cultura

Corpo celeste. Quell'azzurro sguardo che impone la speranza

lunedì 20 giugno 2011
di Laura Ricci
Corpo celeste. Quell'azzurro sguardo che impone la speranza

Se c'è un corpo celeste, nel film di Alice Rorwacher, è certamente quello di Marta. Il tenero esile corpo di adolescente che sta per sbocciare, e che riceve il suo mestruo nella più cruda delle circostanze: la compagnia rude di un prete in un luogo estraneo - un ristorante casuale - piuttosto che quella più familiare della sorella o della mamma. Un corpo che attraversa - celeste ma non indenne, puro ma corruttibile, in bilico tra l'innocenza evanescente e la morsa del dolore - le contraddizioni di uno stringente assurdo che le antenne di una vibratile, attenta creatura percepiscono e trattengono nelle più minute sfumature.

Dalla Svizzera alla Calabria il salto deve essere grande, anche se il dépaysement della protagonista tredicenne si intuisce non tanto dal passato di migrante, di cui poco o nulla sappiamo, quanto piuttosto da un presente che, al ritorno, può vederci migranti, estranei, nella nostra stessa terra. Migranti eterni, forse, al cospetto di un senso-nonsenso, altro da noi, che acciuffa, costringe e interroga.

È soprattutto la Chiesa, nella storia apparentemente molto circoscritta che Alice Rorwacher racconta, a fare le spese di un interrogativo sull'assurdo del mondo; ma come accade nel ritmo di un sasso nello stagno che allarga i suoi cerchi, la società contigua, di cui la Chiesa è connivente se non addirittura corresponsabile, non viene certo risparmiata. L'ipocrisia e la sordità del potere ecclesiastico, il perpetuarsi senza interrogativi di stanchi e esteriori riti, che poco hanno a che fare con una vera "sintonizzazione" con Dio, ma anche il degrado complessivo di Reggio, nell'oltraggioso ammasso di cemento della città, nella periferia sporca e degradata, nelle sponde del fiume traboccanti di voluminosi rifiuti; e il degrado politico, con l'incetta del voto centrata sullo scambio di favori e su quella soggezione, superstizione e ignoranza a cui il piccolo clero contribuisce attivamente.

Eppure è proprio dalla Chiesa stessa, dalla certezza divergente di un anziano prete selvatico e ribelle - colui che è rimasto solo a presidio del piccolo paese abbandonato dove Don Mario si reca, fortuitamente con la fuggitiva Marta, a recuperare un Crocifisso figurativo per la cerimonia della Cresima - che sembra venire, per la stupita fanciulla, una riconciliazione per lo stato dolente che, benché acerba, avverte nel suo vivere. Gesù non è l'immaginetta buona, bionda, convenzionalmente celeste, quasi senza sangue e senza corpo che il Catechismo meccanicamente trasmette. Cristo, spiega l'anziano sacerdote, è stanco, addolorato, umano - mio Dio, mio Dio, risuona sulla croce il suo grido -  mio Dio, perché mi hai abbandonato? Cristo è arrabbiato, spiega ancora con ardore il sacerdote, circondato da discepoli che non comprendono quello che dice, a cui deve continuamente spiegare il senso profondo del suo passaggio; Cristo è assediato, sfinito dal dolore e dalla richiesta degli umani a cui deve rispondere con continui miracoli.

Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? È nel grido doloroso e umanamente fragile del Salvatore, nella più realistica, appassionata interpretazione dell'inquieto, solitario prete che Marta riconosce l'attraversamento del suo dolore di fanciulla. E' qui, piuttosto che con il rito incomprensibile della Cresima, che sembra sintonizzarsi. E quel Crocifiso perduto, sbalzato dal portabagagli della vettura di Don Mario, lavato dall'acqua limpida del torrente e affidato al suo fluire, suona come la sottrazione forse necessaria di un simulacro, come una spinta a interrogarsi su nuove strade di comunità e di appartenenza. Anche Don Mario, di fronte allo scacco della sua missione e alla stanchezza, sente la stonatura del discorso abituale, diventa afasico: forse è una parola nuova che occorre.

Rafforzata dal corso inatteso degli eventi, Marta fugge dall'oratorio e si sottrae alla Cresima, guadagna l'argine degradato del fiume. E' un gattino rimasto miracolosamente vivo dalla soppressione perpetrata dal sagrestano pochi giorni prima a salvarla dalla tentazione di lasciarsi andare al corso dell'acqua, ed è questo miracolo di speranza che dal film di Alice Rorwacher bruscamente e poeticamente, in conclusione, ci interroga: il mondo è incomprensibile, è guasto, ma l'assurdo meccanismo può essere spezzato da un sia pur piccolo miracolo, ci si può sottrarre, è possibile resistere. Ma per quanto? fino a quando? sembra chiedere l'azzurro, penetrante sguardo di Marta. A noi rispondere al silenzioso, giovane grido che ci interroga.

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