cronaca

Castel Giorgio e il Football Americano, storia degli anni d'oro

venerdì 15 luglio 2016
Castel Giorgio e il Football Americano, storia degli anni d'oro

Cattedrale nel deserto o la più grande occasione persa per fare di un paese qualcosa di inimmaginabile? Non ci sono paesi nel comprensorio orvietano che possono vantare un lungo palmares di progetti faraonici come Castel Giorgio. La memoria dei più giovani non deve fare lunghi rewind per riportare alla mente lo sfarzo di Roma Vetus, il grande parco giochi dedicato all’età imperiale. Storia recente, troppo conosciuta e sviscerata da protagonisti ancora in azione e forse non vissuta realmente come invece successe negli anni ottanta con qualcosa chiamato “Football Americano”.

Se il Colosseo e il Pantheon rimasero un plastico dai colori tenui il 19 luglio del 1980 la storia sportiva consegnò il paese alle cronache nazionali per l’apertura ufficiale del primo campionato italiano di uno sport venuto dagli states. Solo una prova generale in vista di quel 23 luglio 1983 quando il paese dell’Alfina diventò, addirittura, la capitale europea del Football Americano. Storie, menzogne, ripicche e ricordi; lo stadio “Vince Lombardi” di Castel Giorgio rappresenta, ancora, nell’immaginario dei ragazzi degli anni ottanta il meglio di un’epoca che non tornerà mai più. A distanza di un quarto di secolo le tracce del Football Americano made in Castel Giorgio si chiamano soltanto ricordi. Di materiale c’è solo un tabellone smontato e lasciato marcire sotto le tribune dello stadio, oltre a quella scritta sbiadita “Stadio Vince Lombardi” che non attrae più nessuno.

Certo c’è anche lo stadio, una struttura che nel 1980 costò quasi 300 milioni di vecchie lire e venne costruito in un paio di mesi, ma c’è anche il goffo tentativo delle amministrazioni degli anni 90, che nel giro di alcuni anni costruirono dei sottopassaggi mai utilizzati da nessuno e diventati hotel di lusso per rospi e serpenti. Nel Football americano nato a Castel Giorgio si snoda tutta la storia sociale e politica di un paese, che per volere della sorte è stato sempre lusingato dagli eccessi. La storia comincia proprio il 27 dicembre 1979, quando a Roma viene fondata la Lif, “Lega Italiana Football Americano” di cui fanno parte: Bruno Bennek, Daniela Bennek, Gianfranco Calistri e Marcello Loprincipe. Un nome tra questi si lega con l’Alfina, quello di Gianfranco Calistri, nipote dell’allora sindaco del paese Giuseppe Calistri, uomo della Democrazia Cristiana.

La nuova lega aveva la volontà e lo spirito di lanciare lo sport a livello nazionale, ma le strutture non c’erano, serviva un centro specializzato per tramutare le idee in spettacolo. I due Calistri si incontrarono e all’improvviso sboccio il grande sogno a stelle e strisce. Giuseppe Calistri iniziò a stringere rapporti con Bruno Bennek e nell’aprile del 1980 il “Centro Tecnico Nazionale” si materializzò. I lavori iniziarono a maggio e il 19 luglio tutto era pronto, o quasi, per poter iniziare l’avventura. In pochi mesi si trovarono i soldi, in realtà fu aperto un mutuo per 286milioni e 760mila 160lire, si fece il progetto, si iniziarono i lavori, si inventò la storiella di Vince Lombardi, si fece una massiccia pubblicità e si cominciò a giocare.

La polemica era forte tra maggioranza e opposizione, allora c’erano i “comunisti” del Pci, e le scelte di Calistri furono messe sulla graticola. Tra zio e nipote sembra che ai dirigenti della Lif non fecero arrivare la notizia che a Orvieto ci fosse uno stadio già costruito, e questo fece nascere in seguito dei malumori, ma sta di fatto che Giuseppe Calistri, con ferma decisione, prese la palla al balzo vedendo in quel gioco un’occasione per dare al suo paese una grande opportunità. La macchina del Football portò a Castel Giorgio le telecamere Rai e quelle dell’allora Canale 5, i corrispondenti de: “La Gazzetta dello Sport”, “Corriere dello Sport”, “Tutto Sport”, “La Repubblica”, “Corriere della Sera”, “Paese Sera”, “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Il Giornale d’Italia”, “Guerin Sportivo” e riviste americane, tedesche e finlandesi. Qualcosa di impensabile per l’anonimato di un paese che allora contava 2500 abitanti.

L’impegno era stato immenso: uno stadio costruito in poco tempo, tutte le strutture del campo allestite alla perfezione (le “porte”, quelle dove deve passare la palla ovale, arrivarono addirittura dall’America donate da una squadra del campionato nazionale), le coreografie curate dal regista Rai, Paolo Gozlino, la banda, e un pubblico che sfiorava le 1000 persone a partita. Il primo esperimento (il campionato italiano del 1980 al quale parteciparono i Gladiatori Roma, i Lupi Roma, I Tori Torino e i Diavoli Milano) diede un buon risultato e fu riproposto, con le dovute correzioni, anche per l’anno successivo, tanto il segreto era quello di fare spettacolo.

Intanto a Milano nasceva una associazione parallela alla Lif, l’Aifa “Associazione italiana football americano” e la situazione cominciò a destabilizzarsi. Durante l’estate del 1981, durante la pausa del campionato, venne disputato a Castel Giorgio il primo incontro europeo tra due nazionali, Italia contro Germania Federale. Il 5 luglio 1981 si gioca al Vince Lombardi il derby tra le squadre romane dei Lupi e dei Gladiatori, in realtà sarà l’ultimo campionato italiano in quanto la Lif deciderà di rivedere la stagione interrompendo gli incontri. Di li a poco la stessa Lif verrà sciolta. Il 1982 passa come una sorta di calma piatta, lo stadio è chiuso, il football sembra aver finito la sua epopea, ma all’improvviso, nel 1983, l’Aifa sceglie Castel Giorgio, come sede dei primi campionati europei. Il motore torna a rombare, l’aria è quella di ultima occasione, e come nella primavera di tre anni prima si lavora alacremente per rimettere in sesto la struttura.

La prova generale è il primo trofeo dedicato alla memoria di Lombardi disputato da squadre italiane nell’aprile del 1983, mentre il 23 luglio 1983 parte i campionato europeo. Protagonisti sono: Finlandia, Gemania Ovest, Francia, Austria e Italia. La squadra azzurra si aggiudica il torneo disputato in una cornice di oltre 1500 persone a partita, 3500 solo per la finale, ma quel 31 luglio 1983 coincide con l’amara fine del sogno. Gli anni futuri sono soltanto la vetrina per la squadra nata in loco, i “Castel Giorgio Mower”, composta da appassionati umbri e laziali, un esperienza di poche partite; l’impianto chiude nell’estate del 1985 dopo le elezioni amministrative. Giuseppe Calistri perderà le elezioni, grazie anche ai molti amici e sostenitori di un tempo che decisero di girargli le spalle, e la poltrona da sindaco andrà a Antonio Bergami del Pci.

La cultura politica del tempo non prevedeva la riqualificazione e allora tutto quello che faceva riferimento al Football venne cancellato. Il tabellone smontato, forse è meglio dire distrutto, le “porte” trasferite nel capo di Perugia, i segni sul campo tolti per fare spazio al calcio, i “Castel Giorgio Mowers” cacciati, tutto perché i “comunisti” di allora definirono quella struttura “Una cattedrale nel deserto”.

Nulla poteva nascere da quello fatto fino a poco tempo prima da Giuseppe Calistri, nemmeno una riqualificazione calcistica per accogliere squadre in ritiro, (pensare che Calistri stava progettando la costruzione di un grande albergo che ancora oggi manca sull’Alfina), niente bisognava mandare tutto in malora perché fatto dal “nemico” politico. Lo stadio, arena del Football, fu ristrutturato negli anni novanta; i grandi spogliatoi divisi per realizzarne, giustamente, quattro che funzionano per i due campi da calcio, poi si decise addirittura di scavare i sottopassaggi, come gli stadi di serie A, ma la decisione e il risultato rimane lì: un progetto fuori luogo come potrebbe apparire la scelta di non far nascere nulla dalle ceneri di una struttura presa ad esempio in Italia e in Europa.

 

Tratto da: OrvietonewsMagazine Anno 2 Numero 24 del Dicembre 2005, articolo a firma di Gabriele Anselmi

 

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