cultura

Due solitudini e un abito. La sartoria di Pino Strabioli e Alice Spisa convince il Mancinelli

lunedì 20 ottobre 2014
di Davide Pompei
Due solitudini e un abito. La sartoria di Pino Strabioli e Alice Spisa convince il Mancinelli

"Per me, è stata un'emozione molto forte". Lo ammette con sincerità un po' spiazzante dal palco del teatro dove si è innamorato del teatro, rivolgendosi con gratitudine a quello che considera il pubblico di casa. Pino Strabioli indossa ancora il gilet pastello e i baffetti d'ordinanza di Lucio, il sartino di divise militari, figlio di sarti defunti, che "e giù baci, baci, baci" a parte, con le donne poco combacia. "Non ho una fidanzata, ma ho avuto un grande amore". Qualche poesia e pochi rimpianti.

Ad affiancare la sua solitudine arriva, però, la combattuta Nunzia di Pozzuoli – le presta sguardi implosi e gesti intensi, la vincitrice del Premio Ubu 2013 under 30 Alice Spisa – ricamatrice in cerca di marito che, tra scampoli di stoffe, forbici e ditali, fino all'ultimo cela un segreto. Non ultimo, quello di non essere una vera ricamatrice. Eppure "la sartoria – così come la vita – è un lavoro di minuzia, di attenzione, di accuratezza. Più il particolare è curato, più l'abito è bello".

Succede lo stesso sul palco del Mancinelli che una settimana fa era stato fabbrica per "Flashdance" e sabato 18 e domenica 19 ottobre si è trasformato in colorata bottega artigiana per Maurizio Panici. In appena un'ora, la nuova produzione di ArTè Teatro Stabile d'Innovazione riesce a non tradire le suggestioni già messe su carta da Mario Gelardi, regista tra l'altro della versione teatrale del best-seller di Roberto Saviano "Gomorra", applaudite in prima nazionale al Todi Festival.

Merito anche delle scene e i costumi di Alessandro Chiti, delle musiche firmate Paolo Vivaldi e le luci di Roberto Rocca, che sottolineano e suggeriscono lo stato d'animo dei due soli attori in scena. Umiltà e grandi sogni sono gli stessi che vive un Paese intero in quegli anni '60 da cartolina, dove piccola e grande storia si incontrano. Così come si incontrano (e battibeccano) intorno a un abito nuziale da imbastire due solitudini e caratteri differenti.

Più drammatico dell'assassinio di Kennedy che arriva dal bianco e nero di un televisore intermittente, può esserci così solo una macchia di caffè su "Come te non c'è nessuno", l'abito da sposa che "va aperto davanti" così ribattezzato in onore di Rita Pavone, commissionato per la figlia del generale Cafiero, la cui pacchianeria deve essere proporzionale alla somma investita.

E dietro alle nozze anticipate di tre mesi, deve nascondersi la stessa sorte, toccata già senza anello al dito alla tigre di Cremona, riportata dagli stessi giornali che lasciano fantasticare con il matrimonio di Ponti e la Loren, una provincia ancora scossa dalla tragedia del Vajont, trasmessa per radio. Dietro le canzonette che fanno dimenare l'anca e gli sceneggiati con Raf Vallone, si viaggia in atmosfere di un'epoca, riproposte senza pretese documentaristiche.

È il 1963, anno di nascita di Strabioli tornato in scena con una mescolanza di dialetti dopo le otto puntate di "Colpo di scena" e meritevole forse di maggiore calore nell'accoglienza di una commedia breve ma ben confezionata che avrebbe funzionato lo stesso anche con l'irruzione di qualche cliente di contorno nella sartoria. Quello che arriva, infatti, è il riflesso un po' stereotipato ma in fondo gradevole e rassicurante dell'Italietta spensierata e resa effervescente dalle promesse del boom economico.

Momenti di profonda intimità si alternano così a siparietti a due, giocosi e arguti. L'ironica irriverenza sfocia nel grottesco, il tenero nel poetico. Il grigio-nero vedovile di Nunzia diventa rosa, della stessa identica tonalità usata dall'eleganza fatta donna, Jacqueline Kennedy. A pagare le spese dell'atto liberatorio dei protagonisti dalla condizione introversa in cui sono stati stipati, alla fine, sarà proprio l'abito della sposa del titolo. Con una voglia di vendetta e rinascita, spiazzante e inattesa, quanto legittima. Rigorosamente sulle note di Rita Pavone.

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