cultura
VII Settimana della Cultura. Sabato 21 maggio a Montegiove apre gratuitamente La Scarzuola
mercoledì 18 maggio 2005
di Laura Ricci
Nel 1956 l’architetto Tomaso Buzzi acquistava, tra i verdi umbri meandri di Montegabbione, il convento duecentesco della Scarzuola che, abbandonato dai francescani minori nel XVIII secolo, era passato ai marchesi Misciattelli.
Nei pressi del complesso conventuale – dove alle origini aveva dimorato, sotto una capanna o su un letto di scarza San Francesco, di cui si conserva, nella chiesa, un antichissimo affresco - l’originale creativo architetto avrebbe ideato, in circa vent’anni di lavoro, quella che egli stesso definì un’ autobiografia in pietra, in cui si affollano architetture inventate o evocate, edifici compiuti o frammentari, elementi simbolici e metaforici volti a tracciare una città ideale, l’utopia, almeno architettonicamente realizzata, di un’oasi di raccoglimento, di studio, di lavoro, di musica e di silenzio, di Grandezza e di Miseria, di vita sociale e di vita eremitica, di contemplazione in solitudine, regno della Fantasia, delle Favole, dei Miti, Echi e Riflessi fuori del Tempo e dello Spazio, perché ognuno ci può trovare echi di molto passato e note dell’avvenire (T. Buzzi, Lettere Pensieri Appunti 1937-1979, Silvana Editoriale, Milano 2000).
Oasi tutt’altro che stabile e rassicurante tuttavia, affidata, in una sorta di disegnata strutturale vanitas, al giardino che muore e rinasce, mutevole, al progetto volutamente non finito, inconcluso, alla promessa di deperimento del morbido fragile tufo. Sempre a detta del progettista, nel suo pietroso complesso tutto è Teatro. Ma se è vero che l’idea di teatro è suggerita dalle scenografie naturali e artificiali e che comunque affiora, anche attraverso la scelta allegorica degli elementi decorativi, l’esuberanza drammatica del manierismo o l’evocazione di quel Gran Teatro del Mundo che fu tra le migliori intuizioni del Siglo de Oro, un pregevole saggio su FMR (dicembre/gennaio 2003) di Carlo Cresti - architetto e ordinario di Storia dell’Architettura contemporanea all’Università di Firenze – mette bene in evidenza come tutto sottintenda un itinerario, un proposito elitario di diversità che, attraverso la visione estetica e il distacco dal quotidiano, persegue un viaggio iniziatico.
Il giardino, in effetti, con le sue presenze di acqua e di verzure, costituisce un percorso preparatorio, un rituale di purificazione che, dal fuori, attraverso le tre aperture allusive delle Porte della Vita Contemplativa, dell’Amore e della Gloria Mundi, immette nella Città, nel dentro da conoscere e decifrare. E l’idea di ascesi e di conquista, o di coinvolgimento personale in incerti inquietanti segni, è accentuata dall’aspetto di città perimetrata, con porte, torri, chiocciole, labirinti e misteriose aperture che culminano nelle opposte scenografie del Teatro Mundi e dell’Acropoli. Sorprendente, libero assemblaggio, quest’ultima, dei frammenti di celebri monumenti del passato: la Piramide, il Partenone, la Torre dei Vènti, il Tempio di Vesta, il Colosseo, l’Arco di Trionfo.
Tra le soglie da oltrepassare – per entrare in spazi imprevedibili talvolta aperti e talvolta negati, in singolari microcosmi concreti e concettuali – la più dirompente è la Porta di Giona, con quel bizzarro mostro guardiano, fratello all’Orco del bosco incantato di Bomarzo, posto a segnare il passaggio fra il punto di arrivo, in basso, del percorso esterno delle mura e l’inizio della risalita, da intendere, ovviamente, come rinascita. La scalinata che, fiancheggiata da colonne e pilastri, conduce alla Porta dell’Amore introduce al Teatro dell’Acqua, altro luogo spettacolare realizzato in posizione elevata, che fronteggia, sul versante nord, il Teatro Mundi.
Tra i lussureggianti simbolici ornamenti ricorrono i bugnati, gli obelischi, le sfere, le banderuole stellate, gli occhi alati, le insegne del sole, le spirali di grossi biscioni che impersonano Cronos, il terzo occhio – finestra dell’anima, emblema di ricognizioni introspettive e di un senso ulteriore che vede oltre l’occhio terreno – il monogramma ATB a ricordare, con giusto orgoglio, la fantasia ardita dell’architetto creatore.
Non sfugge, alla simbologia, neanche la vegetazione, ove i cipressi tendono, come le torri, alle vette più estreme dell’iniziazione, con un cipresso in particolare – quello al centro del Tempio di Apollo – saettato ma ancora diritto, salvaguardato e dedicato, da Buzzi stesso, al mito di Ciparisso: cipresso, com’egli scrive, ferito a morte, attraversato dalla cima alle radici dal fulmine, quanto di più vicino al cielo vi sia alla Scarzuola, perché ha avuto una folgorazione, un contatto diretto dal cielo alla terra.
Come Carlo Cresti , che pure ne ha dato una splendida descrizione, afferma, quale luogo delle meraviglie la città buzziana è difficile da raccontare, in un arco di tempo più o meno limitato per apprezzarla bisogna percorrerla e viverla.
Visitabile su appuntamento (tel. 0763 837463), è oggi affidata alle cure di Marco Solari, che di Tomaso Buzzi fu allievo. Si consiglia di telefonare anche per la visita di sabato 21 maggio.
Nell'immagine una parte dell'Acropoli.
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