cultura

In diretta da Firenze: l’autobus di Carmen Consoli fa scalo per parlare di arte e risvegliare le coscienze

mercoledì 17 maggio 2006
di Davide Pompei
Arriva con quarantacinque minuti di ritardo, come una diva d’altri tempi. Si presenta in jeans e maglietta, con inediti capelli lunghi, unica concessione alla sua femminilità. Struccata e vagamente spaesata, inondata dai flash di una platea che aveva barbaricamente occupato la Libreria Feltrinelli di Firenze due ore prima. Sorride ai fan, la cantantessa siciliana, e posa ironica con loro per le foto di rito. Poi, finalmente inizia l’incontro e la presentazione del suo ultimo disco “Eva contro Eva”. Un giornalista fa subito notare come nella splendida “Maria Catena” ci siano dei riecheggi alla “Bocca di Rosa” di De Andrè e Carmen Consoli sorride sorpresa, dicendo di aver ascoltato molto il cantautore genovese da bambina insieme a suo padre, ma che mai avrebbe pensato di avvicinarsi vagamente alla profondità dei suoi testi o alle sfumature di quelle note. Carmen lentamente si scioglie e trasforma i sorrisi in un monologo ininterrotto, incantando tutti con il fascino simbolico ed evocativo delle sue parole mirate, scelte con cura e dovizia. Quelle parole volutamente difficili che impreziosiscono le sue canzoni. Le canzoni del nuovo album, che spiega una ad una e che, imbracciata la chitarra, esegue dal vivo insieme a Massimo Roccaforte. La bambina impertinente è cresciuta, passando dal rock ad atmosfere profondamente acustiche, lontane dal fragore delle chitarre elettriche che hanno lasciato spazio a mandolini, flauto, tromba e filicorno, oboe, fagotto, violoncello e a strumenti inusuali ma tradizionali come arpa celtica, banjo e bouzuki. Ha cucito un abito nuovo, più sobrio e sfumato, ai suoi pezzi, lavorando molto anche sul controllo del canto, sull’approccio alla parola, sulla ricerca timbrica della sua particolare vocalità, che moltissimi snobbano e molti adorano. I suoi testi poetici e un po’ caustici disegnano storie ammantate di una patina seriosa, indulgendo in una ricerca e un impegno raro in tanti cantanti di oggi. E proprio per “sensibilizzare e coinvolgere l’opinione pubblica sui problemi dell’infanzia e dell’adolescenza, testimoniando e promuovendo con il suo impegno nel mondo della cultura, della musica e dello spettacolo la solidarietà e il sostegno alle iniziative dell’Unicef” Carmen è stata proprio l’altro giorno nominata “Goodwill Ambassador”. “Eva, come genoma dell’intera umanità – spiega – è l’origine di tutto, la prima donna da cui tutti discendiamo, ma biblicamente è anche causa delle nostre miserie, dell’eterno peccato e, quindi, simbolo affascinante di una duplicità mai risolta che tutti ci portiamo dentro”. E da Eva in poi, si dipanano tutte le storie delle sue discendenti, che subiscono e sperimentano sulla propria pelle il dolore, l’abbandono, il potere arrogante, l’invidia, la Chiesa come complice della bugia e l’ottusità della provincia che innanzitutto è un luogo mentale. “La religione – continua – è nobile, ma interpretata da uomini, e se vissuta nella piccolezza dell’animo umano può diventare fonte di pregiudizio ed emarginazione del diverso. Attraverso la parola l’uomo crea la bellezza e la distrugge, favoleggiando realtà parallele e materializzando colpe talvolta inesistenti”. Carmen dà forza a quello che dice, crede in quello che canta perché spesso lo ha provato in prima persona, compreso il senso di colpa, assai radicato nella cultura italiana. Nel disco, concepito all’ombra dell’Etna, prendono così forma canzoni ricche di personaggi succubi della società moderna, trasposizioni di figure esistenti, come la donna che, per compiacere i compaesani che la vorrebbero madre in età feconda, rimane “vittima” di una gravidanza isterica, la bella “Maria Catena” a cui è negata l’ostia o l’eccentrica e disperata signora, realmente esistita negli anni ‘70, che aspettava ancora notizie del figlio disperso durante la II Guerra Mondiale. Ma il disco non è un concept sull’universo femminile, anche gli Adami, del resto, pagano per quello che Eva ha commesso. Il “Piccolo Cesare” è un uomo di potere corrotto e consumato dai rimorsi di coscienza e il “Signor Tentenna” si inventa una vita al di sopra delle proprie possibilità, Giulietta e Romeo fuggono dal gossip vorace, dalla bramosia moderna del pettegolezzo, per approdare “Sulle rive di Morfeo”. Il disco racchiude anche una nuova versione de “Il pendio dell’abbandono” musicato da Goran Bregovic e il suggestivo duetto “Madre Terra” con Angelique Kidjo. Ne “Il sorriso di Atlantide” finale è racchiusa la profondità di uno sguardo e la speranza in una società migliore. Il tardo pomeriggio scema rapido in sera e la libreria ha già sforato di un’ora l’orario di chiusura. Carmen non delude i suoi affezionati e inizia a firmare autografi, nonostante i “richiami” del suo produttore, che le ricorda l’imminente passeggiata per Firenze con l’assessore e l’incontro (svoltosi stamattina) con gli studenti nel Cenacolo dell’Accademia delle Belle Arti. È forse proprio qui che Carmen ha ben spiegato il suo desiderio di accendere una scintilla di rivoluzione interiore, invitando a risvegliare le coscienze, rompere definitivamente la maniera, creare dissonanze, rovesciare le convenzioni siano esse musicali, letterarie o artistiche. “L’arte – ha ricordato – è urgenza di comunicare, esprimere, trasmettere e io vorrei aiutare chi mi ascolta a trovare le proprie radici. In Italia si investe ancora poco sui giovani, sul moderno e sul diverso, l’arte è ferma al classicismo e la musica deve basarsi su accordi facili per passare in radio. Un artista è autentico solo se ciò che fa è anche ciò che è lui veramente”. Il tour in autobus, dal Simeto al Tamigi saluterà stasera l’Arno alla volta dell’Europa, dopo l’atteso concerto di due ore e mezza, impreziosito da un mini-blob curato da Enrico Ghezzi e la poesia “Ciuri di Campo” di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia nel 1978. Ovviamente, musicata dalle note della cantantessa.

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