cultura

Il corteo storico guarda al futuro. "Orvieto, facciamo uscire idee e progetti dal cassetto"

giovedì 19 giugno 2014
di Davide Pompei
Il corteo storico guarda al futuro. "Orvieto, facciamo uscire idee e progetti dal cassetto"

Quale futuro per il corteo? Un futuro, oltre il corteo”. Oltre, cioè, la solenne parata nella mattina del Corpus Domini. Di suggestioni da tradurre in concretezza, l'annunciato convegno promosso dal comitato scientifico dell'associazione “Lea Pacini”, tenutosi mercoledì 18 giugno al Palazzo del Capitano del Popolo e moderato da Gianluca Foresi, ne ha offerte molte. Spigolature nuove, frutto della voglia di andare oltre il mezzo secolo di dissertazioni retoriche e sterili lagnanze che gli orvietani conoscono e troppo spesso alimentano. Il filo rosso che lega tutto è l'esigenza, fattasi sempre più prepotente negli ultimi anni, di ripensarsi senza stravolgimenti o forzature ma con la consapevolezza che l'orgoglio, più o meno manifestato, verso un simile patrimonio cittadino, da solo non è più sufficiente.

Entro cinque anni – ha esordito il sindaco Giuseppe Germaniva assolutamente trovata una sede definitiva che sia dignitosa e adeguata. Nei prossimi mesi, dobbiamo definire insieme questa idea per farla diventare progetto concreto per il futuro della città, mettendo in gioco il quartiere medievale. Non sarà semplice ma con la buona volontà di tutti, imprenditori locali e non, è possibile. Un primo inizio per sostenere l'attività dell'associazione è il tesseramento in corso”.

I problemi – ha ribadito il presidente dell'associazione Silverio Tafurosono fin troppo noti. I costumi rischiano di rovinarsi per l'umidità di una sede fatiscente. Siamo positivamente colpiti da questo primo intervento del sindaco. Se già ogni figurante – 400 uomini e 150 donne – per non dire ogni orvietano, facesse la sua tessera, sarebbe già molto. Orvieto deve tornare protagonista della propria storia. L'associazione nasce per conservare il patrimonio nato dall'estro di Lea Pacini e realizzato grazie all'abilità di artigiani come Marcello Conticelli, scomparso ormai da 5 anni. Le istituzioni sono chiamate a fare la loro parte ma l'appello è esteso all'intera città”.

Fondamentali – ha convenuto don Stefano Puri, nel portare i saluti del vescovo Benedetto Tuzia – sono la partecipazione di tutti, a partire dai più giovani, verso un corteo nato ad appannaggio dell'evento religioso e l'impegno affinché le cose vivano e non vivacchino”.

Il corteo – ha aggiunto Silvio Manglaviti, membro del comitato scientifico – nasce dichiaratamente come una rievocazione spettacolare. Storicamente imprecisa ma da contestualizzare nel calendario delle celebrazioni di un momento fortemente identitario come il Corpus Domini. Il corteo, però, siamo tutti noi. Non possiamo più elemosinare la carità delle istituzioni, ma riconoscerlo come volano del turismo e quindi dell'economia. Il petrolio orvietano va valorizzato. Il turismo deve essere un'industria, il corteo una risorsa, la rete una forza”.

Sulla stessa linea, Lucio Riccetti, anch'egli membro del comitato scientifico. “Il contesto in cui il corteo nasce – ha ricordato – è quello del dopoguerra in cui serviva un segnale di coesione cittadina. Se lo sforzo è stato quello di reinventare una giornata cittadina medioevale, attraverso l'espressione dell'artigianato locale, oggi Orvieto chiede un passo in più. Tre ore di parata vanno estese in una cornice di festeggiamenti. Dalla Palombella all'Assunta. Orvieto può ancora fare della propria storia un veicolo? Sono in atto tentativi di de-storicizzare l'esistente, ma gli occhi devono guardare al futuro, allargare le tradizioni. Non interveniamo a correzione di qualcosa che è stato pensato così, un medioevo inesistente recepito come identità cittadina, ma riorganizziamolo con una prospettiva, facendo leva sui giovani e sul recupero delle fonti. Come comitato scientifico abbiamo già dato vita a una serie di conferenze sulla vita quotidiana della città. Altro passo in questo senso è la divisione dei costumi delle dame secondo l'appartenenza ai casati”.

Siamo di fronte a un corteo – ha spiegato Massimo Andreoli, presidente del Consorzio europeo rievocazioni storiche – nato forse senza eccessivo rigore storico ma, almeno negli scorsi anni, fortemente vissuto. Quello che ancora manca è una reale conoscenza identitaria del patrimonio locale. Come Cers lavoriamo per valorizzare la ricchezza di varie identità. A Bruxelles c'è una nuova politica che prevede risorse. Utilizzando parole come “patrimonio da mantenere”, anche intangibile vista l'arte di saper creare il bello, è possibile trasformarlo in risposta turistica. Chi viene a Orvieto, pretende qualità e autenticità che solo qui può vedere. Chi è di Orvieto, deve continuare a vivere il corteo come patrimonio cittadino, pensandolo come spettacolo o come volano. Ma serve la capacità di guardare un po' oltre le mura di tufo. Non basta più dire che qui c'è il più bel corteo storico del mondo. Va piuttosto messo dentro a un sistema di interscambio. I Comuni non hanno risorse, per questo si sono decisi a mettere in relazione le proprie rievocazioni storiche. Guardiamo all'Europa. Ci sono fondi programmi, bandi per i cittadini sulla memoria storica. Bisogna avere il coraggio di essere visionari, come lo era a suo modo l'ideatrice del corteo”.

Una manifestazione così importante – ha aggiunto il vicepresidente Massimiliano Righini, oplologo e consulente per vari musei nazionali – ha tutti i presupposti per crescere e avere maggiori consensi, se non si limita alla sola sfilata. Esistono validi esempi di esposizioni museali, con installazioni dinamiche e fini didattici. Gli oggetti collocati in maniera statica non comunicano la storia. Se accanto ad esemplari originali trovano però posto attività didattiche per i più piccoli, interventi scenografici e display con filmati che valorizzano apparati e ambienti ricostruiti, il pubblico è aiutato a confrontarsi con la storia. Il primo passo è indirizzarsi su un periodo storico preciso. Razionalizzare il corteo, individuando il periodo di riferimento dal momento che ad oggi in esso convivono costumi con almeno tre secoli diversi, per dargli una struttura, basata su studi documentaristici. E poi, farlo vivere tutto l'anno attraverso iniziative di piazza e una musealizzazione attenta dei costumi più importanti".

Da Gianfranco De Cao, rievocatore e riproduttore di armi e armature medievali e rinascimentali, è giunto l'invito a “valorizzare la qualità italiana”. “L'impiego di manichini iper realistici – ha detto – aiuta a dare visibilità e concretezza. Rapportandosi con dipinti e documenti dell'epoca è possibile consegnare una forma, e un futuro, alla memoria storica. In questo senso, l'ispirazione per realizzare nuovi costumi può venire dall'osservazione delle armature degli angeli, negli affreschi del Signorelli in Duomo”.

Un contributo utile all'attività del comitato scientifico – ha suggerito, a margine, Sabina Bordinopossono darlo tesi di laurea e studi specifici, in cui convivono la parte laica e quella più religiosa. Confido nel coinvolgimento dei volontari del Comitato Cittadino dei Quartieri, vedendo bene non una sola sede ma una dislocazione dei costumi all'interno di quattro punti significativi del centro storico, così da indurre il turista a un percorso permanente e itinerante”.

Se nel futuro del corteo delle dame ci sarà la possibilità di realizzare nuovi costumi – ha concluso Cristina Trequattrinidovranno tenere conto delle leggi suntuarie e dei regolamenti nati nel medioevo per regolare la lunghezza degli strascichi o l'ampiezza della maniche, ma anche il tipo di stoffe utilizzate o l'impiego di perle e gioielli. Un'altra delle tradizioni che sarebbe bello riproporre, la sera stessa del corteo delle dame o in occasione dell'Assunta, è quella dell'offerta dei tributi dalla terre assoggettate”.

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