cultura

Terzani padre racconta al figlio il grande viaggio della vita

lunedì 24 aprile 2006
di Davide Pompei
“E se io e te ci sedessimo ogni giorno per un’ora e tu mi chiedessi le cose che hai sempre voluto chiedermi e io parlassi a ruota libera di tutto quello che mi sta a cuore, dalla storia della mia famiglia a quella del grande viaggio della vita? Un dialogo tra padre e figlio, così diversi e così eguali, un libro testamento che toccherà te e me insieme. Fai presto, perché non credo di avere molto tempo”. La lettera, firmata Tiziano Terzani, è indirizzata al figlio che dall’America, dove sta girando un documentario, si precipita sull’Appennino Pistoiese, nella casa di Orsigna per trascorrere col padre i suoi ultimi mesi di vita. Nasce così “La fine è il mio inizio”, l’ultimo grande regalo del guru fiorentino che venerdì 28 aprile alle 18:15 verrà presentato al Palazzo dei Sette nell’ambito della rassegna letteraria “Il Libro Parlante”, dalla moglie Angela e dal figlio Folco, regista cinematografico che ha realizzato, tra gli altri, il documentario su Madre Teresa di Calcutta, recentemente visto sulle reti Rai. Non una pubblicazione postuma (il grande giornalista e scrittore è morto il 28 luglio 2004) di un manoscritto ritrovato in un cassetto, ma un testo nuovo, frutto di tre mesi di intense conversazioni familiari, davanti a un registratore, tra racconti e riflessioni mistiche, ma anche risate e risposte alle curiosità, trascritte con affetto. Continua ad affascinare e sudare saggezza la bianca barba del sognatore, che sta conoscendo un nuovo boom editoriale in questo terzanico millennio: Jovanotti ha dedicato ad Anam il suo ultimo album “Buon Sangue”, la Rai ha appena chiuso gli accordi per realizzare un film tratto dal suo volume più noto “Un indovino mi disse” e, Longanesi spopola in libreria con questo lungo dialogo tra Babbo (nel libro sempre scritto con la maiuscola, come Mamma) e figlio, il quale ha impiegato più di un anno a trascriverlo, sistemarlo, organizzarlo, pulirlo e scegliere le foto vecchie e nuove che accompagnano ogni capitolo. Il risultato è un corposo volume di 470 pagine, la storia di un uomo che per tutta la vita ha inseguito la felicità e l’ha trovata vivendo la sua malattia, un cancro (anzi quattro) che lo ha tolto al mondo a 66 anni. “Alla fine non sono più niente, non voglio essere più niente, non cerco di essere niente. Non sono più Tiziano Terzani. Vivere una vita per diventare nessuno è un po’ strano. Io sono stato tante cose, ma alla fine non sono nessuno”. Con queste umili righe firmate Anam il senza nome ha chiesto di essere cremato. Pagina dopo pagina, riaffiorano i ricordi sepolti, gli episodi sopiti e mai raccontati. Folco e con lui il lettore rivivono il film di una vita intensa, un grande viaggio attorno all’uomo figlio del mondo. L’infanzia poverissima (da bambino andava in centro coi genitori, a vedere i ricchi mangiare il gelato), il bagno domenicale fatto da ragazzino nelle tinozze e le gite con il nonno nell’amata Orsigna, gli studi brillanti fino agli anni pisani del collegio medico-giuridico, il lavoro alla Olivetti, i primi passi nel giornalismo con Il Giornale del Mattino, L’Astrolabio, Il Giorno e Lo Spiegel, le collaborazioni con quotidiani e settimanali, l’incontro con Angela, l’amore di una vita con cui condividere tutto fino alla fine. E poi Terzani il viaggiatore, il sognatore utopico e la sua avventura asiatica, lo studio del cinese, il libero girovagare dal Vietnam alla Thailandia alla Cambogia, dalla Birmania alle Filippine, dalla Cina al Giappone all’Unione Sovietica, fino all’India e alla pace himalayana. In mezzo i suoi miti, l’amara constatazione di tanti fallimenti degli ideali che lo avevano animato. “Il giornalismo oggi – diceva – ha ancora un senso se uno ha il coraggio di farlo come vuole lui, e non come gli viene imposto”. In mezzo i suoi libri, di guerra e di pace. Il Terzani corrispondente che visse ben trent’anni in Asia prima di decidere di isolarsi nel suo ultimo rifugio, la gompa di Orsigna, una piccola casetta di legno, tre metri per due, adorna di cose tibetane dove studiare, meditare, riposare e sulla cui porta aveva affisso il messaggio “Ogni visita è sgradita. Senza eccezioni”. Se era tempo bello parlava sul prato, sotto un acero, altrimenti si rifugiava nella gompa. Quando non lavorava Terzani se ne stava in silenzio, a guardare i monti, le foglie degli alberi, un cuculo curioso. Gli ultimi due giorni li ha trascorsi muto, fino a quando davanti a tutta la famiglia se ne è serenamente andato. Era preparato all’idea della morte, non lo preoccupava perché ci conviveva, liquidandola a colpi di risatone scaramantiche. Alla parola “morire” preferiva l’espressione indiana “lasciare il corpo”, così come all’impegnativo termine “felicità” prediligeva la più modesta “contentezza”. Il suo sogno era scomparire come se non ci fosse mai stato il momento del distacco, partire senza rimpianti, senza dolore, senza paura. Per provare a vincere i suoi quattro cancri si affidò sia ai migliori centri oncologici, sia ai santoni d’Oriente, dando però in definitiva più fiducia alla scienza, ma con la consapevolezza di giocare i tempi supplementari e la certezza che nulla sarebbe stato più come prima. L’emblematico titolo del libro, quasi una riflessione eraclitea, è collegato a una concezione del mondo che si è radicata progressivamente in Terzani, quella della condizione circolare del tempo, come un vecchio che ha giù vissuto tutto, il ripetersi delle medesime cose, al punto che il principio e la fine non sono diversi, ma coincidono. Ora che ha smesso di agitarsi in mezzo alla gente, guardando dritto negli occhi miserie e ingiustizie del mondo, denunciando l’inutilità di tutte le stragi sconosciute e inascoltate del pianeta, ha lasciato figlio e moglie a predicare per il mondo il Terzani-pensiero e ha invitato il mondo a raccogliere la sua vera grande eredità. “Lascio un libro che forse potrà aiutare qualcuno a vedere il mondo migliore e la vita in un contesto più grande”.

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