola sonora (bandoneon) lunghissimi effluvi sonori. Garbo e delicatezza, i termini che mi vengono in mente sin dalle prime battute. Il Valzer di Musetta, da “La Bohème” di Puccini, sta lì a dimostrare che il Maestro ha raggiunto un tale livello da poter manipolare, senza essere tacciato di presunzione o irriverenza, qualsiasi materiale musicale.



La voglia, al termine del concerto, è quella di fare quattro chiacchiere con Paolo Fresu, che si rivela sorprendentemente disponibile, pur dopo ottanta minuti di concerto faticosissimo.

Caro Maestro, per un appassionato di musica classica la sua esecuzione del Minuetto di Bach in sol minore è stata un po’ dissacrante. Un allievo pianista potrebbe trovarvi tutte le indicazioni negative con cui lo ammonirebbe il maestro: il tempo non rispettato, molte altre note suonate assieme a quelle scritte. Si potrebbe dire che lei è molto pericoloso!
E poi ieri abbiam fatto anche Mozart al Mancinelli, ma in quel caso era eseguito correttamente!

E’ bello per me scoprire che la musica non è solamente quella “seria” ed accademica che insegnano al Conservatorio. Volevo sapere in che modo sceglie i brani da eseguire; se procede ad una selezione che tiene conto del punto di vista tecnico oppure…
Ma, in realtà faccio la musica che più mi piace con Daniele Di Bonaventura. Il bandoneon è uno strumento quasi classico che può essere assimilato al pianoforte e, se suonato in un determinato modo come Daniele, riporta anche a sonorità quasi sacre; nasce in Germania, dove è usato come un organo nelle piccole chiese: ha una sua storia molto nobile. Con Daniele scegliamo le cose che, a pelle, ci piacciono di più: il repertorio sudamericano da una parte, passando per Bach, per Puccini, i brani d’opera, la canzone italiana come abbiamo fatto stasera. Non ci poniamo veramente problemi di tipo stilistico e nemmeno tecnico, non decidiamo come affrontare la musica; succede magari durante un concerto che lui lancia un pezzo, se io lo conosco lo seguo e poi diventa parte del repertorio. Per cui è quasi più un repertorio emozionale, se vogliamo definirlo tale, laddove, poi, la musica si evolve e diventa tutt’uno: che sia Bach, che sia Puccini, che siano le nostre composizioni; poi, le nostre composizioni sono reminiscenze di cose che provengono dal mondo classico. Essendo in due - stasera eravamo in tre ma in genere suoniamo in due - c’è una grande libertà che ci permette di andare veramente molto lontano con la musica e anche con la scelta repertoriale. Fossimo un gruppo più ampio, tutto sarebbe più vincolante. Per quello a me piace suonare con le formazioni piccole, per quanto sia più difficile suonare in due: sono quelle che lasciano più libertà. Se si respira allo stesso modo, si può andare molto lontano. A monte occorre un grosso lavoro preparatorio; è impossibile suonare un Minuetto di Bach come quello che ha sentito con un quartetto jazz: ci deve essere una batteria che va a tempo, l’altro che conosce bene la struttura. Quindi l’idea di aprire i brani diventa interessante perché porta la musica in una direzione diversa; il Minuetto di Bach suggerisce un altro percorso.

C’è qualcosa su cui non metterà mai le mani?
Si, penso di si: il repertorio classico. Non qualcosa nel quale non metterò mai le mani, qualcosa che mi obbligherebbe a suonare esattamente con un’estetica “giusta”; penso, ad esempio, ai Brandeburghesi di Bach, o materiale di questo tipo, laddove il suono della tromba deve essere “quello” e solo quello.



Ecco, lei potrebbe mai decidere, un giorno, di fare il solista nel secondo Concerto Brandeburghese come Jarrett, ad esempio, nei concerti per tastiera, sempre di Bach?
Lo farei se però mi dessero la possibilità di reinterpretarli a mio modo; essendo, però, la scrittura di un certo tipo, mi troverei come se andassi ad un matrimonio vestito di tutto punto ma senza pantaloni: mi mancherebbe un pezzo.

Quale è il metro di giudizio della sua soddisfazione al termine di un’esecuzione?
Il metro di giudizio è il mio, solamente il mio. Ovviamente mi piace che il pubblico sia contento, però so che se ho fatto un concerto in cui non sono felice, in cui non mi sono emozionato, in cui il rapporto con lo strumento non è stato quello giusto, in cui mi sono sentito fuori luogo sul palco, allora può venire anche tutto il pubblico a dirmi: “Ah, che bel concerto!”, ma per me non è così. E’ bello quando tu senti di aver suonato bene ed uno spettatore ti fa i complimenti. Il mio metro di giudizio si basa sul rispetto di alcune regole ferree per me, che sono l’emozione, l’interplay ma anche l’intonazione, la pulizia del suono; tutto un qualcosa che ha molto a che fare col mondo classico, come vede.

Lei proviene da quello, Maestro?
Io mi sono iscritto tardi al Conservatorio, sono diplomato ed ovviamente amo tantissimo la musica classica; se, ascoltando una mia registrazione, avvertissi una nota calante, quel brano lì, per me, è da cacciare. Occorre essere rigorosi con sé stessi.

Questo le fa molto onore, Maestro; dalla sua persona traspare una grande umiltà che l’accomuna a tutti i più grandi artisti. Grazie!
Grazie a lei!

Un concerto meraviglioso come quello appena sopra descritto e delle parole così semplici e sincere come quelle regalatemi da Fresu, mi lasciano un apprezzabilissimo retrogusto di speranza per il domani e di fiducia che le cose buone possano alla lunga prevalere; sentimenti che vorrei tanto condividere e trasmettervi. In fondo, gli esempi migliori sono lì per essere riconosciuti ed imitati.

Elio Taffi saluta tutti gli amici lettori e da appuntamento alla domenica 3 gennaio che chiuderà, con mia profondo rammarico, la 23ma edizione di Umbria Jazz.

I saluti saranno veloci; invecchiando, sono più facile alle emozioni…

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