cultura

A proposito di giovani (e non)… Happy hour: l’ora felice che ha contagiato studenti e professionisti

lunedì 21 novembre 2005
di Davide Pompei
In principio era un semplice cocktail ad aprire lo stomaco, preparandolo ad una cena importante. Poi venne l’happy hour, un fenomeno analogo all’aperitivo ma più completo e meno formale, esoticamente definito con un inglesismo, in realtà nato negli anni ’80 a Milano.
“L’ora felice” introduce il nuovo concetto di due aperitivi al prezzo di uno, idea che in Italia è stata da subito interpretata e modificata in un sostanzioso aperitivo “rafforzato” da una ricca proposta gastronomica.
Accanto alle solite noccioline e patatine, trovano posto appetitose fette di salame, gustosi crostini e tradizionali polpette da accompagnare al buon vecchio e colorato cocktail. E se in Inghilterra a farla da padrona è la birra, in Italia continua ad esserci il vino tra le bevande preferite, possibilmente bianco e frizzantino, comunque fresco.

Questo appuntamento di fine giornata che, specie nei paesi anglosassoni si consuma a partire dalle 18.30 e nel nostro Paese slitta di almeno un’ora, sta arrivando anche nel centro–sud d’Italia. In ogni caso sempre più spesso e sempre più bar “apparecchiano” i loro banconi con gustosi stuzzichini tra un drink e un altro.
Certo Orvieto non è la Milano da bere (e da dimenticare) dei mondani ice bar, dei fashion café e dei bistrot modaioli, bar qui fa ancora rima con succhi di frutta e caffè, eppure anche sul nostro territorio si sta diffondendo l’abitudine di diversi bar (uno di recente rinnovato, uno di prossima apertura, altri da sempre in voga…) di praticare tra le 18 e le 21 il rito lombardo dell’happy hour.
Via libera quindi alla fantasia con le proposte culinarie che arricchiscono i buffet: uova sode e olive ascolane, tartine e crostini, pizze farcite e torte salate, lumachelle e crocchette, miniquiche e vol-au-vent, paste fredde e calde, insalate di riso e cous-cous, mix di verdure, fino a invitanti piatti di frutta mista, con un curioso fondersi di cucine etniche e ispirazioni esotiche.

Dell’antico aperitivo, insomma, non resta praticamente più nulla. L’happy hour non anticipa la cena, ma in un certo senso la sostituisce, costituendo un rito collettivo sociale ed alimentare, molto in voga tra giovanissimi e non. Semplice, ma efficace, l’happy hour è diventato un modello di marketing vincente, che viene anche analizzato dagli studenti di Economia della Bocconi.
La sua capacità di penetrazione è molto alta nei ragazzi fuori sede e negli stranieri, tra i giovani “forzati” dell’aperitivo ci sono studenti universitari che consumano solo una volta e usufruiscono abbondantemente del buffet oppure giovani professionisti all’uscita dall’ufficio che bevono più cocktail, ma mangiano poco (questi ultimi sono i clienti preferiti dagli esercenti, sempre impegnati a fidelizzare i clienti).

È indubbio che la recessione economica abbia dato nuova linfa all’happy hour, anche perché nell’economia di una serata si può evitare la spesa del ristorante o della pizzeria mangiando e bevendo abbondantemente durante l’aperitivo e ascoltando musica, il tutto al prezzo di una birra.
In una strategia a strascico, l’happy hour ha portato sempre più clienti dentro i bar, dove si entra alle sette e si esce alle due di notte. Abbattendo i tempi della spesa al supermercato e della cucina della cena, senza trascurare il valore dell’aggregazione e della socializzazione fuori casa. Se il ragazzo risparmia soldi, il lavoratore risparmia tempo prezioso.
Questo ricco buffet con l’aperitivo è inoltre una delle ultime mode anche nelle cene casalinghe, che si risolvono con pomodorini, mozzarella, carciofini e salsette varie.
Insomma, credere che l’happy hour non abbia influito su abitudini e stili di vita dei giovani è come dire che in Italia il calcio è uno sport come un altro.

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