cultura

Giorgio Cantarini presenta la webserie "Aus": "L'emozione passa per la verità"

martedì 11 agosto 2015
di Davide Pompei
Giorgio Cantarini presenta la webserie "Aus": "L'emozione passa per la verità"

Giosuè è cresciuto. E sente il legittimo bisogno di crescere, anche professionalmente. I calzoncini dentro cui, ad appena 5 anni, sgambettava accanto a Roberto Benigni sul set del film vincitore di tre Oscar "La vita è bella" non gli stanno più bene. Così come le vesti indossate per interpretare il figlio del generale Massimo Decimo Meridio ne "Il gladiatore" di Ridley Scott, che di premi Oscar se ne è aggiudicati cinque.

Carriera precoce, quella di Giorgio Cantarini, classe 1992, nato sulla Rupe due anni dopo il fratello Lorenzo – chitarra elettrica e seconda voce dei Dear Jack, testimonial in Piazza Duomo a marzo per la seconda edizione della campagna itinerante "Una vita da social" – dal padre Giuseppe, che per anni ha diretto il Centro di Salute Mentale di Orvieto.

Di quei set, conserva lo sguardo vivace e i ricordi. "C'era – dice – un grande spirito di collaborazione e aiuto. Un fonico mi raccontava storie per non fammi annoiare, altri tecnici della troupe avevano costruito una canna per farmi pescare dentro una pozzanghera. Quando il film è finito, giova anche del rapporto umano con il cast artistico e tecnico che c'è stato dietro le quinte, durante la sua realizzazione".

Accantonata l'idea liceale di diventare investigatore e ammesso dopo il diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, ha appena partecipato alla webserie diretta da Antonio Marzotto "AUS. Adotta uno studente", progetto vincitore de "La Bottega delle Web Series", concorso-laboratorio promosso da Premio Solinas e RaiFiction per scoprire nuovi autori e distribuire una serie destinata principalmente ad Internet.

Cinque, ad oggi, le puntate-pilota della durata di circa 7-8 minuti l'una disponibili, insieme ad extra e backstage, su www.ray.rai.it che potrebbero diventare 20. Lui stesso, non è a conoscenza della sceneggiatura completa anche se gli hanno raccontato un possibile seguito. Girate con budget contenuto, le riprese sono durate dieci giorni. Protagonista, il tenero 19enne Mattia che lascia la provincia abruzzese per frequentare l'università a Roma, ignaro di dover condividere la casa con l'anziana Firmina. Ospite della nona edizione di "Est Film Festival", venerdì 31 luglio Giorgio è alla Rocca dei Papi di Montefiascone per presentarle.

"L'idea di fondo – spiega – è ispirata a una iniziativa vera, rivolta agli universitari dal Comune di Bologna. Il regista cercava un ragazzo tra i 18 e i 23 anni. A dicembre ha visto uno spettacolo nella mia scuola e ha pensato che potessi interpretare Mattia. Ci siamo subito trovati bene a lavorare insieme. Poi, è venuto il resto del cast. L'ultima parola spettava alla Rai che ha voluto investire su giovani preparati e su un progetto che utilizza il linguaggio dei giovani.

Non ero un grande frequentatore di social, non ho persone che gestiscono le mie pagine. Credo che ancora non mi serva. Riconosco, però, che per giovani che, come me, devono farsi conoscere e vogliono mostrare un prodotto è fondamentale progettare una strategia che passi anche per la Rete. Non ho scisso identità lavorativa e privata. Il formato della webserie valorizza l'interpretazione dell'attore. Su uno schermo piccolo come quello di un computer o addirittura di uno smartphone, l'attenzione si concentra su di lui, prima ancora che su musica e fotografia.

A differenza dei grandi set, in questi lavori più piccoli in cui si collabora, si instaura un clima più bello. Ci si aiuta, per necessità, e nascono spesso rapporti veri. Nel cinema e nel teatro, non esiste individualità. Non c'è più il divo che arriva sul set e si comporta come tale. È un lavoro che si costruisce insieme. È successo così anche con Barbara Valmorin, l'attrice che impersona Firmina. Sul set, mi ha riempito di consigli e quando lei era stanca, l'ho supportata con un po' della mia energia. Alla prima, a Roma, mi teneva la mano, come fossimo nonna e nipote”.

Il trasferimento nella Capitale? "Per me – rivela – è stato un cambiamento radicale. Era fondamentale trasferirsi a Roma. Il cinema, in Italia, è ancora Roma. A Montefiascone, praticamente, non esistono semafori. Dove abitavo, era pieno. Passare da andare al lago a trascorrere nove ore in accademia con gente più grande di me, è stato un po' traumatico all'inizio. Ma si colgono delle cose meravigliose".

"Sono cresciuto con l'idea che l'attore è quello dell'autografo e delle foto – prosegue – poi, mi sono appassionato e ho capito che la recitazione è studio e passione. A febbraio, ho girato questa serie. E a marzo ho seguito la mia ragazza a Parigi, per imparare il francese e trovare un'agenzia. Ho provato ad aprirmi una finestra. La Francia è molto valida, sotto il profilo cinematografico. C'è un approccio diverso alla cultura. Politicamente, ci si investe di più. E poi c'è maggiore libertà, espressiva e mentale, per gli attori di interpretare un testo.

Non vorrei fossilizzarmi in Italia. Qui, non sento molto fermento. Per lavorare all'estero, non è necessario andare in America. È sufficiente un video-provino con l'iPhone. L'attore è un artista e l'esercizio, anche sulle emozioni, è fondamentale. Non implica mettersi tutti i giorni su un testo. Ciò che cerca di fare è guardarsi intorno e replicare la vita. Provando ad immaginare cosa dicono le persone, quale è la loro storia. Tutto ciò porta a sviluppare e tenere allenate fantasia e creatività.

Per chiunque, è importante leggere tante storie o vedere tanti film. Un attore si prepara anche così, andando in giro, a guardare la vita, a rubarne i gesti e studiare come trasporli. Per questo, prediligo i lavori con attori bravi. In generale, guardo film dove non si dà spazio alla gag. Non amo molto la commedia all'italiana, ma quando un attore tira fuori qualcosa di vero mettendo in scena forze e paure.

Cercando di suscitare al pubblico un'emozione, applicando la propria arte per dare al personaggio ciò che viene dalla persona. Riproducendo una sensazione vera, senza cliché. L'emozione passa per la verità. L'aiuto del regista è fondamentale. In Italia, Paolo Sorrentino fa un lavoro meraviglioso con gli attori. Anche Daniele Luchetti sperimenta molto. Io, non sono un attore da 'buona, la prima'. Preferisco ripetere, provare, fare cose diverse. Ho solo 23 anni".

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