cronaca

Il Consiglio di Stato mette la parola fine al terzo calanco della discarica

martedì 19 settembre 2017
Il Consiglio di Stato mette la parola fine al terzo calanco della discarica

Dopo anni di battaglie legali, polemiche, ricorsi, appelli e manifestazioni pubbliche il Consiglio di Stato pone una pesante ipoteca sull’ampliamento del terzo calanco della discarica "Le Crete" di Orvieto. Con la sentenza emessa dalla Quarta sezione dell’organo costituzionale viene di fatto messa la parola fine a molte delle preoccupazioni che in questi anni turbavano i sonni di tanti orvietani.

Il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso presentato dal Comune di Orvieto stabilendo che le procedure che portarono alla variante del Piano Regolatore erano legittime perché all’interno dell’area interessata dall’ampliamento della discarica è stata effettivamente certificata - dalla perizia dell’Università della Tuscia - la presenza di un’area boscata. Inoltre i giudici, nel respingere la tesi di Sao, non hanno ritenuto fondata la tesi del riconoscimento della “legittima aspettativa meritevole di tutela”.

La sentenza - completamente consultabile da questo link - ha un valore estremamente importante per la legislazione italiana in materia di valutazione delle procedure e dei criteri di applicazione dei Piani regolatori da parte delle Amministrazione pubbliche.Nel dispositivo dell’organo costituzionale, viene posta in evidenza la facoltà che “un ente territoriale ben possa, per la migliore tutela della pluralità di interessi pubblici ad esso attribuita, imprimere ad un suolo una particolare destinazione”.

Oggetto ad esame del Consiglio di Stato il ricorso presentato dal Comune di Orvieto, rappresentato dall'avvocato Alessio Petretti, contro Sao s.p.a., rappresentata e difesa dagli avvocati Valerio Menaldi e Pasquale Cristiano, nei confronti degli Amici della Terra di Orvieto a sua volta rappresentata dagli avvocati Manlio Morcella e Giovanni Ranalli, per la riforma della sentenza del Tar per l’Umbria, numero 25 del 16 gennaio 2015 che aveva annullato le delibere consiliari numero 113 del 7 gennaio 2011 e numero 33 del 21 maggio 2012 che introducevano variante al Prg nell’area adiacente alla discarica individuata per l’ampliamento del terzo calanco.

Sostanzialmente il primo ricorso al Tar di Sao, con successive aggiunte, contestava: la presenza di un’area boscata nella zona adiacente all’impianto, la legittimità delle perizie che attestavano tale presenza e l’illegittimità di alcune procedure effettuate dal Comune di Orvieto per l’elaborazione e l’approvazione della variante al Piano regolatore. Posizioni che Sao ha più volte ribadito in altre procedure giudiziarie connesse al ricorso esaminato dal Consiglio di Stato.

L’ultimo atto di accertamento disposto dal Consiglio prima della sentenza è stato quello dell’incarico all’Università della Tuscia di Viterbo di effettuare la perizia sulla presenza del bosco nei pressi della discarica. “In data 21 settembre 2016 - si legge nella sentenza - è stata depositata la verificazione effettuata dal prof. Gianluca Piovesan, ordinario di selvicoltura e assestamento forestale presso l’Università della Tuscia, nelle conclusioni della quale si legge che “all’interno dell’unità immobiliare distinta in catasto al foglio 65, part. 16/p del Comune di Orvieto, di proprietà di S.A.O. s.p.a., è presente un bosco secondo la definizione contenuta nell’art. 5 l. reg. Umbria 19 novembre 2001 n. 28”. In merito alla relazione del professor Piovesan, Sao ha presentato ben due memorie proponendo “doglianze in ordine alle modalità di espletamento della verificazione, deducendo la inammissibilità e/o inutilizzabilità della medesima” nel giudizio.

Entrando nel merito della vicenda il presidente della quarta sezione, Vito Poli, ha prima esaminato proprio le “doglianze” esposte da Sao ritenendole sostanzialmente inaccettabili. Nello specifico della valutazione della presenza dell’area boscata la sentenza recita: “La verificazione ha accertato: che la zona considerata ha una superficie di 3249 mq.; che “il poligono delimitato dai rilievi eseguiti ha larghezza nettamente superiore ai 20 m”, che vi è uno strato arboreo nettamente superiore alla prescritta soglia del 20% con un “ecosistema tipicamente forestale, spontaneo, in grado di autoriprodursi indefinitamente”; il bosco in esame “appare come una formazione forestale chiusa anche per il senso comune”. Pertanto, anche alla luce della concreta verifica disposta, la destinazione impressa dal Comune all’area, nell’esercizio del proprio potere di pianificazione (…), risulta coerente con lo stato di fatto dell’area medesima, di modo che: appare fondato il primo motivo di appello (…), nella parte in cui con il medesimo si rileva la coerenza della scelta urbanistica e, dunque, l’errore in cui è incorsa la sentenza impugnata, laddove nega l’esistenza di un’area boscata”.

Il Consiglio di Stato ha inoltre legittimato anche la validità della richiesta del Comune - “nell’ambito del procedimento di adozione di uno strumento urbanistico” - di un “parere della Comunità Montana, in ordine alla natura boschiva”.

“Quanto al secondo motivo” - viene specificato dal dispositivo riferendosi alla contestazione della legittima aspettativa di Sao - “Non appare sussistente “una legittima aspettativa meritevole di tutela”, derivante dal fatto che la società appellata, in ordine all’area di sua proprietà ed oggetto di nuova e diversa zonizzazione “aveva presentato un progetto di revamping esaminato in sede di VIA/AIA”. Ed infatti, per un verso, non essendo stato ultimato il relativo procedimento, la mera presentazione di una istanza non può costituire ex se “legittima aspettativa”, impeditiva di qualsivoglia nuova determinazione urbanistica; per altro verso, la scelta di diversa zonizzazione risulta comunque sufficientemente motivata, come emerge dal dato obiettivo (tale accertato dalla verificazione) della presenza di un’area boscata, come tale oggetto di particolare considerazione e tutela”.

A conclusione della sentenza il Consiglio di Stato, evidenzia proprio il carattere straordinario della decisione specificando che “Stante la natura, novità e complessità delle questioni trattate, sussistono giusti motivi per compensare tra le parti spese ed onorari del doppio grado di giudizio”. anche se una parte delle somme dovranno essere versate al Comune di Orvieto dalla “parte appellata soccombente”

 

 

Ampliamento Le Crete: il testo della sentenza del Consiglio di Stato

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