cultura

L'Edipo re di Seneca nello splendido scenario delle cave di travertino di Baschi. Sabato 18 agosto ore 21,30 a Scoppieto

mercoledì 15 agosto 2007
Serata dedicata alla tragedia greca, sabato 18 agosto alle 21,30, nell'ambito della Rassegna estiva itinerante di Teatro e Musica organizzata dal Comune di Baschi/Assessorato Cultura e Turismo con la collaborazione della locale Pro Loco. In scena L'Edipo re di Seneca interpretato da Flavio Bucci. Messa in essere per offrire cultura e insieme valorizzare alcuni pregevoli luoghi del territorio baschese, la manifestazione avrà come scenario quanto mai adatto e suggestivo, in questa occasione, le ex cave romane di travertino in località Scoppieto. Dopo lo spettacolo, all'interno delle ex cave, verrà offerto un buffet di gala accompagnato da musica jazz. Il costo dell'ingresso è di 12,00 euro, con prevendita dei biglietti nei seguenti punti: Baschi - Circolo del Leone - 349.4330980 Civitella - Museo Ovopinto - 349.7602172 Orvieto - Bar Teatro Mancinelli - 0763.340493 Scoppieto - Circolo ARCI (botteghino) Todi - Bar Pianegiani - 075.8942376 Note sullo spettacolo Ore 21.30 Flavio Bucci Lucio Anneo Seneca OE D I P U S L’Edipo re del tempo di Nerone Versione di Filippo Amoroso, Diana De Toni, Renato Campasie personaggi ed interpreti OEdipus FLAVIO BUCCI Giocasta DIANA DE TONI Seneca RENATO CAMPESE Creonte GIORGIO CARMINATI Forbante/Tiresia LUIGI MEZZANOTTE Manto BEA BOSCARDI Nunzio/Mimo CLAUDIO CONTI Il confronto tra l’Edipo di Sofocle (opera che va situata, secondo l’opinione più comunemente accolta, tra il 430 e il 425 a. C.) e quello di Seneca, vissuto ai tempi e nella corte stessa di Nerone, potrebbe sembrare improponibile, stante la grandezza smisurata del primo. Certo Sofocle è il modello di Seneca; certo il tragico ateniese sovrasta, nella storia del teatro, su Seneca e su ogni altro tragico. Ma anche l’Edipo di Seneca ha nel riflesso una sua autonomia, una validità poetica e, malgrado la diffusa contraria convinzione, una sua teatralità. Per Sofocle, e anche per Seneca, Edipo è l’uomo che cerca la verità, e la sua azione è la ricerca della verità. Ma quando la verità si rivela in tutto il suo orrore, Edipo è colui che sa trovare la risposta, nel nome dell’uomo e dell’ordine cosmico. La sua grandezza sta nell’addossarsi, volontariamente, le conseguenze di un passato che non ha voluto. Egli afferma la sua autodeterminazione espiando con un atto inaudito atti non volontari, esprimendo così il suo assenso all’ordine cosmico e, per parte sua, restaurandolo. La tragedia senechiana è, nella sua ragione più vera, un viaggio nel buio della coscienza, compiuto sotto la spinta di un senso di colpa che, fortissimo nell’artista, è latente in tutta una società. Inquieto sin dall’inizio, Edipo è l’uomo che porta in sé una piaga segreta. Per questo lo scatenarsi della peste ha suscitato in lui un’angoscia quasi insostenibile, inducendolo ad istituire, sia pure confusamente, un rapporto tra sé e quel misterioso contagio. Un’epoca di angoscia, un’epoca in cui vivere richiedeva più coraggio di quel che l’uomo medio possedesse, in cui si temevano i malefici e la superstizione dominava, e pullulavano astrologi e indovini, e il risentimento contro il mondo, per un effetto di introiezione, diveniva risentimento contro l’ego. Seneca avverte in anticipo questa atmosfera e, prima che sia manifesta e diffusa, ne esprime il turbamento. La chiave psicologica è dunque la più idonea per penetrare quella tragedia notturna che è l’Edipo di Seneca. Lo spettacolo tenta di rappresentare quella discesa nelle tenebre della psiche che Edipo realizza. Quando Giocasta cerca di placarlo, di riconciliarlo con sé stesso, riversando sul Fato ogni colpa, Edipo si ribella, non potendo accettare questa scappatoia, questa evasione dal suo io. E nelle Fenicie alla domanda di Quem genitor fugit (Chi fuggi padre?) risponde perentorio: Me fugio (Fuggo me stesso). Ed è proprio l’indicazione che Seneca cerca di insinuare in Nerone nel periodo più maturo del suo regno. Nella cornice della Domus Aurea, residenza del tiranno, Seneca immagina di rappresentare con lo stesso imperatore protagonista la tormentata ricerca dell’io smarrito tentando un disperato recupero di umanità e di valori che il tempo presente, il primo secolo dopo la nascita di Cristo, aveva smarriti.

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