cultura

Porano ringrazia Ernesto Scudiero

venerdì 16 agosto 2002
di Fausto Cerulli
Era una specie di programma della speranza. Porano, il borgo medievale più vicino ad Orvieto, e il più suggestivo nell’intreccio dei vicoli che si affacciano su se stessi, e si rimandano come in uno specchio i balconi fioriti di gerani ed i tufi scoperti come ben custodite cicatrici, si sta misurando con quella che potrebbe essere la sua vocazione culturale: una sorta di mostra permanente, con il Duomo illuminato sullo sfondo e un panorama di montagne azzurre. In questo ferragosto in cui il sole è tornato a fare il sole, Porano ospita un pittore di riguardo.Ernesto Scudiero. Uno che nasce a Napoli, che vive e lavora a Livorno, che gira il mondo con i suoi quadri. E che ha lasciato il segno del suo disegnar paesaggi in una mostra permanente alla Margie’s Art Gallery di Chicago; ed ha esposto e continua ad esporre in prestigiose Gallerie straniere, come la Lubke di Garmish in Germania, o la Rodene Gallery di Londra. Dalla sua prima mostra personale, Napoli, 1956, è passato quasi mezzo secolo, speso ad acquistar candore ed esperienza. Ernesto Scudiero, trasportato a Porano da una intenditrice d’arte di Livorno, Liliana Croccolino. Un pittore che è riuscito a coniugare nelle sue tele l’atmosfera di Napoli con quella di Livorno, nella eterna vicenda marinara; e che poi si è perso e ritrovato nel paesaggio delle colline toscane. Il tutto senza provincialismi: con la spavalda scommessa di ritrovarsi nella schiera di Fattori e dei toscani, a distanza di un secolo e senza farsi incastrare dal modernismo d’obbligo.. Un suo critico, Patrizio Paoletti, che ha curato l’elegante catalogo, riassume correttamente lo spirito della pittura di Scudiero con riferimento agli stimoli impressionistici delle due città marinare, Napoli e Livorno, e giustamente rinvia alla scuola pittorica ottocentesca. Il tema prevalente, almeno in questa mostra, è il paesaggio, specialmente di città bagnate da un mare quasi livido, in cui le case non si vogliono rispecchiare, quasi a rispettare la presenza del mare, e far da quinte. Ne nasce un gioco complesso di rimandi, in cui ogni particolare rinvia ad altro restando se stesso. Un gioco apparentemente complicato, ma che si scioglie nel risultato morbido e pastoso. E quando, come nel quadro “La vendemmia”, il pittore si cimenta con la figura umana, la sente come parte del paesaggio. Con i volti delle donne che hanno il colore della terra, ed il calore delle piante. Un pittore che non ha paura di misurarsi con un tema pregno di storia pittorica come “ I girasoli”: e ti lascia l’impressione di rivisitare religiosamente un certo Van Gogh, ma calandolo in uno sfondo di colline degradanti e di cieli toscani. In uno squarcio isolano (“ Seccheto: Isola d’Elba”), mi sembra di leggere brani di archeologia industriale, che affogano senza tristezza in un mare di cespugli e in un mare fatto di mare. Porano ringrazia Scudiero: e sarebbe importante se la presenza di Scudiero potesse aprire la via ad una suggestiva galleria d’arte. Porano, già ebbi modo di scriverlo, è una città strana, abitata da gente strana; e la cultura può vivere di questa stranezza ed in questa stranezza. Porano come scommessa contro la banalità, in nome dell’arte di pittori vagabondi ma saldamente ancorati alla terra che si perde nel mare senza confondersi con esso. Come i Poranesi sono ancorati al loro borgo, ma spaziano su uno dei più suggestivi paesaggi dell’Umbria.

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